VILLORBA IN BICICLETTA
 

 

Caratteristiche tecniche: Lunghezza : km. 43,8 - Difficoltà : facile - Stagioni: primavera ed estate

 

 

INTERNI ORATORIO DELL'ASSUNTA
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VILLORBA E IL SUO TERRITORIO

Villorba è un comune italiano di oltre 18.000 abitanti della provincia di Treviso in Veneto. Si tratta di un comune sparso poiché il municipio si trova nella frazione di Lancenigo, in località Carità. La storia del comune di Villorba è il risultato di un alternarsi di diverse vicende che nel corso dei secoli ne hanno modificato anche la configurazione territoriale: gli odierni confini comunali racchiudono infatti al loro interno tre comuni che erano autonomi fino al 1807: Lancenigo, Fontane e Villorba. Precedentemente sul medesimo territorio erano presenti però anche altri comuni che dal '500 in poi, nel corso di tre secoli, sono entrati a far parte di Villorba (Campo Rusio, frazione di Castrette e Castion, frazione di Venturali) e di Lancenigo (Piovenzan e Limbraga, in parte).  Per quanto riguarda, infine, l'antico comune di Lancenigo circa la metà del suo territorio, la parte a nord del Borgo, costituisce ora la più recente frazione di Catena. Sono ora quindi frazioni di Villorba: oltre a Villorba frazione, Catena, Fontane e Lancenigo.

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VILLORBA E LE SUE ACQUE

Uno dei fattori che hanno contraddistinto il territorio nei secoli passati e fino ai giorni nostri e che sono stati al contempo vincolo e incentivo allo sviluppo sia economico che insediativo di queste zone, sono le aste fluviali (torrente Giavera, canale Piavesella, fiume Melma ecc.).  Un notevole impulso allo sviluppo pre-industriale del trevigiano sotto la dominazione veneziana venne dato proprio dalla forza motrice dei corsi d’acqua : uno in particolare, quello della Piavesella che attraversa da Nord a Sud tutto il territorio comunale: secondo alcuni storici l'attuale Piavesella è identificabile con quello di un antico corso del Piave che da Nervesa si dirigeva a Treviso: "... è ormai assodato che in tempi remoti il Piave si accompagnava al Sile seguendo da Nervesa il corso dell'odierna Piavesella ..." (I. Nono, 1931).

LA PIAVESELLA

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La Piavesella di Nervesa è un corso d'acqua della provincia di Treviso. È una delle tre diramazioni (le altre due sono il canale della Vittoria e il canale della Vittoria di Ponente) del breve canale che, all'altezza di Nervesa della Battaglia, preleva circa 25 m³ di acqua al secondo dal Piave, da cui il suo nome: Piavesella appunto! Si immette nel Botteniga poco prima del centro storico di Treviso. E’ lungo poco più di 26 km. La realizzazione del canale fu decretata l'8 agosto 1447 per irrigare le aride terre tra Treviso e il Piave. Secondo alcuni storici l'attuale Piavesella è identificabile con quello di un antico corso del Piave che da Nervesa si dirigeva a Treviso: "... è ormai assodato che in tempi remoti il Piave si accompagnava al Sile seguendo da Nervesa il corso dell'odierna Piavesella ..."  (I.Nono, 1931). Tuttavia, fu sfruttata anche per il trasporto del legname e, soprattutto, per muovere mulini, segherie e opifici e, a partire dal Novecento, venne potenziata e vi furono installate anche alcune centrali elettriche. Il primo progetto per un nuovo e più ampio canale, con maggior portata d'acqua, basato sull'antico alveo della Piavesella, risale al 1447 ad opera del notaio e nobile trevigiano Michele da Villorba.  E’ di pochi anni successivi, del 1507, la relazione di Fra' Giocondo che descrive le caratteristiche fisiche e tecniche della Piavesella. Nel 1590 si formò, per lo sfruttamento di questo corso d'acqua,  anche un consorzio volontario tra i paesi limitrofi (il Consorzio della Piavesella) e fu così che in questa parte del territorio trevigiano delimitata a nord dall'abitato di Visnadello, ad ovest dalla strada  Pontebbana e a sud dalla Postumia romana, tra il '600 e l'800 troviamo, posti a cavallo del corso d'acqua della Piavesella e nel raggio di alcuni chilometri, numerosissimi opifici, tra cui ben quattro cartiere  tutte proprietà del patrizio veneziano Gritti, ma anche battiferro, segherie, folli da panni. Tra i più antichi siti archeo-industriali della Piavesella va sicuramente citato il sito della Cartiera Marsoni che vede il suo continuativo impiego fin dal 1468. L'antichissima "Cartara da carta strazza" divenne poi nell'800 la Cartiera Marsoni che è ancora attiva.  La Piavesella con il suo percorso parallelo alla direttrice Pontebbana (la S.S. n° 13), diventerà poi l'asse portante della prima industrializzazione di questo dopo-guerra, anche grazie alla presenza lungo il suo corso di alcune officine elettriche.

Ancora nel 1913 rappresentava il secondo corso d'acqua artificiale della provincia, dopo la Brentella, per la presenza di attività industriali con 22 impianti idraulici e 42 industrie che davano lavoro a circa 1.600 operai. Non a caso, ancor oggi attraversa alcune zone industriali (quelle di Nervesa della BattagliaArcadeSpresianoVillorba).

FONTANE BIANCHE E RISORGIVE

L' area delle fontane si trova a pochi chilometri a nord est della città di Treviso, precisamente a Lancenigo. La superficie raggiunge circa i 70 ettari e si tratta di una singolare zona caratterizzata dal fenomeno delle risorgive, le quali arrivano da est fino alle mura della città e, proseguendo ad ovest raggiungono le sorgenti del fiume Sile disegnandone un unico asse. Queste acque inoltre, alimentano la parte superiore del Melma, uno degli affluenti di sinistra del Sile.  L'area di questa zona tende ad essere climatizzata dall' acqua che sgorga e la temperatura di quest' acqua rimane costante per tutto l’anno (tra i 10-12 gradi). Questa condizione mitiga le alte temperature estive e pure gli eccessi di gelo invernali. Dalle polle delle Fontane Bianche nasce il fiume Melma, che confluisce, 11 chilometri più a valle, nel fiume Sile.

IL RIVO RULLO O RIO RULL

Altro corso d'acqua che nasce in località Piovenzan, nei pressi di Villa Tironi ora Pozzobon. Siamo nell'estremità sud - est del territorio Villorbese. Per gran parte del suo scorrere infatti questo corso d'acqua si snoda nei comuni di Carbonera ove nei pressi di via Roma si butta nel Melma.

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IL MELMA 
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Nasce da risorgive nei dintorni di Lancenigo di Villorba e si getta quindi nel Sile dopo aver attraversato il centro di Silea. Fino al 1935 quest'ultima si chiamava Melma proprio per la presenza del corso d'acqua. Melma deriva dal longobardo melm ("sabbia fine" e quindi "terreno sabbioso"); il termine, latinizzato in melma, ha assunto poi il significato attuale, con il quale, tuttavia, l'origine del toponimo non ha nulla a che vedere. A conferma di ciò, il fatto che non si è mai avuta notizia di paludi e acquitrini lungo il corso d'acqua, ma, anzi, di terreni fertili e boschi.

 

IL LIMBRAGA

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Sempre in territorio di Piovenzan e precisamente a fianco di Villa Gradenigo, un tempo vi erano le sorgenti del Limbraga: queste erano di notevoli dimensioni fino al 1855, anno nel quale esse vennero in gran parte interrate per realizzare il terrapieno su cui transita la linea ferroviaria.

 

IL TORRENTE GIAVERA E PEGORILE

Il torrente Giavera è un corso d'acqua della provincia di Treviso. Non è molto lungo: il suo corso si snoda per 15,5 km circa. Nasce da risorgive presso il paese omonimo (loc. Forame). Scorre nei pressi di PoveglianoVillorba e sfocia infine nel torrente Pegorile all'altezza di Fontane. La sorgente è originata dalla circolazione delle acque sotterranee del Montello. Sono le acque del Piave e la pioggia che filtrano nelle cavità "carsiche" del Montello.

TORRENTE GIAVERA E PEGORILE A VILLORBA.J

IL TOPONIMO -  VILLA NASCOSTA, SPOGLIATA O VICINA ALLA CITTA'?

Il toponimo di Villorba nella carta del Pinadello è segnato in due modi: “VILLA ORBA” e “ORBA”. Il Piloni testimonia l’esistenza del toponimo “VILLA ORBA” già dal 982. Il termine “villa” quindi preesiste al 982 d.C.:  Villorba fu dunque sede di una Villa romana? Le prove di insediamenti romani non mancano nel territorio limitrofo alla zona del toponimo “la Villa”, posta al centro di Villorba. Proprio a fianco dell’attuale cimitero negli anni ’50 furono rinvenute delle suppellettili funerarie romane ora esposte al Civico Museo di Treviso. Dunque Villorba fu certamente “Villa”, prima romana, e successivamente anche medioevale.

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Ma quell’ “ORBA” che sta a significare? Scrive il Semenzi che Villa Orba deriva dal fatto che anticamente Villorba era circondata “... da fitti boschi di cui quasi oasi rimaneasi celata al guardo altrui ...”. Tuttavia va considerato che nel medioevo (epoca nella quale nacque il toponimo) “ORBO - ORBATUM” stava a significare “privato - spogliato”: forse questo termine denotava che l’antica Villa divenne “orbata”: spogliata dei suoi beni, distrutta, incendiata, come d’altronde successe spesse volte nel corso dei secoli, essendo Villorba posta lungo la strada romana Postumia, percorsa dagli eserciti invasori. Non sarebbe dunque un caso che già nel 1188 si parlasse di una “Villa Vetere” di Villorba: una villa antichissima posta a Casal Vecchio di Villorba.
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Lo studioso trevigiano Agnoletti, in Treviso propone Villorba come "Villa Urbis" e scrive, "... pare che Collalto attorno al 1100 abitasse nella sua Villa di Città (Villaorba = Villa Urbis) di dove si sarebbero ampliate le sue proprietà ..." dà la seguente definizione: "Villa... quae propre urbem est exstructa" (Villa edificata vicino alla città).

UN PO' DI STORIA

Origini ed epoca preromana. Le prime testimonianze. A testimonianza dell'antichità di Villorba aiutano molteplici antiche pergamene, documenti nei quali il vecchio villaggio di Villorba viene ricordato già dall'anno 982 d.C., quando i bellunesi guidati dal loro Vescovo Giovanni aggredirono il Trivigiano” ... et poi, passata la Piave, con mirabile prestezza pigliorno... Villa Orba ...". In quell'epoca, oltre mille anni fa, Villorba ricadeva sotto il dominio dell'imperatore germanico Ottone I° ed era annoverata tra i beni di proprietà della famiglia feudale dei Collato che furono tra i primi Conti di Treviso. Il limite dei beni patrimoniali dei Collalto a Sud, verso Treviso era costituito dalla strada Postumia romana e tali beni nel  trevigiano annoveravano "... tutta la parte compresa tra il Piave, il bosco Montello e la linea che va da Montebelluna a Musano e da Musano lungo la via Postumia fino al Piave...".I Collato scelsero Villorba come loro prima residenza in quanto collocata all'estremo limite dei loro possedimenti e nello stesso tempo luogo più prossimo alla città di Treviso che amministravano in qualità di Conti. In un'altra pergamena dell'anno 1005 Alberto, giudice di legge romana, figlio del fu Toprando e sua moglie Talia, per nascita di legge alemanna e per matrimonio di legge romana, donano al monastero di Sesto in Silvis (Friuli) alcune loro proprietà tra cui la "curtis" (corte) di Piovenzano, località posta attualmente in Lancenigo di Villorba e che comprendeva anche un castello, una chiesetta, la cappella di Sant'Alberto, foreste, mulini, e numerose case coloniche. 

Villorba, ha origini molto antiche. Fu probabilmente la ricchezza di acque e l'abbondanza di flora e fauna ad attrarre qui gli insediamenti umani fin dall'epoca preromana. Gli studiosi testimoniano come attorno al IV secolo a. C. le popolazioni celtiche si avventurarono nei suoi territori. Ma successivamente sono i segni di una ritualità e della devozione religiosa propri dell'età preromana a testimoniarci l'inserimento di queste terre nel piano strategico di difesa del confine imperiale romano nord orientale. Fondamentale fu per Villorba essere inserita nell'imponente sistema stradale che prese spunto dalla nascita della colonia di Aquileia (nel 181 a.C.) e la susseguente centuriazione dell'agro. Tracciata da est a ovest per favorire i collegamenti con le terre occupate nella Cisalpina e per propiziare la difesa dalle crescenti intemperanze delle popolazioni galliche delle vicine Dolomiti, la Postumia Romana rappresenta ancora oggi la concreta testimonianza che Villorba ed i suoi territori videro il passaggio dei Romani ed il nascere dei loro insediamenti.

L'età romana La presenza umana fu certamente rilevante in età romana, vista la vicinanza al municipium di Treviso. Ancora in epoca medievale si aveva memoria, per esempio, di un'antica villa romana posta in località Casal Vecchio (toponimo di chiara origine), dove tutt'oggi non sono rari i ritrovamenti di reperti antichi.

