SAN ZENONE DEGLI EZZELINI
 

La terra degli Ezzelini tra il Giaretta e il Volon

Caratteristiche tecniche

Lunghezza: 35km

stagioni:consigliata la stagione autunnale per la vivacità dei colori 

MONTI
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BICI E OASI
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GIARETTA - PUNTO DI INCONTRO CON MUSON A
GIARETTA - PUNTO DI INCONTRO CON MUSON A

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IL TERRITORIO

Il territorio di San Zenone degli Ezzelini è piacevole perché vario e pieno di piccole sorprese. Situato nella pianura ad ovest di Asolo, S. Zenone degli Ezzelini si estende su una superficie di circa 20 kmq tra rilievi collinari, piccole valli ed aree pianeggianti. Pianeggiante sia nella sua parte nord che in quella a sud, al centro però  è attraversato da una serie di modesti rilievi che possiamo considerare come le ultime propaggini dei colli Asolani. L'altitudine massima è la cima del colle San Lorenzo (245 m s.l.m.), all'estremità occidentale; seguono, procedendo verso est, il Coll'Alto (236 m) e il monte Castellaro (220 m). Oltre a San Zenone capoluogo del Comune, la realtà amministrativa è formata dalle frazioni di: Liedolo: stretto tra il San Lorenzo e il Coll'Alto; Ca' Rainati che invece, si trova all'estremità sud, completamente in pianura.Dal punto di vista paesaggistico e naturalistico, San Zenone, situato tra montagna, collina e pianura, racchiude una variegata combinazione di ambienti naturali protetti con cura, tra cui l’Oasi San Daniele.Non di minore interesse i cinque sentieri natura individuati e realizzati grazie all’opera della Associazione Sentieri Natura Parco degli Ezzelini: ecco allora: il Castellaro, il Colle San Lorenzo, la Valle del Ru, Collalto e i Mulini.

Il TOPONIMO. San Zenone dapprima è semplicemente un “agiotoponimo”; il predicato "Degli Ezzelini" è stato aggiunto nella denominazione del comune con una delibera del consiglio comunale del 1867 a tramandare nella storia e nella memoria le vicende degli Ezzelini.

I CORSI D’ACQUA. Numerosi i corsi d'acqua, ma nessuno è particolarmente rilevante:citiamo qui in particolare il torrente Giaretta, che lambisce San Zenone e Ca' Rainati. Il Giaretta è un importante affluente di destra del Muson che riceve le sue acque in corrispondenza dell'abitato di Loria. Ha origine a sud di Crespano del Grappa, al centro del cono di deiezione originato dal Lastego alla sua uscita dal bacino montano. Raccoglie le acque del bacino collinare compreso tra San Zenone degli Ezzelini e Liedolo. All’altezza di Ca’ Rainati riceve in sinistra le acque del Giaron.