Non potendo contare su reperti e luoghi ancor visibili Villorba, come del resto tutto il territorio trevigiano, pur vantando un antichissimo legame con la civiltà romana, fra le tante città del Veneto, assieme a Treviso, è quella meno conosciuta dal punto di vista storico ed archeologico dei luoghi romani della Venetia d'allora. La limitatezza di fonti certe e la mancanza di uno studio archeologico organico della zona, hanno da tempo indotto gli studiosi a catalogare Treviso e la sua immediata periferia come una realtà romana marginale, del tutto periferica. Ciò nonostante sono stati rilevati negli anni documenti storici e reperti che testimoniano retaggi della centuriazione romana. Al punto che i siti rilevati a Villorba sono stati ben tredici. A Villorba all'incrocio fra via Centa e via Garibaldi, esisteva a memoria d'uomo un cippo conosciuto con il nome “termine” che coincideva con l'incrocio di un cardo e di un decumano. Ad ovest di via Volpere al n. 5, nel 1950 si rinvennero sepolture di età augustea, con reperti conservati nel Museo Civico di Treviso. A sud di via Centa, in località La Villa, furono ritrovati (e poi dispersi) laterizi di età romana. Ad est della Statale 13, in prossimità della Cartiera Marsoni, avvenne il rinvenimento di una punta di lancia in ferro con innesto a cannone, andata purtroppo dispersa. I numerosi lavori di scavo nel territorio riportano al ritrovamento di monete di età giulio-claudia a Catena, presso le case Breda; come negli anni '30 di una sepoltura di età romana, con copertura di laterizi. Altre significative tracce della civiltà romana furono avvistate a Fontane dove furono rinvenuti mattoni utilizzati per una antichissima condotta idrica. A Lancenigo vennero invece recuperati laterizi e frammenti ceramici. Ma è San Sisto il luogo dove, con più frequenza, si sono individuati indizi certi della civiltà romana a Villorba. A sud della scuola elementare si rintracciarono frammenti anforacei. Soprattutto all'interno della chiesetta omonima, durante il suo restauro, si rinvenne un gran numero di reperti.

Le antiche strade Il territorio villorbese è stato attraversato da numerosi assi viari, punti nevralgici dell'Impero Romano prima e per rendere più facili i collegamenti di Venezia e della Serenissima con il Nord Europa poi. La Postumia Romana (che transita poco a sud del capoluogo di Villorba) taglia ancor oggi il centro di Catena. Fu costruita nel 148 a.C. Da Spurio Postumio Albino per collegare Genova ad Aquileia. La Claudia Augusta Altinate, completata nel 45 d.C. dall'Imperatore Claudio, rivestì grande importanza per il territorio villorbese, anche se in realtà lo interessò solo per poche centinaia di metri. Il basso Medioevo spostò commerci e dei traffici lungo altre direttrici: Cal Armetera, che transitava per Lancenigo e S. Sisto verso Maserada e si congiungeva più a nord della Postumia (le attuali vie Piave e Montegrappa ne ricalcano il percorso), Cal Lovadina Cal Dreta, Cal del Rovero e la Stradona

Villorba terra di passaggio e di invasioni I Villorbesi non conobbero solo le devastazioni che nei secoli successivi alla caduta dell'Impero Romano furono caratteristiche dei territori invasi dalle popolazioni "barbariche". Villorba, seppure nascosta dalla folta vegetazione dei boschi che la circondavano, era pur sempre collocata a fianco dell'importante arteria della Postumia, strada romana per eccellenza, nel '500 denominata anche "Strada Postale" o "Strada Regia". Questo, se da un lato facilitava i rapporti commerciali, dall'altro esponeva ai pericoli di incursioni e violenze: nel caso di guerre, quando gli eserciti transitavano frequentemente per questa via, non era improbabile una loro sortita su questo paese, ricco di stalle con bovi, cavalli e generi alimentari e, come si è visto, si ha notizia fin dal 982 di un saccheggio di Villorba da parte delle truppe bellunesi: Villorba non aveva da opporre alcuna difesa, essendo d'altra parte impossibile, o quasi, fortificare un terreno completamente piano e mancante di paludi nei dintorni. Alcuni secoli dopo, nel 1318 (10 novembre) il famoso condottiero Can Grande della Scala, "...all'hora de vespro giunse ... a Villorba ... et sua gente fece molto danno alli contadini ...": poche parole ma che la dicono lunga sulle conseguenze dell'invasione. Ecco come il Sindaco di Villorba sintetizza la serie di sventure che seguirono al passaggio degli eserciti austriaci e francesi dal 1801 al 1805: "... in vari tempi, ma singolarmente fino al 13 gennaro 1801, queste comuni di Villorba e Fontane furono bersaglio dell'indiscrezione e furore delle Falangi Alemanne devastando ovunque le arborature, viti, e tutt'altro, per cui moltissimi individui attoniti e sbigottiti soggiacerono a miserando saccheggio, e riportarono nella persona maltrattamenti e percosse. Il giorno seguente più fatale fu reso dall'improvvisa venienza de' Franchi e Cisalpini in numero eccessivo, talché dal bosco Montello fin a S. Artien e da Fontane a Povegliano, erano tutti quei luoghi infesti dalla dispersione e violenza del formidabile esercito, che senza freno e direzione saccheggiò le cose de' miseri fuggiti abitanti, e ciò accadde nel frattempo di circa ore 38 consecutive. L'orrore apportato a questo popolo e la stragge praticata da tal attruppamento sugli animali lanuti, vitelli, maiali e poli, fu incalcolabile, e quella de' grani comestibili, vino e fieno lo fu del pari, oltre tutt'altro che era in sua balia, spogliando le stalle d'animali d'attiraglio e da sella per tradur le lor donne (prostitute al seguito dell'esercito). Nelle campagne poi furono orribili i devastamenti pe' quali da molto tempo rimarrà la memoria." Nel 1801 proprio a seguito dell'invasione napoleonica, numerose case delle Castrette vennero incendiate: da allora e per molto tempo alle Castrette venne dato il nome di "Caxe Bruxae", cioè "Case Bruciate".

Dopo i Romani Dopo la caduta dell'Impero Romano del 476 d. C. pur se dominata la vicina Treviso dal 568 al 774 dai Longobardi e divenuta sede di un funzionario del re con compiti di amministrazione dei suoi beni, non ci sono segni precisi della presenza delle popolazioni barbariche in zona. L'ideale unione tra il dissolversi dell'Impero Romano e l'affermarsi di una amministrazione di origine germanica fu segnata dall'affermarsi di una organizzazione ecclesiastica capace di garantire continuità istituzionale ai territori. La cristianizzazione delle campagne trevigiane corrispose a Villorba con l'edificazione di un edificio di culto cristiano a San Sisto, testimoniata dai ritrovamenti delle mura e delle fondazioni del VII secolo sulle quali fu edificata l'attuale chiesetta tre secoli dopo. Del medioevo (dominato dalle dominazioni di goti, longobardi e franchi) in territorio villorbese non si ha traccia, anche se proprio in quel tempo (era il X secolo), l'appartenenza del territorio trevigiano ad un sistema amministrativo, logistico e militare ispirato a regole feudali di diritto germanico, propiziò la nascita di un centro caratterizzato da fondi e immobili chiamato con il toponimo di Villa Orba, la futura Villorba.

 La vicinanza della Postumia non portò solo benefici economici alla zona, ma anche frequenti saccheggi e distruzioni, in quanto importante arteria utilizzata da eserciti di passaggio. Nel 1318, ad esempio, Cangrande della Scala, con l'intento di attaccare Treviso, come abbiamo detto sopra, devastava Villorba. Tra il XIII e il XIV secolo, infatti, la Marca Trevigiana fu scossa dall'avvicendarsi di varie signorie: dagli Ezzelini si passò ai Caminesi, quindi agli Scaligeri e infine ai Carraresi. Solo sul finire del Trecento la Repubblica di Venezia riuscì a prendere il definitivo controllo del territorio, il che assicurò una lunga stagione di stabilità e relativo benessere (salvo la parentesi della guerra della Lega di Cambrai). È questo il periodo in cui varie famiglie patrizie, attratte dalla bellezza del luogo e dalle opportunità economiche derivanti dall'agricoltura locale, eressero anche a Villorba diverse ville.

Dopo la caduta della Serenissima Villorba fu vittima degli sconvolgimenti portati dagli eserciti francese e austriaco che, proprio nel suo territorio, si affrontarono nel 1801. Per poi rimanervi per altri quattro anni, con gravi sofferenze nella popolazione locale. Il Comune di Villorba fu costituito nel 1816 con la fusione dei centri di Villorba, Lancenigo, Castrette, Limbraga, Fontane e Piovenzan. Negli stessi anni venne realizzata la linea ferroviaria di collegamento con Vienna. Trent'anni più tardi, durante la prima Guerra d'Indipendenza, il territorio villorbese fu teatro di sanguinosi scontri armati. Nel 1866 Villorba, come del resto il Veneto, fu annessa al Regno d'Italia. Poi la Grande Guerra.

Villorba e la  Grande Guerra   Merita segnalare che durante la Grande Guerra Villorba si trovò, dopo la disfatta di Caporetto, nelle immediate retrovie del fronte sul Piave ( proprio per questa sua contiguità con il fronte nel suo territorio, in località Venturali, ebbe sede un campo di aviazione italiano che verrà bombardato da una squadriglia aerea austriaca il 20 febbraio dell'anno 1918) ed ebbe a soffrire molto per questa sua prossimità al fronte  tanto che nel 1917  il suo territorio venne completamente attraversato dal "Campo trincerato di Treviso" che doveva costituire l'ultimo baluardo in caso di cedimento del fronte del Piave. Il "Campo trincerato di Treviso", come documentato dalle mappe del Museo della Terza Armata di Padova, partendo dal Sile a Casier, si snodava ad est e a nord della città seguendo la direzione di Piave e Montello. La linea che partiva di fronte a Casier, in località Molinella, era la più arretrata. Consisteva in una profonda trincea, protetta da un reticolato steso per una larghezza di due - tre metri, che risaliva verso nord quasi in linea retta. All'incontro con la Callalta formava un primo caposaldo, proseguiva per San Floriano (altro caposaldo) e da qui raggiungeva la cartiera di Mignagola (all'epoca "Cartiera Reali"), dove le difese erano potenziate. La linea proseguiva poi per Pezzan e Lancenigo, circondando completamente il caposaldo formato dal centro di Villorba (Carità, ove sorge oggi la sede Municipale) proseguendo per terminare poi a Ponzano.

Dopo la ritirata di Caporetto, come abbiamo detto, Villorba si trovò nelle immediate retrovie del fronte sul Piave, in una zona considerata nevralgica. Proprio per questo vi stazionavano truppe italiane ed alleate. Nella Cartiera Marsoni (oggi Burgo) stazionavano le truppe scozzesi. A Lancenigo era situato l'ospedale delle truppe inglesi e una parte del cimitero era riservata alla sepoltura dei soldati britannici. Villa Angaran fu sede del Comando italiano. (Tutto il materiale è stato tratto dal sito ufficiale del Comune di Villorba)

Ci fermiamo qua per il momento: altri spunti di storia di questa comunità li tracceremo man mano che il nostro viaggio proseguirà.

E' ora di inforcare la bicicletta e iniziare a pedalare. Il punto di partenza è sul piazzale antistante la chiesa di Fontane. Lì un buon parcheggio ci aiuterà a lasciare l'auto e a scaricare la bicicletta. Siamo appunto nella frazione di Fontane.

FONTANE (Giustignago o Lago di Giustina)

Nota anticamente come Giustignago o Lago di Giustina, un tempo Fontane dev’essere stata percorsa da decine e decine di corsi d’acqua sorgiva i quali, a loro volta, scaturivano da innumerevoli fontanazzi: un ambiente ancora intatto, ricchissimo di vegetazione, di animali selvatici, volatili e pesci. Ma nei contratti d’affitto il proprietario fin dai tempi antichi obbligava l’affittuario “ad perpetuam fundi meliorationem declivia acquosa et palludiva, loca implendo, novas fossadationes ...”, scavando nuovi fossati e riempiendo i luoghi paludosi. In altri contratti si legge dell’obbligo per gli affittuali di “atterrare i fontanazzi” scaricandovi dentro frasche e poi pietrame trasportato con le “barelle”. Una lotta contro la natura che serviva a conquistare pochi metri quadrati. Fontane fu caratterizzato, oltre che dalle risorgive abbondanti, dalla predominanza che vi ebbe la vita agricola: ottimi terreni, facili da irrigare, rendevano conveniente la coltivazione dei cereali e delle vigne. I grandi complessi rustici erano relativamente pochi: erano per lo più proprietà di nobili, di monasteri e della ricca borghesia trevigiana. A fianco di questi grandi proprietari, alcuni piccoli coltivatori diretti vivevano una precaria esistenza in casoni di tavole e paglia. Tuttavia, nel corso dei secoli, il numero dei piccoli proprietari aumenterà progressivamente.

Che Fontane fosse caratterizzato soprattutto dalla sua realtà agricola, lo testimonia anche l’insistenza con la quale negli estimi compaiono nomi di luoghi riferiti alle varie denominazioni dei terreni: nell’Estimo del 1710 vengono riportati i toponimi di “Campagna, Campagna della Carità, In Cao la Campagna, Campagnazze, Campazzo, Campedel, Campei, Campetto, Campi, Campo del Prà, Campo di Giacomo ecc. Più o meno gli stessi toponimi troviamo nei secoli prima. Rispetto alla relativa presenza di toponimi indicanti altre attività, pur importanti come quella molitoria, se ne comprende il reale rapporto: (1499) “Molin, Molinella, Munera”; (1710) “Batirame, Molin di Fontane, Molinella”. Dagli antichi documenti dei Frati di S.Maria Maggiore di Treviso, possessori da tempo immemorabile di gran parte delle terre di Fontane, possiamo ricostruire tutta una serie di vicende legate alla vita agricola, alle tradizioni ed all’ambiente dei secoli scorsi in Fontane. I Frati di S.Maria Maggiore avevano il loro convento in Treviso: raramente e solo per brevi periodi qualcuno di loro soggiornava nelle proprietà di Fontane. Se ciò avveniva era in concomitanza con i periodi del raccolto, quando era utile la presenza per esercitare una certa sorveglianza diretta sugli affittuali. Le loro proprietà erano date a “livello” o in “affitto”, a grandi e piccoli proprietari, i quali a loro volta facevano lavorare la terra a braccianti. Trascorrendo i documenti si ha un’idea del mondo agricolo di allora: viene trascritto con accuratezza ogni particolare, dalla quantità delle piante coltivate (viti, frutteti, alberi da legno e da cesti), alla quantità dei raccolti, le quantità dovute in pagamento, le varie dispute con gli affittuali, ecc.  

I Mulini Di Fontane.

Quale fosse la rilevanza dell’attività molitoria, nel territorio di Fontane, lo si può rilevare in una mappa del 1680. In essa vengono elencati e disposti nel luogo esatto i vari mulini, o “folli da panni”, “battiferro” ecc. Subito al di qua della Postumia, presso villa Marani, allora territorio di Fontane, vi era l’edificio da “Batirame del N.H. Domenico Gritti”: usufruiva di una sola ruota. Poco più a Sud, dove vi è ancor oggi una piccola centrale idroelettrica, vi era un “Maglio da Ferro del N.H. Domenico Gritti” che nel 1680 era ancora in costruzione. Presso la Chiesa Vecchia era collocato poi il “Molino di due Rode delli Reverendi Padri della Maddalena di Treviso”. Una grande attività, dunque, che a Fontane è attestata fin dal 1348, anno nel quale troviamo nominato “Pietro Munaro de Fontane”.

II mulino presso la Chiesa vecchia di Fontane. (1400)

mappa del vechio Mulino civino alla chie

In una bellissima mappa disegnata dopo il 1490, viene rappresentato un complesso di edifici definito “Molin dei Reverendi Padri”. L’antico mulino di però risale al ’400. Una scritta, poco più in là, specifica che quella “Terra Possede gli Reverendi Padri di Santa Maria Maddalena” di Treviso. Questo antichissimo mulino, posto dove fino a pochi decenni fa sorgeva l’ex-Cartiera Brunelli, presso la Chiesa Vecchia, venne donato al Monastero da “Zuanne Andrea Marangon in Treviso” nel 1466. Immediatamente dopo questo atto e precisamente il 7 aprile 1467 i frati acquisteranno alcune terre a ridosso del mulino divenuto di loro proprietà. L’acqua della Piavesella e Molinella che faceva funzionare le ruote del mulino, serviva però anche per trasportare il legname ricavato dal taglio dei boschi e spesso l’urto dei tronchi contro le pareti che servivano a regolare il flusso dell’acqua sulle pale, le poteva anche distruggere. E quello che avvenne nel 1578. Lo apprendiamo da una lettera con la quale il Procuratore Lorenzo Correr, nobile veneziano, ammette le sue responsabilità per aver causato col trasporto del legname il danno descritto. La quantità d’acqua fornita dalla Piavesella per far girare la pale del mulino, non era sempre sufficiente e successe spesso che i mulini ed i “folli da panni” rimasero senza possibilità di lavorare. Proprio per acquistare maggior quantità d’acqua i frati di S. Maria Maddalena fecero a più riprese scavare il letto del fiumiciattolo “la Molinella”, che si univa con la Piavesella a nord del Mulino. Il mulino ancora nel 1782 risulta essere sempre di proprietà dei frati: nell’anno successivo verrà però venduto al Nobile Giulio Corner (15 ottobre 1783) che acquista le proprietà dei Padri Gerolimini di Treviso (Frati di S.M. Maddalena). Ancora nel 1810 è proprietà dei Corner; leggiamo nell’Estimo: “Molino de grano in ruote n. 2 d’affitto”; la località è definita ancora “al Molin”. Più tardi esso verrà trasformato in cartiera.

LA CHIESA DI FONTANE (XX sec.)

Fontane, constatata alla fine del 1800 l'inadeguatezza della Chiesa Vecchia (troppo piccola per contenere una popolazione che all'epoca raggiungeva le 1550 persone), volle dotarsi di una nuova chiesa. I lavori per edificare la nuova chiesa iniziarono nel 1902 e proseguirono per oltre 10 anni, grazie alle offerte dei parrocchiani che fecero a gara. Così che nel 1913 venne consacrata come "Chiesa Nuova" e intitolata alla Natività della Beata Vergine Maria. Dopo la guerra la chiesa si arricchì di un organo, di arredi e marmi e venne eretto nel 1946 il campanile, dotato di tre campane: Nazarena. Maria e Immacolata, consacrate nel 1956. Pregevole l'affresco della cupola del Bargellini, il prezioso crocefisso in legno dipinto del '700. Proveniente dalla Chiesa vecchia e custodito gelosamente (e quindi non esposto) in quella nuova, un oggetto molto prezioso del XIV secolo: la croce in argento sbalzato, riccamente decorata da una complessa simbologia.

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Visitata la chiesa di Fontane, gli diamo le spalle e andiamo in direzione ovest su via Trieste per 100 metri. Quindi a sinistra e avanti altri 100 metri. Ora, davanti a noi ecco una chiesetta oramai costretta tra palazzi e attività commerciali. Siamo in Piazza Cadorna.

LA CAPPELLA DI PIAZZA CADORNA (XVIII Sec.)

Quasi di fronte all’osteria al “Morer” (dall’antico gelso che vi cresce a fianco), sorge una chiesetta risalente al ’700, che nel 1806 viene elencata come proprietà privata del Sig. Vanna Tergardi Francesco. Il suo titolo era di S. Giovanni Battista, detto il “Precursore”. La proprietà passò poi alla metà dell’800 al Sig. Franchini: l’Agnoletti, in riferimento alla necessità di erigere una nuova chiesa a Fontane, scrive testualmente che qui “... sarebbe il sito più acconcio per erigere la parrocchiale nuova e capace per essere come centro della popolazione ...”. In qualche maniera quindi questa chiesetta anticipa la nuova Chiesa di Fontane.

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VERSO VILLA "VETERE" LA ANTICA VILLA ROMANA

Visitata la cappella di Piazza Cadorna e dandogli ora le spalle ci dirigiamo a ovest sulla rotonda, teniamo la destra e quindi facciamo 200 metri in via Astico. Giriamo quindi a sinistra in via Po per 30 metri e quindi subito a destra per via Fosse. Fatti 400 metri, la strada diventa una carrareccia di campagna. Pedaliamo in direzione nord per circa 400 metri e quindi svoltiamo decisamente a destra e proseguiamo per altri 400 metri. Ora a sinistra in via Pola. Percorsi circa 1 km. Su via Pola, sulla nostra sinistra un bellissimo capitello votivo.

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E’ dedicato a San Giovanni, ma compaiono anche altre figure come San Rocco per esempio.

Avanti ora 400 metri e quindi a sinistra in via Lo Stradone. Ancora a nord per altri 1,1 km. Siamo ora sulla Postumia.

LA VIA POSTUMIA

La Via Postumia è una via consolare romana fatta costruire nel 148 a.C. dal console romano Postumio Albino nei territori della Gallia Cisalpina, l'odierna pianura padana, per scopi prevalentemente militari. Congiungeva per via terra i due principali porti romani del nord Italia, Genova e Aquileia, grande centro nevralgico dell'Impero Romano, sede di un grosso porto fluviale accessibile dal  Mare Adriatico.

Percorriamo ora la Postumia in direzione ovest per circa 800 metri (attenzione al traffico!). Il corso d'acqua che intravediamo a circa metà strada è il Giavera, il torrente Giavera.

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Ora a destra in via Sant'Andrà per 600 metri e quindi ancora a destra in via Marcolin.
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Circa 800 metri più avanti (dopo aver superato un agglomerato di case anche di recente costruzione) entriamo a destra in via Casal Vecchio.

 

Sono questi i luoghi in cui sarebbe esistita una Villa Romana, villa che avrebbe secondo alcuni dato il nome anche a Villorba.

Percorriamo tutta via Casal Vecchio (700 metri) e quindi a sinistra in via XXIV Maggio per 200 metri. Giriamo a destra per 50 metri e quindi ancora a sinistra in via IV Novembre. Nei pressi di un bivio un bel Capitello Azzurro.

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Teniamo ora la destra. Siamo in via Cal Treviso. Procediamo per 400 metri e poi ancora a destra per altri 300 metri.
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Circa 300 metri a nord, sulla nostra destra il capitello di Sant’Antonio.
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Procediamo per altri 200 metri. All’altezza di una doppia curva, ecco i boschi!
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Pedaliamo per altri 500 metri. Ora giriamo a sinistra; siamo in via Molinello. Ora a sinistra e facciamo altri 600 metri. Ora andiamo diritti in via Campagnola. Poco oltre sulla nostra sinistra, annunciata da un cancello e poi oltre, ecco Villa Fanna Venturali.

 

VILLA FANNA VENTURALI (XVIII Sec.)

 

Lungo la strada che unisce Visnadello a Povegliano, sorge Villa Venturali Fanna; siamo in località Venturali, toponimo legato al nome della famiglia che la edificò e che, attraverso i suoi eredi, continua ad abitarla. “I primi documenti che si riferiscono al complesso architettonico risalgono al 1705. Inizialmente la villa non aveva l’aspetto attuale, ma constava di un corpo centrale, di una piccola barchessa e di un oratorio, tutt’oggi consacrato, dove sono sepolti gli antenati dei Fanna e dove, occasionalmente, ancora si celebra messa. La villa è sorta come “casa dominicale”, casa legata cioè alle terre e all’azienda che gestiva l’attività dei campi, ed era abitata prevalentemente durante il periodo estivo. Nei tre secoli di vita il complesso ha subito numerose trasformazioni, alcune consistenti come la creazione delle due ali laterali, altre minori come la suddivisione di alcuni ambienti, al suo interno, per adattare gli spazi della villa al numero degli abitanti del momento.

Fino a non molti anni fa il cancello di ingresso veniva lasciato stabilmente aperto per condividere lo spazio del parco, lasciando libero accesso ad adulti e bambini, per passeggiare attorno al laghetto o per giocare tra il verde. Per alcuni anni la villa è stata anche sede di corsi estivi musicali per bambini.

Anche il bel parco che circonda Villa Venturali Fanna vanta la sua storia: “L’assetto attuale risale al 1890, quando Giuseppe Fanna, decise di creare, disegnandolo personalmente, il giardino così come ancora oggi si può vedere. L’albero più antico, è il grande cedro, piantato nel 1820.

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Appena più in là, sempre sulla sinistra della strada potremo ammirare il retro di Villa Fanna e l’oratorio.
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Agnoletti riporta la data di costruzione del 1793, ma già nella metà del ’700 ne erano proprietari i da Monte: passò ai Venturali nel 1709. Nel 1878 ne erano proprietari i Cattarin ed infine, nel 1923, i Fanna, attuali proprietari. Si scrisse che la festa della Purità venne profanata dalla gente del luogo che usava la chiesetta come sala da ballo e nel 1868 si “lucravano” indulgenze.

Torniamo ora sui nostri passi e quindi invertiamo la rotta in direzione sud. Avanti circa 1 km e quindi a destra nei pressi di “Verde Market”. Giù 100 metri e quindi a sinistra per altri 200 metri. Stiamo per uscire sulla Pontebbana, trafficatissima strada! La facciamo in direzione sud per 100 metri e poi andiamo a sinistra in via Isonzo. (Abbiamo sconfinato nel territorio di Visnadello). Circa 100 metri più avanti passeremo sopra un ponte. Le acque che vediamo sono quelle della Piavesella. Proseguiamo dritti ora per 800 metri e quindi andiamo a destra in via Spinelli. In direzione sud per circa 300 metri e quindi all’altezza di una vetreria, teniamo la sinistra continuando il nostro viaggio. Cica 600 metri dopo, la via assume la denominazione di via Talpon. Il toponimo richiama chiaramente la presenza secolare di “talpon” cioè pioppe. Procediamo per altri 500 metri. Usciamo ora sulla principale, via Liviana Scattolon, a destra per 200 metri e alla rotonda prendiamo la prima uscita su via della Cartiera. Avanti 1 km e quindi teniamo la direzione Conegliano e usciamo in Pontebbana. Circa 400 metri più avanti i luoghi della vecchia Cartiera, ora Cartiera Marsoni.

LA CARTIERA MARSONI

Quella che attualmente è la Cartiera Marsoni nel 1710 non esisteva ancora, evidentemente venne costruita proprio nel corso del ’700, se noi troviamo nel Catasto Napoleonico che qui vi era una enorme “Cartara d’affitto a cinque Ruotte”, di proprietà del Gritti. Nel 1590 si formò, per lo sfruttamento della Piavesella un consorzio volontario tra i paesi limitrofi (il Consorzio della Piavesella) e fu così che in questa parte del territorio trevigiano delimitata a nord dall'abitato di Visnadello, ad ovest dalla strada  Pontebbana e a sud dalla Postumia romana, tra il '600 e l'800 troviamo, posti a cavallo del corso d'acqua della Piavesella e nel raggio di alcuni chilometri, numerosissimi opifici, tra cui ben quattro cartiere  tutte proprietà del patrizio veneziano Gritti, ma anche battiferro, segherie, folli da panni. Tra i più antichi siti archeo-industriali della Piavesella va indubbiamente citato il sito della Cartiera Marsoni che vede il suo continuativo impiego fin dal 1468. L'antichissima "Cartara da carta strazza" divenne poi nell'800 la Cartiera Marsoni che è ancora attiva.

Più o meno di fronte la cartiera e attraversando la strada ci rechiamo in via Cesare Battisti. Circa 500 metri più avanti attraversiamo la rotonda e proseguiamo dritti per altri 900 metri. Alla rotonda teniamo la destra. Alla successiva rotonda teniamo ancora la destra e andiamo avanti fino alla successiva rotonda al centro della quale ecco un capitello. E’ il capitello di via Chiesa.