Un po’ di storia

Come  confermano i numerosi reperti archeologici rinvenuti, questo luogo doveva essere abitato già in epoche preistoriche. Infatti alcuni materiali litici ritrovati, quali raschiatoi e armi in pietra, fanno supporre l’esistenza qui, tra 5.000 e 2.500 anni a.C., di una fabbrica neolitica. Gli studiosi dell'epoca preistorica del Trevigiano, affermano che nell'Asolano, in una zona ben delimitata lungo la fascia collinare, dovevano esistere importanti insediamenti umani, mentre mancavano nella zona di pianura per la probabile presenza di una fitta e rigogliosa foresta. Negli anni che vanno tra i 2.500 e i 1.700 a.C., compaiono in quest'area i Protoliguri, o Liguri antichi, che perfezionarono i loro strumenti in pietra e furono poi  in grado di usare e di lavorare altri metalli. Ai Protoliguri poi, tra gli anni che vanno dal 1.700 al 900 a.C., si sostituivano gli Euganei, un popolo che forse discendeva da altro precedente qui installatosi, finché, provenienti dall'Illiria, giungevano i Paleoveneti che, cacciati gli Euganei, si stanziavano anche nell'Asolano. I Veneti sono dediti all'agricoltura, all'artigianato e al commercio, specie con gli Etruschi, dai quali probabilmente imparano le nuove tecniche per la lavorazione, anche artistica, del ferro e del bronzo. Sono d'indole pacifica, senza interessi espansionistici verso i territori occupati da altri con loro confinanti e con i quali cercano sempre di avere rapporti d'amicizia. È appunto in un' atmosfera di amicizia che all'inizio del IV secolo a.C. i Veneti entrano in rapporto con i Romani, riconoscendo in questo popolo un ottimo alleato, sia sotto il profilo militare che quello economico. L'occasione d'incontro veniva offerta dall'esigenza di stringere un'alleanza contro i Galli Senoni, nel 390 a.C., e successivamente, nel 225 a.C., contro i Galli Insubri e Boi che minacciavano di invadere i loro territori. Le guerre che ne seguirono si conclusero con esito vittorioso e ciò rafforzò i legami fra i due popoli, al punto tale da indurre i Veneti a partecipare alle guerre contro Annibale che, sceso con il suo esercito dalle Alpi occidentali nella pianura Padana, minacciava l'intera penisola italica e la stessa Roma.L'inclusione di questa vasta zona nel nuovo dominio di Roma veniva raggiunta nel 148 a.C., quando il console Spurio Postumio Libero dava inizio alla costruzione di una grande arteria stradale, la "Postumia", che univa Genova con Aquileia e passava un po' più a sud dell'Asolano. Questa grande strada consolare si rivelava subito di grande importanza, non solo per il transito delle legioni romane, che potevano accorrere in difesa dei territori minacciati e da essa attraversati, ma anche quale veicolo di penetrazione economica verso le regioni orientali. È per questo motivo che l'Asolano, una zona di notevole rilevanza militare, veniva incluso nel grande disegno agrario militare delle "centuriazioni", i cui territori, cosi suddivisi, erano poi assegnati ai veterani per coltivarli e, naturalmente, difenderli. La presenza di Roma nel territorio dell’attuale comune di San Zenone degli Ezzelini è testimoniata dal ritrovamento di lapidi e di altro interessante materiale archeologico, fra cui molti ruderi di case che, per la salubrità e amenità del luogo e per l'esposizione al sole delle sue colline, i Latini scelsero di costruire qui. La fine dell'Impero romano d'Occidente e l'arrivo in Italia di popoli barbari determinarono l'abbandono degli abitati e il degrado economico dell'Asolano. Giunsero poi i Goti, i Visigoti e i Bizantini, finché nel 569, provenienti dal Friuli, calarono i Longobardi che, intuita l'importanza strategica e geografica di quest'area, la fortificarono, ponendo su ogni altura i loro punti di vedetta. Anche il colle di San Zenone doveva essere stato utilizzato a tale scopo e la presenza qui di una chiesa fa pensare che essa fosse inclusa nel disegno difensivo di quest'area, dove molti toponimi di origine longobarda sono presenti. Infatti questa antica pieve doveva sorgere sul colle san zenonese, in uno spazio in cui oggi il suo contorno ricorda quello del castello che i Da Romano, anni dopo, edificarono. Il dominio dei Longobardi, anche su questi territori, durò due secoli e precisamente fino all'arrivo in Italia di Carlo Magno, che, chiamato da papa Adriano I°, li sconfisse nel 776 e divenne signore dei loro possedimenti. I Franchi di Carlo conquistarono anche tutto il Trevigiano, quindi anche San Zenone, e lo inglobarono nella "Marca Veronesi ”. II Comitato di Treviso divenne ben presto molto importante e pur non essendo un marchesato assunse il nome di "Marca Trevigiana", titolo che mantenne a lungo in molti documenti. Il