IL CAPITELLO DI VIA CHIESA

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Il Capitello dell’Immacolata posto all’incrocio di via Chiesa con via Centa, decorato con affreschi dei Santi Patroni Fabiano e Sebastiano collocati ai lati e, frontalmente, riporta l’apparizione della Beata Vergine a Santa Bernardette, ma all'inizio del 1800 era dedicato alla Beata Vergine dei Dolori.

Proseguiamo allora su via Centa per altri 100 metri, quindi a sinistra per altri 100 metri e quindi a destra su via Corte per 300 metri. Ora a destra in via Pasubio per 100 metri e quindi a sinistra in via Centa. Teniamo la sinistra quindi: poco più avanti il capitello di Via Centa

CAPITELLO IN VIA CENTA

Oggi questo capitello è dedicato alla Madonna: è posto appunto lungo il rettilineo della via Centa. Dalle mappe del 1810 notiamo però che allora era dedicato a “S. Catterina”, inoltre era posto all’incrocio tra la via Centa ed una strada che univa via Caseggiato con via Rocchette. L’importanza del luogo, oltre all’incrocio antico, deriva dal fatto che proprio a pochi metri dal sacello è stato ritrovato un capitello in pietra d’Istria di antica fattura, testimonianza che un tempo qui v’erano già delle abitazioni. Custodiva nel suo interno una pregevole tela con Ritratto di S. Caterina e Madonna con bambino. Attualmente il quadro, dopo un provvidenziale restauro, è conservato nella chiesa del paese

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Pedaliamo per altri 300 metri: sulla nostra sinistra il capitello di Via Caseggiato.

CAPITELLO DI VIA CASEGGIATO

Colonna del Sant’Antonio, in località Borgo, eretta attorno agli anni ’50 all’incrocio di via Caseggiato con quella dello Stradone. In nicchia, attualmente, sono poste e venerate le statuine del Santo e quella della Madonna

Scendiamo ora a sinistra in via Caseggiato e procediamo per circa 1,1 km e alla rotonda teniamo la destra: poco oltre sulla sinistra, la parrocchiale di Villorba.

 

LA PARROCCHIALE DI VILLORBA

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E' la chiesa di s. Fabiano e s. Sebastiano. La prima Chiesa di Villorba venne consacrata nel 1443 e prese il posto di una cappella posta al centro del paese, intitolata a San Sebastiano. Ad una sola navata, aveva alla sua sinistra il campanile. All'interno custodiva altari in marmo (quello maggiore è ancora esistente) ed una Pala di Palma il giovane che raffigurava i Santi Sebastiano e Fabiano (tutt'oggi protettori di Villorba). Poco prima che la Repubblica di Venezia terminasse il suo corso storico, un sacerdote, tale Bartholomeo Varaschini, venne inviato a Villorba per assumere l’incarico di Parroco. Era l’anno 1785, il 4 luglio: egli veniva a sostituire il suo predecessore, Gasparo Callovanich. Con tutta probabilità il Varaschini si attendeva di trovare una chiesa dignitosa, con una sagrestia ed arredi decenti; lo aspettava invece una situazione di tale degrado da spingerlo allo sconforto più totale. Nelle sue note manoscritte, dedicate alla “... memorie de’ miei successori ...”, ecco come descrive questa sua difficile esperienza: “... eletto a questa Parrocchiale Chiesa di SS.MM. Fabiano e Sebastiano di Villorba l’anno 1785, li 4 luglio, e preso possesso sì spirituale che temporale della medesima li 11 Settembre con mie indicibile doglia ò ritrovata prima di tutto la chiesa aventi i banchi pezzenti e laceri, il coro con pavimento sospeso, la custodia del SS. Sacramento del tutto indicente. La Sagrestia quasi spoglia di molte supeletili di prima necessità e massimamente di biancheria. Le coperte degli Altari del tutto laccere. Li confessionali periclitanti, e per fine la poca quantità de’ campi consistente in numero di 8,5 circa, derelitti e (non) postati ...”. Passato il primo momento di sconforto, il Varaschini inizia l’opera di riordino della chiesa, coinvolgendo in questo i parrocchiani. Nelle terre di proprietà della Chiesa di Villorba, dette del Beneficio della Chiesa stessa, il Varaschini curò che vi venissero piantati numerosi gelsi, i quali servivano per i bachi da seta, ma anche per sostenere i filari delle viti. A quel tempo la chiesa è ancora di piccole dimensioni, ad un’unica navata e non ha neppure il campanile, “... ma solo un casotto di legno ...”, dove erano collocate le campane, come testimonia Zuane Pavan, “omo di Comun”; eppure era certamente molto più ampia di quella piccola “cappella” che le diede origine forse verso l’anno mille. Come tutte le cappelle costruite in quell’epoca così lontana, le dimensioni della Chiesa di Villorba saranno state certamente di pochi metri quadrati, quasi un “capitello”. Ampliamenti ne ebbe certamente già nel 1443, quando la chiesa venne consacrata ed eretta in Parrocchia: infatti la consacrazione seguiva di solito un ampliamento di così notevoli proporzioni, da richiedere nuovamente un atto consacratorio del luogo. Fin dai primi tempi la “cappella” di Villorba dipende dall’Abbazia di Collalto i cui monaci, come d’altronde i Conti di Collalto, la dotano di varie Prebende e terreni: già nel 1535 la chiesa di Villorba possiede una “casa de coppi con tre pezze di coppi e do’ tezze de paia, con forno et horto”. Di tutte queste proprietà ai primi decenni del ‘600 rimaneva ben poco: i parroci via via succedutisi nel tempo la avevano in gran parte alienate a loro proprio tornaconto. Accadde così che i parroci succedutisi a Villorba, dopo il Venago, dovettero in ogni modo cercar di ottenere aiuti finanziari dai parrocchiani. La questione esplose in modo aspro nel 1806: a quel tempo il parroco di Villorba, pur di ottenere un maggior introito dalle questue in suo favore e del cappellano (suo fratello), commise una serie di abusi e sopraffazioni nei confronti dei Villorbesi; Costoro, forti della “... antica consuetudine, praticata sino il giorno d’oggi, riguardante il Cappellano ...” gli si opposero. Insomma, la caduta della Repubblica Veneziana e l’occupazione del Veneto da parte del Governo Francese, impedì al parroco di vincere la causa contro i suoi parrocchiani.

Nella chiesa di Villorba, anche in tempi recenti, usavano recarsi di domenica anche gli abitanti di Fontane di Sopra. La chiesa di Fontane era infatti posta a sud del paese, creando problemi a coloro che abitavano nella zona “la Colombara” (ora exAgenzia Ancillotto); lo stesso accadeva in caso di urgenza nel somministrare i Sacramenti ai malati.

Nel 1948, su progetto dell'architetto Candiani, vennero iniziati in economia i lavori della nuova chiesa, nata grazie all'aiuto dei cittadini, aperta al culto e benedetta nel 1952. Conta tutt'oggi su un campanile alto 69 metri realizzato tra il 1810 e il 1826 e su quattro campane, l'ultima delle quali consacrata nel 1962. A Castrette troviamo la Chiesetta dell'Assunta (foto 4), piccolo oratorio settecentesco, un tempo cappella privata del palazzo dominicale dei nobili Grimani da Venezia. Attualmente presenta sulla facciata d’ingresso, un bel portale in pietra d’Istria con all’interno una stanza sulle cui colonne d’angolo risaltano capitelli neoclassici ed, in posizione centrale, un altare in marmo adorno di intarsi.

Visitata la chiesa di Villorba, gli diamo le spalle, ritorniamo in strada e andiamo in direzione sud per circa 200 metri. Sulla nostra sinistra un capitello.

IL CAPITELLO DI VIA TRENTO

L’edicola del Cristo con copertura ad arco che sorge all’incrocio di via Trento con la stradina di via Morganella, porta in nicchia un’icona a stampa con un Gesù benedicente tra un crocchio di bambini.

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Pedaliamo ancora in direzione sud su via Trento per altri 100 metri. Ora prima del cimitero teniamo la destra e passiamo dietro il cimitero. Siamo in via Gardazzi. Altri 600 metri e siamo sulla Postumia. Lì giriamo a destra. Ancora qualche pedalata e quindi giù a sinistra. Ancora 900 metri e quindi a sinistra per 100 metri in via Colombero: sulla nostra sinistra un Capitello.

 

 

IL CAPITELLO DI VIA COLOMBERO

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Andiamo avanti per circa 300 metri e proprio di fronte a noi l'Ex agenzia Ancillotto ovvero la vecchia azienda agricola di Niccolò Pinadello. 

L'EX AZIENDA AGRICOLA PINADELLO

Tra Fontane e Villorba, in località “Colombera” (ex-agenzia Ancilotto) sorgeva già ai primi del ’500 un grande complesso rustico: era la villa agricola del Nobile Nicolò Pinadello. Nicolò Pinadello è citato anche in un documento del “Lunedì, Aprile 1573”, sul quale si annota che il Pinadello ed altri cittadini di Villorba e Fontane protestano per la fluitazione del legname lungo la Piavesella, poiché causava la tracimazione dell’acqua, inondando i campi. Nicolò Pinadello ebbe un solo figlio, Giovanni, il quale rimasto senza eredi maschi lasciò i suoi beni alla figlia Lucia. Il complesso edilizio viene così descritto verso fine 500: “... Casa da statio, alta, murata, solerata, coverta a coppi, per uso suo et per uso delli habitadori; tezza da ara, contigua stalla da animali forno et caneva de muro coverta a coppi, cortivo et horto, et una pezza de terra contigua, parte attiva, piantada, vidigata et in parte prativa, in diversi cavedini ...”. Passato quindi ai Pola, il complesso edilizio dei Pinadello viene rappresentato in una magnifica mappa eseguita dal Pubblico Perito Antonio Calligaris attorno al 1680. In essa compare lo stemma dei Pola a strisce bianche e rosse. Vi si nota un grande edificio a tre piani con innumerevoli finestre e camini: a lato un’alta torre “colombaia” (da cui il toponimo di “Colombera” che comparirà sempre nelle mappe successive), una vera da pozzo al centro del “Cortivo” e poco più in là l’enorme struttura comprendente stalle e fienili. Al di là della “via pubblica” vi è la scritta “Lavago”: è il lavatoio che diede origine al toponimo “Lavaio”. La località verrà così trascritta nei documenti con la doppia denominazione di “Colombera” e “Lavaio”. La proprietà rimase ai Pola anche nel ’800: nell’Estimo del 1810 risulta che la proprietà era di “Antonio Pola qm. Paulo Pola”; in località “Colombera”, si scrive, essi possedevano una “Casa da Gastaldo”. Ai primi del Novecento la proprietà passò agli Ancillotto, che la rilevarono dai Felissent. Oggi a testimoniare il passato di questa “villa agricola” resta un affresco di grande vitalità: vi è raffigurata una scena agreste nella quale due possenti buoi bianchi, dalle “corna levate”, come si diceva un tempo, trainano un aratro da terreno pesante, a due ruote appunto; i buoi sono pungolati da un contadino con la verga alzata in atto di percuotere, mentre un altro tiene con forza l’aratro. Fino a pochi decenni fa il luogo aveva conservato parte del suo fascino: anche la sua stessa funzione era rimasta quella d’un tempo, legata al mondo agricolo. Oggi sorge nel centro della zona industriale ed anche il “lavaio” è stato distrutto. Se ne potrebbe salvare per lo meno il caratteristico affresco.

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Sfruttando ora la ciclabile posta sul ciglio destro della strada andiamo in direzione sud in via Trieste per circa 500 metri e quindi andiamo a sinistra in via Cavini.Circa 500 metri e quindi a destra. Altri 600 metri e quindi a destra in via Pastro Circa 1 km e poi a sinistra in via Piavesella. Facciamo quindi 300 metri e quindi teniamo la destra: iniziamo a percorrere l'argine sinistro del Canale Piavesella.
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Lo facciamo per 600 metri: attraversiamo via Cave e procediamo ancora dritti altri 600 metri. Ora a destra, qualche metro e quindi a destra in via Molino. Altri 100 metri e quindi a sinistra in via Fontane. Circa 300 metri più avanti teniamo ora la destra: ecco la chiesa di Fontane Vecchia.

LA CHIESA DI FONTANE VECCHIA

 La presenza a Fontane di un nucleo storico e di una chiesa denominata Santa Maria de Fontanis già dal XII secolo testimonia un passato antico. Ma la chiesa che ancor oggi è visitabile e frequentata per le funzioni della comunità, chiamata Chiesa Vecchia, risale (secondo una piccola lapide in essa contenuta, relativa alla consacrazione) al 1601. Di stile romanico lineare, con il soffitto a capriate in legno, presenta una bella torre campanaria romanica risalente probabilmente al '200. Alcuni frammenti di affreschi ci dicono che l'antico interno doveva essere interamente ricoperto di pregevoli pitture. Si intuisce che tutto attorno alle pareti vi erano ricche cornici entro cui erano raffigurati i santi più venerati. In due importanti frammenti sulla parete sinistra si distingue una Madonna seduta in trono con il Bambino in grembo. In una lunetta sopra il trono è raffigurato invece l'Eterno Padre , accanto al quale, poco distante si intuisce la presenza di un santo. Affreschi da collocarsi tra la fine del XIV secolo e la prima metà del XV. Chiesa Vecchia propone un bel pulpito della fine del XVI secolo costruito in legno. Curiosa la mano recante la croce che sporge dal bordo. Gli altari laterali presentano forme sobrie e di grande eleganza. (benché barocche) e sono originari del XVII secolo.

Interessanti le formelle ai lati del coro, di piccole dimensioni incassate in nicchie rettangolari. Di autori diversi, risalenti al XVII secolo, rappresentano la Fede e Re David che danza per il Signore. Del XVI secolo sono invece la statue lignee di S. Pietro e S. Paolo, peraltro pesantemente ridipinte. Meritano attenzione le tele dipinte e poste ai lati dell'altare: la Nascita della Madonna, (firmata da Gasparo Narvesa, pittore pordenonese vissuto tra il 1558 ed il 1639), che ha subìto l'influenza di Paolo Veronese. Ha colori molto belli, compromessi da una ridipintura che ne altera i toni originali. Curioso il fatto che nella firma il pittore si definisca scevolus ovvero mancino. Dall'altra parte un'opera di delicata fattura, con un felice accostamento dei gialli e degli azzurri, rosa violacei e verdi. Sono i Tre Santi con Madonna in alto attribuibili a Bartolomeo Orioli, pittore trevigiano nel secolo XVII. Due curiosità poco note: la Chiesa Vecchia fu trasformata tra le due guerre in abitazione di un chimico della Cartiera Marsoni. Inoltre le campane del campanile vengono ancora oggi azionate a mano, fatto ormai molto raro in tutta la Marca.

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Torniamo sui nostri passi ed usciamo dalla chiesa e prendiamo ora via Fontane: teniamo quindi la destra e pedaliamo per 300 metri. Attraversiamo viale della Repubblica (la strada Ovest) e andiamo ancora avanti per 900 metri (strada di Fontane). Poco prima di entrare sulla "Pontebbana" sulla nostra sinistra ecco Villa Felissent. Intanto ne vediamo il lato sud 
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Procediamo e giriamo a sinistra. Poco oltre sulla nostra destra ecco ancora la Villa.

VILLA FELISSENT ANCILLOTTO

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Il notevole complesso di villa, oggi noto come villa Ancillotto, alle porte di Treviso, a mezzo tra i villaggi di Santa Maria del Rovere e Sant'Artemio, racchiude un patrimonio naturalistico incredibile. Porta il nome di Felissent che fu sindaco di Treviso, un personaggio “gigantesco” dal punto di vista culturale ed imprenditoriale. Si ha nota che quella che fu denominata prima Villa Valmarana, poi Querini e Veronese appartenne fin dal 1635 all'avvocato Triffon Fortezza e, 50 anni dopo, al collega Giovanni Querini. La villa dopo il devastante passaggio a Treviso dei soldati napoleonici che alla fine del '700 la ridussero in rovina, fu acquistata da un facoltoso lionese, luogotenente di Buonaparte, Gian Giacomo Felissent de Gayet. “Decise di fermarsi nel Veneto e farne la sua dimora. La acquistò ponendo subito mano al suo profondo restauro. A quei tempi le grandi proprietà requisite alla Chiesa venivano vendute per pochi soldi, perché nessuno le voleva comperare, perché tutti temevano la scomunica. Ma la villa non faceva parte del pacchetto napoleonico, venne acquistata pochi anni dopo. Nel tempo le storie delle famiglie Felissent e Ancilotto si incrociano alimentando un solidissimo patrimonio di terre da coltivare e di residenze di prestigio.

E' una autentica bellezza, lussureggiante come un bosco, caratterizzato da un laghetto più grande ed uno più piccolo sul frontale, un tempo ricco di ninfee. Villa Ancilotto custodisce degli autentici tesori arborei. Alberi secolari che sono sopravvissuti al passar dei secoli e che testimoniano la lungimiranza di chi li piantò. Come un maestoso platano di sei metri e sessanta di circonferenza ed un tronco di tre metri di diametro che è il vanto degli Ancillotto.

Attraversiamo ora la strada e quindi a nord a sinistra. Avanti circa 400 metri e sulla nostra destra ecco Villa Corner.

VILLA CORNER, UN PALAZZO

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Sorge proprio di fronte alla scenografica Villa Manfrin ed il suo ampio parco, sulla trafficata Strada Pontebbana. Voluta dai Corner, nel 1770 è passata a Gian Giacomo Felissent. Con la sua facciata sobria sorge direttamente sul margine occidentale della Pontebbana come fosse piuttosto un palazzo; denominazione data spesso nei documenti. Del resto, la presenza di un solo edificio di servizio in prosecuzione verso nord, senza traccia di parti rustiche, nonché privo di contiguità diretta con fondi agricoli, dovette segnarne fin dall'origine il carattere più di comoda residenza suburbana che di canonica villa.

Proseguendo ora sulla Pontebbana in direzione Nord e fatti altri 300 metri sulla nostra sinistra ecco Villa Zanetti.

VILLA ZANETTI (1600)

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Costruita nel 1600, riportata nel 2010 a grande splendore, la villa è sede dell'omonima Fondazione ed è quartier generale dell'azienda del caffè Segafredo. Ospita un auditorium di 140 posti. Nel bel parco troneggia una grande scultura di Arnaldo Pomodoro. E' una bella residenza padronale (pertinenza un tempo di Villa Ancilotto). Vi risiede Martino Zanetti, titolare e Presidente di Hausbrandt Trieste 1892 S.p.A, l'azienda di caffè, oltre che valente pittore, studioso di teatro, pittura, architettura, musica. Sin dalla giovinezza in possesso di specifiche opere di rilevanza internazionale, di Shakespeare, Ben Johnson e Inigo Jones, si è appassionato particolarmente alle opere di d'Annunzio (oltre 3000 documenti originali fra lettere dello scrittore alle sue amate, manoscritti e discorsi pubblici), diventando il maggior collezionista sia di opere originali edite che di testi storico critici e autografi, donati al Vittoriale.

Proseguiamo in direzione nord per altri 300 metri e quindi a destra in via Lancenigo.Circa 400 metri più avanti la strada diventa via Piave. Proseguiamo ancora per altri 700 metri, passiamo sopra il viadotto e ora la strada si chiama Via Franchini. Una ampia curva a sinistra e dopo 300 metri sulla nostra destra ecco Villa Contarini.

 

VILLA CONTARINI (1669)

Una bella residenza del 1669 immersa in un grande appezzamento. Si affaccia su una corte-giardino e al corpo centrale affianca delle belle barchesse e l'intatto brolo. Villa Contarini passò attraverso il succedersi delle proprietà dai Contarini ai Santibusca, quindi ai Tamossi, Boldrin, Perocco della Meduna. Attualmente è proprietà Barbin.

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Ritorniamo sui nostri passi in direzione est e quindi a nord seguendo via Franchini, dopo 700 metri attraversiamo via della Libertà e dal piazzale della trattoria "La Stazionetta" potremmo osservare Villa Porri

VILLA PORRI (1680) Porri, Nini, Maso

Il recente restauro e la suddivisione in più unità abitative hanno dato dignità ad un complesso del 1680, dal sapore veneto contornato da ameni spazi verdi. Nel XVII secolo i territori contigui di Lancenigo e Limbraga si presentavano costellati di case dominicali di agiati cittadini, di Venezia e di Treviso, richiamati dalla ricchezza d'acque e dalla fertilità del suolo. I Porri, trevigiani, costituirono la loro residenza di villeggiatura con cortivo et horto ed un corpo di casette murate coperte di coppi in affitto alla Carità, vicinissima alle sorgenti della Limbraga, dopo che avevano eletto la loro residenza cittadina nella contrada di Santo Stefano.

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Torniamo sui nostri passi andiamo ora a destra e qualche metro più avanti ecco sulla sinistra l'accesso su Villa Donà delle Rose.

VILLA DONA' DELLE ROSE (1650) Panzierotto, Donà delle Rose, Tononi, ora de Lassotovich

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Un piccolo complesso dal tono signorile che, nelle ridotte dimensioni, propone i canoni della tipica architettura veneta con dettagli interni ed esterni notabili, valorizzati da una dimensione domestica molto gradevole.  La più antica attestazione ritrovata riferita a questo piccolo complesso di villa definito come casa dominicale e da gastaldo, risale alla seconda metà del secolo XVII e fa riferimento al possesso di un non meglio conosciuto Giulio Panzierotto, veneziano. Pochi anni più tardi, nella casa dominical, barchessa, cortivo et horticello succedette la vedova Martina Rusalen.
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Andiamo avanti ancora 400 metri ed ecco, sulla nostra sinistra si apre il complesso di Villa Giovannina.

VILLA GIOVANNINA (fine '800)

Villa Giovannina esempio di architettura veneta di fine Ottocento. Le notizie attorno alla sua progettazione e costruzione ed ai suoi primi proprietari sono davvero poche. Deve il suo nome a Giovanna Minto (nata a Mestre nel 1839 e morta a Villorba nel 1912), Giovannina appunto, che assieme al marito, il cav. Giovanni Uccelli, originario di Trieste, ne commissionò la costruzione nel 1881. Non esistono negli archivi documenti che testimonino il passaggio di questa coppia che decise di fare di Villorba il proprio paese di elezione. Come si evince da un approfondito studio condotto della dottoressa Marina Mazzara per conto del Comune (dal quale abbiamo tratto le notizie di questo capitolo), del cav. Uccelli si sa ben poco.

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I registri comunali lo definiscono semplicemente “possidente”. Di certo fu proprio a Trieste che i coniugi Uccelli conobbero il giovane architetto Luigi Zabeo, nato a Costantinopoli ma di formazione veneziana, noto per essere stato coprogettista del Palazzo delle Assicurazioni Generali. La sua firma è incisa tra le bifore nel lato ovest della villa: " L. Zabeo Arch. Eresse". Il suo stile si percepisce dagli equilibri architettonici creati nel progetto di Villa Giovannina, (che contava su una attigua barchessa adibita a scuderie e rimesse) ed era vissuta dai coniugi Uccelli come casa di villeggiatura immersa nella campagna trevigiana, su una strada che era ideale prosecuzione del Terraglio e che dalla fastosità delle sue ville prendeva ispirazione.

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Lo stile non è sicuramente veneto, piuttosto traspare il gusto mitteleuropeo portato da Trieste. I coniugi Uccelli vennero ad abitarvi nel 1910 assieme alla figlia adottiva Carolina Busmann, di origine alsaziana, che alla morte degli Uccelli ne acquisirà il cognome divenendo unica erede dell'intera proprietà nel 1913. Cercò di dar vita ad una fondazione per l'infanzia abbandonata, volendo trasformare la villa nel suo fulcro ma non vi riuscì, trasferendosi a Lodi. La storia successiva di Villa Giovannina è caratterizzata dal susseguirsi, nell'arco di poco più di un secolo, di ben quindici proprietari non originari della zona. Nel 1928 venne acquistata dai coniugi Olivotti che danno il via a importanti restauri, lasciandone traccia su una lapide che è ancora visibile all'esterno dell'edificio. Alessandro Olivotti era un antiquario residente a Firenze con negozio a Venezia, che scelse Villa Giovannina per la vicinanza alla ferrovia, utile ai suoi spostamenti verso la città lagunare. Fece fortuna, si trasferì in America, ma in quel Paese gli affari non andarono come avrebbe voluto. Tornato definitivamente in Italia nel 1939, decise di vendere la villa con tutti gli arredi ad Alberto Galletti, commerciante friulano stabilitosi al Lido di Venezia, che la acquistò come casa per le ferie estive della sua numerosa prole. Tale rimase fino al 1968, quando venne acquistata dall'Istituto dei Fratelli dell'Istruzione Cristiana di San Gabriele, conosciuti come padri monfortiani. Interessati più alla proprietà che alla villa, essi danno il via al suo frazionamento. Con il ricavato riescono a costruire nelle vicinanze una casa religiosa adibita a seminario. Villa Giovannina viene acquistata poi da due trevigiani, Dina Zamberlan e Tullio Grendene che vi abitano fino al 1980, per passare in seguito nelle mani dei fratelli Tiberi fino ai primi anni 2000. Subentra loro una società immobiliare che, impegnata nella costruzione di un nuovo complesso edilizio nel territorio comunale, propone al Comune di Villorba di commutare i relativi oneri di urbanizzazione con la cessione della villa. Nel 2006 il Comune ne diventa proprietario, decidendo di dare il via ad un attento restauro sotto il controllo delle Belle Arti, richiamandosi alle origini. Recuperando le prime decorazioni, rintracciate sotto strati e strati di intonaco, esaltando i concetti che ispirarono la progettazione di un edificio non grandissimo ma dalle equilibrate e signorili proporzioni. In questa revisione d'assieme riprese importanza il grande parco, valorizzando i begli alberi secolari, i cedri dell'Himalaya. È aperto tutto l'anno alle passeggiate del pubblico.
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 Nella villa, fatto curioso, si può cogliere nella decorazione della pavimentazione di una delle stanze del pianterreno, una stella di David. Ciò lascia spazio all'ipotesi che Giovanni Uccelli fosse di origini ebree. C'è un'altra curiosità legata a Villa Giovannina: durante la seconda guerra mondiale la villa venne requisita e fu sede di un presidio militare germanico. Una "leggenda villorbese" vuole che nel parco della villa sia stato sepolto un carro armato tedesco! Non è dato conoscere con certezza il nome dell'artista che ha decorato gli interni, ornando con immagini di ispirazione inusuale pareti e soffitti pregevoli.

Facciamo ora 100 metri e arriviamo al semaforo. Di fronte a noi un complesso dall'evidente colore rosso. E' il luogo in cui sorgeva l'antica Osteria di Carità.

L'OSTERIA DI CARITA'

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Di osterie ve n’erano di vari tipi: c’era la bettola, la caneva, i bastioni (osterie di infima categoria) e gli ospizi. L’osteria di Carità veniva indicata ora col termine di “osteria”, ora di “ospizio”: così venivano infatti definite un tempo le osterie che erano obbligate a distribuire gratis il vino ai poveri e a dar ospitalità ai “romeri”. (I romeri erano i pellegrini che si recavano a piedi a Roma al fine di ricevere delle indulgenze). La storia di questa osteria è piuttosto complessa; forse essa sorse contemporaneamente ad una donazione fatta dai Conti di Collalto, nel ’300, al Monastero di S. Maria de Caritate di Venezia. In quell’epoca i Collalto donarono a questo monastero molti altri beni nel trevigiano: i monaci eressero qui una loro succursale e costruirono nei pressi una chiesetta. In tutte le antiche mappe a Carità viene così rappresentata una chiesetta detta di “S.a Maria de Caritate”: la chiesetta sorgeva un tempo al centro di Carità, nell’estremo limite del piazzale del municipio, verso la Pontebbana e prese il nome dal monastero.
CHIESETTA ANTICA DI CARITA' - DOVE SORGE
Da allora anche la località venne indicata col termine di “Carità”. A fianco del monastero sorse un “Ospizio” (osteria) che fu sempre diretta proprietà dei Collalto: vi trovavano alloggio i “romeri” ed in genere chi ne aveva bisogno ed i Collalto potevano così smaltire i vini prodotti nei loro vasti possedimenti. Inoltre l’attività dell’Osteria di Carità richiamò altri lavori ad essa connessi: ai mercanti, agli ufficiali ed ai viandanti serviva anche ristoro per le cavalcature e la sistemazione dei ferri dei cavalli e dei carri; è così che fin dal 1566 è attestata la presenza, nei pressi, di una “bottega da fabbro”. Il luogo si prestava moltissimo ad una attività di osteria, in quanto la sua posizione intermedia tra il guado sul Piave e la città, ne faceva la meta auspicata per una sosta. In quel periodo il Podestà di Treviso aveva stabilito che le Osterie: “... non possino dar vin a bever ad alcun forestiere, ne manco a’ contadini, ma solum a’ poveri della terra ...” a meno che l’osteria non fosse munita di una specifica autorizzazione, come nel caso dell’Osteria di Carità. Non sempre gli osti di Carità furono esempi di virtù: si ricordi che nel 1575 l’Oste di Carità si rifiuta di restituire le elemosine che i fedeli lasciavano per devozione nella chiesetta di S. Maria Maddalena (ex-S. Maria di Carità), chiesetta che lui utilizzava, tra l’altro, come magazzino per i suoi attrezzi. Nel 1673 troveremo qui come oste un certo Vespasiano Malgarin: egli viene ricordato per non aver voluto versare le lire 15 che doveva al Parroco di Fontane. La proprietà cambierà definitivamente dopo la caduta della Repubblica Veneziana e sotto il dominio francese. Già alla fine del ‘700 a Carità era nata una vera e propria borgata.  In quegli anni però questa osteria stava già perdendo di importanza: era stata aperta la Pontebbana e punto di riferimento per viandanti e mercanti divenne allora l’Osteria delle Castrette, posta com’era ed è, all’incrocio tra la Postumia e la Pontebbana.
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Andiamo ora in direzione nord su via Roma per circa 400 metri. Ora giriamo a sinistra in via Canova per 200 metri e quindi su a destra in via Cavini. Circa 700 metri e quindi a nord ancora per altri 300 metri. Ora a destra per 200 metri e alla rotonda prendiamo la terza uscita in direzione nord. Ancora 1 km e alla rotonda andiamo dritti tenendo la direzione nord per altri 500 metri. Siamo sulla Postioma. Andiamo a destra e poi subito a sinistra in via Verdi. Altri 500 metri e siamo in via Centa. Andiamo ora a destra per 400 metri e quindi ancora a destra sulla Pontebbana. Poco più in là sulla nostra destra una bella chiesetta.

LA CHIESA DELL'ASSUNTA

L’oratorio dell’Assunta, la cui festività ricade il 15 Agosto, era anticamente la cappella privata del Palazzo Dominicale dei Nobili Grimani da Venezia. Di fronte l’oratorio vi era un tratto di strada molto largo che univa le Castrette alla Centa. Nel 1727 il palazzo e la chiesetta si trovano raffigurati in una mappa, mentre una scritta sul pavimento della Chiesetta riporta la data del 1724, anno in cui venne costruito il pavimento a “terrazzo”. Nonostante ciò è molto probabile che chiesetta e palazzo risalgano al secolo precedente, epoca nella quale con maggior facilità i nobili veneziani facevano grossi investimenti terrieri. Nel 1801 e nel 1848 prima i francesi e poi gli austriaci, portarono distruzioni ed incendi alle Castrette incendiando anche il Palazzo Grimani e la chiesetta attigua. Che vi siano stati dei rimaneggiamenti nella struttura della chiesetta è indubbio: nella mappa del 1727 essa appare ad un solo corpo, con una porticina rivolta verso sud ed una piccola cella campanaria posta sul fronte.

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Oggi noi troviamo invece che la cella campanaria è spostata sul retro e verso sud è stato costruito un piccolo stanzino. Il portale è in pietra d’Istria e nell’interno, sulle colonne d’angolo, sono posti capitelli neoclassici marmorei. L’altare è in marmo con intarsi sul soffitto v’è un rosone incorniciato sotto il quale si intravvede una precedente dipintura.

Circa 300 metri più avanti sulla nostra destra ecco l'osteria di Castrette.

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Questa osteria sorse probabilmente verso il ’500, come “caneva” utile ai passeggeri che percorrevano la Postumia: un comodo sistema per i Nobili Grimani per vendere il vino di loro produzione. I Grimani, nobili veneziani, possedevano infatti alle Castrette una grande villa signorile con una serie di edifici rustici e la relativa chiesetta (la chiesetta dell’Assunta). Possedevano quindi grandi campagne coltivate a vigna ed anche il complesso di edifici dove oggi sorge l’osteria in questione. Ecco dunque che già nel 1710 troviamo tra le Osterie autorizzate a vendere vino, anche l’Osteria alle Castrette. Nei primi anni dell’800 una curiosa vicenda ebbe per soggetti due esercenti delle Castrette: l’oste della grande osteria delle Castrette, Antonio Fassa ed un miserabile rivenditore di grappa al minuto, un certo Giovanni Foglietta. La professione del Foglietta, che aveva un negozietto adiacente all’osteria, non gli dava certamente di che vivere se nel 1806 lo troviamo iscritto nell’elenco dei poveri (“foglietta” = frazione del litro: evidentemente divenne il soprannome della sua famiglia ed in seguito rimase come cognome). Comunque questo Foglietta venne catturato mentre tentava di rubare l’uva all’oste Fassa. Un notevole aumento del giro d’affari l’osteria delle Castrette lo ebbe quando Napoleone fece aprire la Pontebbana: allora tutti i traffici che passavano per Lovadina e Carità furono dirottati proprio di fronte all’osteria dei Grimani.

 

Ora, di fronte alla Osteria di Castrette noteremo una strada: siamo in contromano per cui andiamo a piedi e facciamo grande attenzione. Facciamo circa 200 metri. Passiamo sopra un canale e quindi un ponte, un ponte che ha tutta una sua storia.

PONTE SULLA PIAVESELLA

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Questo ponte che oggi oltrepassiamo senza farci caso, ai primi dell’800 fu motivo di diatribe tra il comune di Villorba ed il Conte Gritti che nel comune possedeva un’enorme quantità di beni. Leggiamo da una relazione del sindaco di allora: “... caduto il Vechio Ponte da molti anni, sotto l’Austriaco Governo, fu del tutto levata la comunicazione per l’antica strada Romana che dalla Germania conduce in Tirol, detta la Postumia, fra le suddette tre comunità di Villorba, Fontane e Lancenigo e l’altre comunità Inferiori e Superiori alle stesse, essendo detta strada di duplice passaggio all’anno per gli animali bovini, e peccorini, che discendono dalli monti nel nostro basso dipartimento. (Fu) Di danno ed aggravio delle campagne con terminanti (perché) quegli animali con loro conduttieri, introdotti in detta strada, senza voler retrocedere per la mancanza del suddetto ponte, si internavano nelle medesime (campagne). Non potendo tanto li padroni come li lavoratori, più continuar a soffrire li danni che di giorno in giorno vedono divenir maggiori nelle loro campagne ...” chiedono venga ricostruito il ponte. La causa della caduta del ponte di pietra era stata l’erosione dovuta all’innalzamento del livello dell’acqua della Piavesella, a causa del sistema di lavorazione adottato dalla Cartiera Gritti in Fontane (presso la Villa Marani): per questo motivo il Comune voleva far pagare le spese di riattamento del ponte al proprietario della cartiera, il Conte Gritti. Come scrive il Sindaco, “... detto Ponte Vecchio era caduto per le nuove loro operazioni eseguite sopra detta acqua e specialmente quelle fatte verificare dalla famiglia Gritti, riducendo la cosidetta Carteretta di Fontane, che prima era di una sola Tina da Carta, in 3 Tine, per il cui lavoro fu innalzato il profilo dell’acqua onde con maggior forza possa questa servire alla riduzione della materia necessaria alla Fabbrica della Carta, in triplicata quantità di prima; lavoro ed operazione che per conservar tant’acqua superiore a detta Cartera, fu necessario anche lo innalzamento degli Arzeri di detta Acqua, qual Acqua, oltre annegar sempre il ponte ... usciva dagli argini allagando le campagne”. Comunque il Comune, vista l’urgenza di rifare il ponte, chiama a raccolta i villorbesi e si iniziarono i lavori “.Mentre i Villorbesi stavano effettuando questi lavori “... accorse il suddetto Gritti, con minacce ed oltraggi ... fecce sospendere l’operazione e ritornare le persone alle loro case ...” contrastando così le disposizioni del Sindaco. Costui contrariato osservò: “... Egli (il Gritti), fortunatamente nacque in una Famiglia doviziosa, a parte della sovranità dell’ex Repubblica Veneta, e forse tutte le cariche da lui coperte non saranno state gratuite come lo è certamente quella di un sindaco della municipalità, con tanti pensieri, fatiche e responsabilità ...”. Oltre a far sospendere i lavori di costruzione del ponte, il Gritti si impadronì delle 900 pietre raccolte dai villorbesi “... e da’ suoi dipendenti ... trasportate nella Cartera di Fontane e nella stessa in seguito poste in opere ...”. Del furto vi furono anche dei testimoni che interrogati confermarono il fatto: “... attesta per verità di fatto Sebastiano Pizzolato, di aver condotto 900 pietre circa, alla cartera Gritti. In spregio alle testimonianze il Conte Alessandro Gritti nega ogni addebito, in una lettera indirizzata al sindaco di Villorba e datata “... Visnadel il 7 di decembre 1807.”. In essa il Gritti scrive: “... Le confesso con ingenuità che al sentirmi senza nessuna prova accusare d’essermi appropriati li materiali del rovinato ponte a Calstrette, io voleva presentare alla Competente Superiore Autorità le mie giuste doglianze per ottenerne, del pari, giusta soddisfazione. La stima, che nutro per V.S. mi trattenne questa volta certo che Ella, meglio esaminata la Cosa, si farà un dovere di procedere con più maturo e fondato consiglio, senza offendere l’onore di chi per innato principio e per educazione se ne formò sempre la più sacra ed invulnerabile legge.

Transitati sopra questo ponte così carico di cose, andiamo avanti 400 metri, poi teniamo la destra e prendiamo via Marsoni, per 500 metri. Ora, prima di inserirsi sulla rotonda, noteremo sulla nostra sinistra una stradina. La prendiamo: stiamo iniziando la nostra corsa sul lato destro della Piavesella.

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Facciamo1,1 km e poi a sinistra in via XXV Aprile. Circa 500 metri e quindi a sinistra in via Marconi. Fatti circa 1,5 km ecco di nuovo la Postioma e sulla nostra destra la parrocchiale di Catena.

LA PARROCCHIALE DI CATENA E L’AUTIRORIUM DEL MONACO

Intitolata alla Annunciazione di Maria (nella quale spiccano due grandi opere inaugurate nel 1991 ed una Via Crucis della pittrice trevigiana Gina Roma) è di recente costruzione. Ha sostituito la vecchia chiesa (situata a pochi metri) ora sconsacrata, trasformata nel 2002 nell'Auditorium Del Monaco. Utilizzato per la prima volta nel 2002 in occasione del ventennale della sua scomparsa, venne ufficialmente inaugurato nel 2004. E' diventato il luogo per eccellenza dove si svolgono i concerti e le attività culturali organizzati dall'amministrazione comunale. Catena, prima della sua edificazione, era inclusa fino al 1934 nella parrocchia di Lancenigo. La vecchia chiesa venne inaugurata nel marzo del 1925.

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Lasciata la parrocchiale di Catena alle nostre spalle ci dirigiamo in direzione nord su via Marconi per 400 Metri. Sulla nostra sinistra il complesso di Villa Pastega Manera e la sua cappella.
VILLA PASTEGA MANERA
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Sull'antichissimo percorso che da Carità prosegue a nord verso il "passo" del Piave a Lovadina, presso l'intersezione con la Postumia romana, appena a nord di questa e del borgo di Catena, è visibile nella rilevazione censuaria del 1719 la casa dominicale posseduta allora dal pittore veneziano Iseppo Zanetti. Nel tempo e con l'accorpamento di ulteriori proprietà, l'insediamento acquistò via via la caratterizzazione di qualificato complesso di villa, grazie all'ampliamento e diversificazione dei corpi di fabbrica, nonché alla costruzione dell'oratorio. L'area ospita attualmente le attività didattiche e di studio di Fabrica. Il progetto di ristrutturazione è stato redatto dall'architetto Tadao Ando, architetto di fama mondiale: è l'antica Villa Apergi , ora per tutti semplicemente Fabrica , il laboratorio di Comunicazione che Benetton Group ha voluto creare sotto la spinta di Luciano Benetton e Oliviero Toscani. E'  opportuno scandagliare le motivazioni e le prospettive odierne di un luogo che richiama a Villorba decine e decine di giovani da tutto il mondo, selezionati per esprimere dominio delle nuove tecnologie, confidenza con i mass media, spigliata voglia di proporre nuovi linguaggi comunicazionali.

LA CAPPELLA

E' un oratorio dedicato alla Visitazione di Maria ad Elisabetta

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Lasciamo la cappella di Villa Pastega e procediamo a nord: ora la via assume la denominazione di Via Ferrarezza. Proseguiamo così per 1,4 km poi a destra per rimanere su via Ferrarezza. Ancora a nord per altri 1,3 km e giunti all'incrocio con Via XXIV Maggio teniamo la destra (siamo nel territorio di Spresiano). Avanti per 200 metri e poi a destra in via Risorgimento per circa 200 metri. Ora ancora a destra su via Risorgimento per 1,4 km. Teniamo ora la destra su via Marconi. Avanti per 1,1 km. La via ora si chiama Borgo. Facciamo 400 metri, attraversiamo la Postumia e ancora a sud per 900 metri. Ora ancora a sud e quindi a destra in via Diaz per 200 metri. Ora a sinistra su via Montegrappa per 100 metri. Andiamo ora a destra su via Dante per 1,3 km .

IL CAPITELLO DI VIA DANTE

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La strada ora assume il nome di via Selghere. Avanti 400 metri e quindi a destra: ancora avanti per 300 metri: siamo di fronte a Villa Lombria. Siamo in via Piave.
VILLA GOBBATO LOMBRIA
La villa, le cui origini non sono storicamente chiarite per la mancanza di riferimenti incrociati, compare già in una mappa dal 1611 appartenente al fondo archivistico del monastero di San Nicolò. Nella stessa i proprietari sono indicati come eredi di messer Cesare Baroci.

Andiamo ora in direzione sud su via Piave. Avanti circa 700 metri e sulla nostra sinistra il capitello di Via Piave.

IL CAPITELLO DI VIA PIAVE Il capitello spostato

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Il Capitello di via Piave oltre a vantare un passato illustre vanta una particolarità. Fino a qualche anno fa era situato dall'altra parte della strada. Un piano di ristrutturazione viaria della zona ha fatto sì che venisse spostato dalla parte opposta, grazie ad una incredibile e minuziosa ricostruzione che ne lascia intatta la suggestione.

Ora alla rotonda andiamo a destra: avanti per altri 200 metri e sulla nostra destra il viale alberato che porta a Villa Catti.

 

 

VILLA CATTI

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Lo scambio di corrispondenze alla metà dal XIX secolo tra mons. Pellizzari ed Antonio Francesconi, rinvenuto nell'archivio Galletti, getta luce sulle vicende più antiche di questa bella villa, attraversata dalle acque della Limbraga. Quest'area era gravata da un antico livello, dovuto al Canonicato di Treviso fin dal tempo in cui l'usufruttuario rev. Bernardo Zane la concesse nel 1502 in affittanza al fratello Michele per 26 ducati annui. L’attuale Villa Gradenigo e quella sita in località “Pozzobon”, all’incrocio tra via Capitello e via Fagarè. Villa Gradenigo nel 1710(12) viene così descritta: “Il Nobil Huomo Giovan Andrea Catti ha una possessione A.P.V. in pocca parte prativa, locco detto ‘il Terren’, con un palazzo, Brolo e Giardin per suo uso e con una casa colonica di muro coperta di coppi; confina a mattina li Reverendi Padri di S. Margherita, al Beneficio di Lancenigo et una strada che va al Palazzo del N.N., a mezzodì la strada comune, a sera il Sig. Domenico Pozzi et la Cal Grande, a monte la strada comune ...”. Questa villa maestosa è ancora immersa nel verde di grandi alberi, nell’isolamento più assoluto: per raggiungerla, oltrepassati i pilastri d’ingresso, si percorre un lungo viale alberato; alla fine si attraversa un ponte in cotto (uno ancor più antico è posto a pochi metri da questo) e si giunge sul cortile della “barchessa”. Sotto il portico di questa “barchessa”, nel pavimento di sassi, è composta con pietre di vario colore una grande margherita, di un paio di metri di diametro. In una mappa del 1680 Villa Catti (poi Gradenigo, oggi Galletti di S. Cataldo) appare più imponente di oggi, non fosse altro per gli edifici rurali che praticamente la circondano: si trattava con tutta probabilità della casa per gli agricoltori, del forno e pollaio, che non mancava mai neanche nelle ville.

Torniamo sui nostri passi su via della Libertà. Quindi in direzione est per circa 200 metri: alla rotonda teniamo la destra e andiamo avanti per circa 100 metri e alla successiva rotonda andiamo dritti. Avanti per altri 100 metri ed ecco sulla sinistra villa Bellincanta.

VILLA BELLINCANTA

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Edificata nel '700 a Lancenigo, questa piccola villa, pur se suddivisa in più proprietà che ne han limitato l'impatto, conserva pregevoli dettagli e propone la cura nel mantenere integro il sapore del tempo che fu. Sono poche e frammentarie le notizie relative a questa piccola villa presente a Lancenigo presso i campi detti "alle Codette", edificata nel Settecento su una preesistente casetta in muratura già posseduta da tal Zuane Bernardi.

Proseguiamo ora in direzione ovest per circa 100 metri ed adiamo a sinistra in via Codette. Facciamo circa 150 metri e usciamo a destra in via delle Grave. Circa 300 metri e alla rotonda andiamo dritti. Altri 100 metri e teniamo la destra in via Persico. Altri 400 metri e a destra: ecco Villa Persico Scotti.

VILLA PERSICO SCOTTI

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La storia di Villa Persico si dipana lungo un arco temporale che parte dal lontano 1542 quando Alvise Scotti decise di acquistarla. Secondo un' abitudine invalsa a quel tempo, quando i nobili e ricchi imprenditori erano soliti acquistare un gran numero di terre nella fertile pianura trevigiana, trasformando le ville che vi esistevano in vere e proprie “ville-azienda”. Ricche di dettagli prestigiosi, abbellite da vasti giardini, dotate di broli, cortili e barchesse utili ad ospitare gli attrezzi agricoli. Oltre agli immancabili oratori che servivano per unire, in occasione dei riti che vi si celebravano, la nobiltà con il popolo che poteva accedervi. Gli Scotti erano un casato trevigiano tra i più illustri, che venne insignito del titolo di Conti fin dal XIII secolo. Esso faceva parte del Collegio dei Nobili della città di Treviso fin 1441. Ai tempi, grazie al florido commercio della lana, gli Scotti riuscirono ad accumulare grandi ricchezze acquistando molti possedimenti in riva al Limbraga, oltre a Fontane e Lancenigo. Nell'elenco dei proprietari di Villa Persico gli Scotti permangono fino al 1815 quando, estintasi la famiglia, i beni passarono dapprima al facoltoso notaio Girolamo Olivi che si trovò a presiedere la Municipalità Provvisoria di Treviso per poi passare nel 1840 al figlio Giuseppe. La sua storia imprenditoriale fu legata alla bachicoltura. Proprio in villa creò una filanda che prevedeva anche un dormitorio per le donne operaie. Ma quella attività fu un fallimento, in relazione anche ai raccolti all'epoca molto scarsi. I debiti lo indussero a vendere nel 1847 una consistente parte dei suoi beni. La casa venne acquistata dal Conte Faustino Persico, nobile e possidente. I Persico erano mercanti di panni di origine bergamasca. Sposò la contessa Giulia Dalla Chiesa, sorella del futuro Papa Benedetto XV. Faustino Persico mancò nel 1900. Dopo aver lasciato la villa alla figlia Sofia (nata a Lancenigo e andata in sposa a Sebastiano Venier), che dopo vari passaggi di mano cedette la propria proprietà a Matteo Persico, deceduto nel 1956 e sposo di Carmen Frova. Egli la lasciò al figlio Francesco che cominciò ad abitarla nel 1972.

Villa Scotti - Persico oggi si caratterizza per un corpo a due livelli, la cui estensione è notevole, secondo linee sobrie. La parte residenziale ad ovest (la più antica) si affianca all'ala delle scuderie, caratterizzate da quattro arcate e da fori superiori centinati e travati. Area soggetta internamente ad un pregevole restauro.

Andiamo ora avanti in direzione est per circa 100 metri. Ora a destra in via della Provincia per 500 metri. Ora attraversiamo la strada e andiamo sullo sterrato. Avanti per 500 metri, poi saltiamo la sbarra e andiamo a sinistra in via Cal di Breda. Dopo circa 1,1 km la strada si chiama via Ospedale Provinciale. Centro metri più avanti ecco il Rio Rul.

Siamo a Piovenzan.

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PIOVENZAN

 Al “Colono” romano il territorio di Plovesano dev’essere apparso come una vasta zona dove regnavano paludi, acque sorgive e fitti boschi: terra certo fertilissima, ma che necessitava indubbiamente di lotte strenue per conquistare terreni arabili alla palude, bonificandone il terreno, interrando i fontanazzi e soprattutto disboscando le foreste che ricoprivano la zona. Non sappiamo con certezza se tanta ricchezza d’acqua fosse anticamente dovuta al convergere in Piovenzan di un ramo del Piave. Comunque sia il luogo era abitato sicuramente fin dall’antichità: lo provano vari reperti ritrovati nella zona delle Fontane Bianche. Gli agricoltori del posto affermano infatti di aver disseppellito negli anni passati un frontone in cotto, con innumerevoli fregi, della lunghezza di un paio di metri, emerso durante uno scavo per costruire una “cavana” (alloggiamento per barca) sul Melma; purtroppo durante l’estrazione questo manufatto si frantumò in più parti. Anche all’interno dei laghetti, da dove scaturiscono le acque risorgive delle Fontane Bianche, si scorgono sul fondo innumerevoli mattoni che gli abitanti del luogo sostengono facciano parte di una struttura muraria che attraversa le Fontane Bianche. Il luogo fu abitato continuativamente anche in epoca altomedioevale visto che già nel 1005 troviamo sul posto una “curtis”: è facile ritrovare ancora oggi tra i solchi, dopo l’aratura dei campi, innumerevoli cocci di vasellame con dipinti caratteristici fregi medioevali. Il primo documento che riguarda il territorio di Piovenzan è costituito da una pergamena dell’anno 1005. Da questa pergamena apprendiamo che molti dei terreni e case della zona sono di proprietà del Giudice Alberto, figlio di Toprando, di legge romana. Il Giudice Alberto è coniugato con Talia, alemanna di nascita e di legge, assoggettatasi però alla legge romana dopo il matrimonio con Alberto. Come è stata sempre tradizione dei credenti cristiani, anche Alberto ritiene di poter abbreviare le pene del Purgatorio a suo padre e sua madre, deceduti entrambi, facendo delle donazioni alla chiesa ed acquisendo così suffragi per quelle anime. Questo straordinario documento, il più antico reperito sinora, oltre a darci innumerevoli informazioni sul diritto di quell’epoca lontana, ci porta a conoscenza della struttura del territorio di Piovenzan in quei tempi. La zona allora era ricoperta ancora da foreste, inoltre le acque di risorgiva muovevano le pale di numerosi mulini: la loro presenza sta a dimostrare la fertilità dei terreni e la grande diffusione della coltura a base di cereali. Qui in Piovenzan avevano grandi proprietà anche i Conti che più tardi assumeranno il nome di “Collalto”. Fu proprio un certo Conte Johannes a donare, infatti, nel sec. XI un bosco, un prato e tutti i mulini sul Melma al Capitolo di Treviso.

Altre notizie su Piovenzan

1191 - Pietro di Aldigerio giudice imperiale obbliga Ezzelino da Romano a restituire le proprietà di Plovenzano una robusta muraglia. Tutta questa serie di edifici aveva un senso solo con la presenza di un signore nel luogo che possedeva mulini e una florida agricoltura.

L’insieme degli edifici che costituivano il nucleo centrale della “curtis di Plovenzano” resisteranno fino agli ultimi anni del’600, costituendo appunto quel “castello” di Piovenzan che ha lasciato traccia di sé, ridotto nelle dimensioni e come residuo della preesistente fortificazione anche nei toponimi del luogo, come “Castelluzzo” per es. : negli ultimi anni del ‘600, prima di finire abbattuto, il castello servì anche come sede di convento per i frati di S. Margherita di Treviso e nella mappa del 1680 lo si nota eretto di là del Melma, alle spalle dell’antico Mulino dei Berizzi.

Piovenzan, oltre ad essere l’unico luogo della pianura a Nord di Treviso facilmente difendibile per le paludi ed i profondi canali e fontanazzi che non si prosciugavano mai, era un territorio altamente redditizio dal punto di vista agricolo e in questo senso particolarmente appetibile per i signori del tempo. Lo dimostrano in particolare le liti insorte tra l’Abbazia di Sesto in Silvis ed Ezzelino da Romano, il quale si era arbitrariamente impossessato dei “mansi” della zona: ne seguiranno dispute giuridiche e perfino scomuniche Papali. Altre dispute si avranno però anche fra ordini religiosi; ad accampare diritti sui terreni di Piovenzan sarà questa volta il Monastero di Santa Maria Maggiore di TV. Alla fine peró il Monastero di Sesto la spunterà grazie ai suoi documenti che ne testimoniano il diritto di proprietà (1235).

IL TERRITORIO Il territorio di Piovenzan è sempre stato ricchissimo di tutti quei beni che risultavano indispensabili per l’economia dei secoli passati. Vi erano terreni resi fertilissimi da un notevole strato di “humus”, residuo dei boschi che un tempo ricoprivano per intero la zona; anche nei vasti tratti paludosi, una volta “imboniti”, si otteneva fertile terreno coltivabile. L’acqua è sempre stata abbondante grazie alle risorgive e questo garantiva abbeveraggi per il bestiame, irrigazioni per i campi e soprattutto forniva energia per far funzionare le pale dei mulini, che abbiamo visto sorgere numerosissimi lungo le sponde del Melma fin dall’antichità. Inoltre numerose piante di rovere, farnie ecc., fornivano abbondanti pasti di ghiande ai branchi di maiali: il toponimo “ai Roveri” permane fino al’700, presso le Fontane Bianche. Altrettanto importante per l’economia del territorio era poi la presenza di acque pescose che attiravano, tra l’altro, numerosi stormi di volatili che venivano a soffermarsi in questo luogo, un tempo sicuramente zona umida eccezionale. Quanto fosse intatto l’ambiente lo dimostrano alcuni documenti attestanti che nel ’200-’300 le acque delle Fontane Bianche erano abitate da una grande quantità di “cancris” (gamberi d’acqua dolce) e dai “temali” (temoli), pesci che assieme ai gamberi sono i primi a scomparire al minimo inquinamento.

Per quanto riguarda la pesca gli Statuti del Comune di Treviso, del 1231, stabilivano che dalla metà di Gennaio a quella di Marzo, sul Melma fosse proibito pescare qualunque tipo di pesce, tranne i gamberi i quali evidentemente erano sovrabbondanti. Non bastando il divieto, tutti i pescatori di Piovenzan venivano costretti a presentarsi al Podestà di Treviso per giurare che si sarebbero astenuti dalla pesca: chi di questi fosse poi stato colto nell’atto di pescare, o anche a vender pesce, era punito con una forte multa.

Per quanto riguarda la cacciagione essa era particolarmente abbondante in autunno ed oltre ai soliti volatili di passo, nei documenti si accenna soprattutto alla caccia delle anatre. Un bando sulla caccia del Settembre 1346 disponeva infatti che gli abitanti di Piovenzan si recassero sul fiume Melma e Limbraga per spargervi “vinacce” e “sarpe” cioè i residui della lavorazione dell’uva, allo scopo di far sì che le anatre di passo ed altri volatili, si posassero nella zona. In questo modo si permetteva ai Nobili di lanciare i loro falconi sulle anatre intente nelle pastura.

Sempre in territorio di Piovenzan e precisamente a fianco di Villa Gradenigo, un tempo vi erano le sorgenti del Limbraga: queste erano di notevoli dimensioni fino al 1855, anno nel quale esse vennero in gran parte interrate per realizzare il terrapieno su cui transita la linea ferroviaria.

La zona era adatta anche alla coltivazione della canapa: ne troviamo conferma in alcuni documenti. Il più antico di questi è del 1241; in questa pergamena Prete Giovanni, della Chiesa di S. Alberto di Piovenzan, promette all’Abate di Sesto, dal quale dipendeva, quattro pezze di “Pignolato” (stoffa di canapa ordinaria, fustagno) evidentemente prodotta in loco. La pratica di coltivare la canapa continuò in questo territorio fino all’800: è infatti in un documento del 1803 che troviamo alcuni interessanti cenni su questo particolare tipo di coltivazione che richiedeva, tra l’altro, di lasciar “marcir li canapi” in fosse ripiene d’acqua. Ai coltivatori di canapa era poi fatto divieto di far defluire l’acqua dalle fosse nei canali della zona: la canapa faceva imputridire l’acqua al punto di renderla imbevibile anche agli animali domestici.

Ora andiamo avanti altri 500 metri e quindi a sinistra in direzione nord per circa 1,3 km: sulla nostra sinistra Villa Tironi.

 

VILLA TIRONI (1600)

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Buona parte dei beni che comprendevano la presente villa erano pervenuti alla nobile Cecilia Bomben intorno al 1680, in seguito alla controversa divisione con la sorella Elena dell'eredità lasciata dallo zio materno Mario Azzallin. Alla sostanza già di sua proprietà ella aggiunse la possessione grande de C (campi) 75 in villa di Piovenzan ed il molino locato a Zan Batta Zangrando, con Pigione di formento stara 54 oltre l'honoranze. Mercanti di origine fiorentina, i Bomben giunsero nel trevigiano intorno al 1300, dove attesero al vivere politico e civile, chi nella milizia et chi nelle attioni pubbliche della città, tanto che nel 1411 furono ufficialmente accolti nella cerchia nobile trevigiana.

Proprio di fronte a Villa Tironi una stradina ci porterà dopo circa 300 metri davanti a nuova villa: Villa Angaran delle Stelle.

 

VILLA ANGARAN DELLE STELLE (1500) Gregorj

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Questa è certamente una tra le più suggestive ville del territorio. Vuoi per l'ubicazione vicina alla risorgiva del fiume Melma che converge a pochi passi in un'altra grande polla chiamata fin dal Medioevo Bulgidoro , vuoi per splendido contesto naturale che ne fa uno degli angoli più caratteristici ed integri dell'intero territorio. L'attuale proprietà la preserva intatta nel tempo, combattendo la difficile battaglia di chi deve mantenere un patrimonio che è idealmente di tutti. Gregorj è il nome di una famiglia nota a Treviso. Il passaggio di mano in mano della villa (edificata all'inizio del 1500) dagli Angaran delle Stelle (famiglia vicentina) ai Morosini e via via fino all'inizio del 1900 ai Borsato, ai Perocco, prelude al suo acquisto nel 1936 da parte di Giorgio Gregorj (scomparso nel 1976). Gregorj ha vissuto intensamente il proprio tempo, sia come industriale sia per l'impegno politico e sociale. Personaggio di rilievo nella vita di Treviso, fu tra i fondatori nel 1913 della Cassa di Risparmio Trivigiana e al centro dei fermenti politici che lo videro al fianco di Coletti, Caccianiga, Salsa, Van den Borre nelle file liberal democratiche della città di Treviso, della quale nel biennio 1951-52 fu anche Sindaco Le vicende delle due guerre si incrociano come una costante nella vita di famiglia e della villa che, durante il primo conflitto, fu sede del Comando italiano. Vi fece visita anche Vittorio Emanuele III. Nella cucina della casa colonica (che nel tempo è rimasta quasi intatta), c'era un forno per il pane (luogo di pellegrinaggio di molte famiglie del luogo che venivano a cuocerlo): erano custoditi dei gran fascicoli pieni di grande mappe militari, utili per governare gli attacchi. Se il valore storico dell'edificio è indiscusso, notevoli sono i pezzi d'arte che vi sono custoditi gelosamente. Il frutto di intense relazioni di Giorgio Gregorj con il mondo dell'arte dei suoi tempi per via dell'attività della fornace. Sono calchi, bronzetti, statue, foto preziose, manifesti d'epoca regalo di Nando Salce. Opere di grandi artisti con i quali intrecciava fitte relazioni: Martini, Laurenti, Malossi, Santomaso, Gino Rossi e il frutto della sua passione per l'arte. “Questo luogo è sempre stato al centro di una fitta rete di rapporti sociali”. Il colpo d'occhio su Villa Gregorj affascina fin dal suo ingresso, caratterizzato da un ponticello in mattoni con un parapetto in ferro ottocentesco che porta al cancello dominato da due pilastri sormontati da statue settecentesche in pietra d'Istria. La villa conta su ventidue stanze. La disposizione a “L” del complesso, caratterizzato anche dalle adiacenze, incornicia un parco (ridottosi con il passar degli anni) dove c'era un bel vedere con le panchine. In tempi antichissimi ospitò un castello, poi demolito, e un convento.

Torniamo sui nostri passi e andiamo a destra in via Galanti. Avanti per altri 400 metri e sulla nostra destra ecco Villa Fontebasso.

VILLA FONTEBASSO

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Fino al 1730, in una casa di muro con un piccolo pezzo di terreno "alla Melma" abitava da circa una quarantina d'anni il parroco di Lancenigo rev. Donà Venturato. Niente che facesse pensare ad una villa; piuttosto, una modesta ma dignitosa dimora come si conveniva ad un pievano di campagna. Così dovette rimanere anche per gli ignoti successori, fino alla metà del Settecento circa, quando si avviò la ristrutturazione per ricavarne una piccola residenza dominicale un poco più qualificata.

Andiamo ora in direzione nord per altri 300 metri quindi andiamo a sinistra in via Chiesa di Lancenigo. Ancora a sinistra per 200 metri: siamo davanti alla chiesa di Lancenigo.

LA PARROCCHIALE DI LANCENIGO

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La Chiesa di Lancenigo fu consacrata nel 1576 ed intitolata a San Giovanni Battista. Ad unica navata, fu abbellita a metà dell''800 da un soffitto affrescato. Agli inizi del Novecento fu commissionato un ampliamento che non soddisfò la popolazione. Essa chiese, ed ottenne nel 1929, un ulteriore sforzo economico con l'innalzamento di una navata centrale. I lavori proseguirono negli anni seguenti con successivi ampliamenti e abbellimenti. Nel dopoguerra si provvide al rifacimento del retro coro, del battistero e del pavimento. Sempre apprezzato per la qualità del suono il pregiato organo che risale al 1873. Più volte restaurato fino a raggiungere le 1670 canne attuali. Il campanile, che aveva originariamente una forma a torre con copertura di tegole, alla fine dell''800 venne dotato di cuspide.

Torniamo sui nostri passi, 500 metri in direzione nord est ed eccoci di fronte a Villa Raspi.

 

VILLA RASPI (1542)

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Questa grande villa nel ’500 aveva un corpo centrale a tre piani, porta d’ingresso ad arco e due camini; a fianco, verso sud, una barchessa a tre archi. A quel tempo era proprietà di “Messer dalla Gatta”. Nel ’600 le barchesse divengono due, adiacenti al corpo centrale; nel ’700 torna ad essere rappresentata la sola barchessa a sud, la quale è strutturata con quattro archi e soffitta…”. Nel 1810 la villa è ancora proprietà Raspi: “Raspi Filippo, Andrea ed Alvise. Di fronte alla villa sono disegnate con regolarità le aiuole del giardino e sul retro i filari delle viti. Ancor oggi questa villa di notevoli dimensioni è rimasta praticamente inalterata: gli agricoltori che oggi vi abitano affermano che sul retro, a pochi metri dal muro perimetrale della villa, l’aratro durante i lavori di dissodamento incappa in una struttura muraria di notevole compattezza; è molto probabile si tratti dei resti di fondazioni della cappella privata della famiglia Raspi. Nel terreno retrostante la villa sono comunque affiorati più volte frammenti di vasellame d’epoca romana. A testimoniare l’antichità del luogo vi è ancora oggi, di fronte alla villa, un ponte sul Melma, non più usato, ma che sulla pietra d’Istria con cui è costruito porta inciso la data di costruzione: 1735.

Andiamo ancora in direzione nord est su via Chiesa Lancenigo per 200 metri. Ora a destra su via Piave: siamo nei pressi di San Sisto. Circa 400 metri e quindi andiamo a sinistra in via Montegrappa. Circa 200 metri e sulla nostra destra la chiesa di San Sisto.

 

L’ANTICA CHIESETTA DI S. SISTO

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Il viandante che proveniva dai paesi dell’oltre Piave o dalle Alpi, dopo aver guadato il fiume a Lovadina, diretto a Treviso, a metà cammino incontrava la Chiesetta campestre di S. Sisto. Questo fiume che per secoli costituì una vera barriera naturale tra il Coneglianese ed il Trevigiano, in certe stagioni rendeva quasi impossibile il suo attraversamento. Quanti di questi viandanti nell’approssimarsi al fiume, o dopo averlo attraversato felicemente, si saranno fermati qui, in S. Sisto, a pregare di fronte all’antico dipinto della Madonna da pochi anni portato alla luce. Se ancor oggi S. Sisto propone di sé una immagine di pace campestre, tanto più suggestiva dev’esser stata un tempo questa chiesetta, posta com’è in un prato nel quale pascolavano liberamente pecore ed animali domestici e fiancheggiata dalle alte siepi che circondavano i terreni attigui a Ca’ Michiel (ora Villa Perocco). Una chiesetta che non incuteva timore reverenziale come il “DOM” (Duomo di Treviso) ma che invitava alla confidenza, alla sosta, financo per riparo dagli improvvisi temporali estivi. Col tempo il luogo si legò al cognome della gente del posto ed è così che troviamo nei documenti un Giovanni Salvadori da S. Sisto, o addirittura un Sisto Sisto. Nei recentissimi restauri di questa antichissima chiesetta è venuto alla luce, affrescato su una parete interna, un dipinto raffigurante appunto la Vergine Maria con Gesù Bambino in braccio: il dipinto, di ottima fattura, rivela il volto di una Madonna dalle nobili fattezze, col capo sormontato da una corona. Proprio a S. Maria era intitolata anticamente questa chiesa: così scrive nelle sue note manoscritte (1838) l’Arciprete Gottardi di Lancenigo. In effetti è proprio il culto della Madre di Gesù ad essere il più diffuso fin dalle origini del Cristianesimo: questo culto si innestò poi con facilità in quello della “Magna Mater”, la “Grande Madre” mediterranea venerata dalle popolazioni italiche. Ancora nel 1778 sull’altare di S. Sisto era posta una “Ancona” (Pala) raffigurante la Madonna con Bambino ed ai lati S. Giovanni Battista e S. Sisto. In questa “Pala” sono dunque compresi sia la Madonna, che dava il nome alla chiesa anticamente, sia S. Sisto che le diede il proprio in epoca successiva. Finora si sapeva che era stata costruita verso la fine del XV secolo ed intitolata a S. Sisto Papa: in realtà la chiesa esisteva già con questo titolo all’inizio del ’400. Di certo era stata ampliata e rifatto anche il pavimento tra il 1471 ed il 1473, data di una moneta veneziana ritrovata 50 cm sotto all’attuale pavimento nei recentissimi scavi. Alla luce degli scavi effettuati, è possibile affermare con sicurezza che questa chiesetta affonda le proprie radici per lo meno nell’Alto Medioevo.

 

Qui chiudiamo il nostro viaggio.