Cristianesimo può essere giunto qui contemporaneamente ad Asolo e la sua antica pieve, originariamente dipese fino non oltre al X° secolo da quella di Sant'Eulalia, in quanto nel 1152, nella Bolla di papa Bonifacio, si parla già della "plebem Sancti Zenonis" e dei beni ad essa pertinenti. Ciò conferma la dignità piovana e l'importanza che il paese aveva raggiunto rispetto a quelli vicini, tanto che poi gli Ezzelini costruirono qui uno dei loro più potenti castelli di tutta la Marca Trevigiana. La famiglia dei Da Romano. Dominerà incontrastata per molto tempo sulla Marca Trevigiana, su gran parte del Veneto e della Lombardia ed evidenziò la crisi e la fine del feudalesimo. Fra coloro che nel 1036 discesero in Italia al seguito di Corrado il Salico e furono investiti di un feudo per i loro meriti verso l'Imperatore, vi fu un appunto un cavaliere, Etzel o Ezzelo, che ricevette in dono varie terre ai piedi del Grappa, fra Onara, San Zenone e Bassano. I suoi figli, Ezelo e Alberico, allargarono poi i loro possedimenti con l'astuzia e la forza. Da Alberico nacque Ezzelino I° da Romano, il Balbo, che partecipò alla II Crociata e fu alleato dei Comuni contro Federico Barbarossa. Suo figlio, Ezzelino II il Monaco, alla morte del padre ereditò tutte le sue terre e divenne uno dei più autorevoli vassalli della Marca Trevigiana. Egli ebbe tre figli, Ezzelino III da Romano, Alberico e la figlia Canizza, tutti celebrati tra l’altro da Dante nella Divina Commedia. Ezzelino II, ormai vecchio, si ritirò in un convento e divise le sue terre tra i figli Ezzelino III, il "Tiranno", e Alberico. A quell'epoca l'Italia era sconvolta dalle lotte fra guelfi e ghibellini e quando l'imperatore Federico II iniziò la sua lotta contro i Comuni e cercò in Italia fautori per la sua causa, Ezzelino, ambizioso e deciso a dare la scalata al potere, si schierò con lui. E non fu il solo che abbracciò la causa ghibellina: potenti personaggi di ricche famiglie, gruppi politici e intere città voltarono le spalle ai guelfi. Ezzelino allora, approfittò delle gelosie delle varie fazioni venete per conquistare per sé nuovi territori, fortificò Bassano, aiutò i Trevigiani nella lotta contro Feltre e Belluno e venne a patti con i Da Camino, ai quali fu costretto a cedere alcuni castelli che, di lì a poco riuscì a riprendersi. Quando nel 1236 venne nominato Vicario imperiale, il potere di Ezzelino parve incontrastabile. Fu allora che il Da Romano, dopo aver sconfitto i San Bonifacio, divenne signore assoluto di Verona, assoggettò Vicenza e assalì Padova che gli si arrese; rivolse poi le sue armi contro il marchese Azzo d'Este e contro il suo antico nemico Jacopo da Carrara, e conquistò Este e la zona degli Euganei, quindi, con l'aiuto delle truppe imperiali, piombò sui castelli dei suoi nemici personali e li fece radere al suolo. Per odio a Venezia, che lo combatteva, fece demolire l'antico convento di Sant'Ilario, quindi rivolse i suoi feroci attacchi contro Asolo e Montebelluna e assali Cèneda, quasi radendola al suolo. Nel frattempo suo fratello Alberico, signore di San Zenone occupava per proprio conto Treviso che all'epoca della caduta di Cèneda stava combattendo i ghibellini della Marca. Ma le città venete ed emiliane, in un quadro politico estremamente complesso, si riunivano in quella lega che doveva poi definitivamente sconfiggere i Da Romano. Mentre Ezzelino assediava Mantova con il concorso di tutte le sue truppe, Padova gli si ribellava e conquistava la sua libertà il 20 giugno 1256. Ezzelino però proseguiva il suo piano di conquiste e riuniva  le sue forze per invadere il Milanese. L'esercito avversario, sostenuto dai più potenti capi guelfi dell'Italia settentrionale, gli dava subito battaglia il 27 settembre 1259 e lo sconfiggeva, trascinandolo prigioniero e ferito nel castello di Soncino, nel Mantovano, dove undici giorni dopo, come raccontano le cronache dei tempo, moriva "essendosi strappato le bende in uno dei suoi eccessi d'ira furiosa". Intanto suo fratello Alberico aveva lasciato precipitosamente Treviso e si era rifugiato nel suo castello di San Zenone, da dove molestava i villaggi vicini con rapine e distruzioni. Ciò provocò lira dei Trevigiani e della lega guelfa, che, decisi più che mai ad "estirpare la mala pianta", assaltarono il castello. Per tre giorni Alberico tenne testa agli assalitori, ma il 26 agosto 1260, sopraffatto, fu costretto ad arrendersi e barbaramente ucciso con la sua famiglia. Le cronache dicono che, sotto gli occhi di Alberico, i sei figli maschi furono decapitati, la moglie con le due figlie bruciate vive e poi lui fatto morire attaccato alla coda di un cavallo in corsa. Dopo la tragica fine di questa potente famiglia, che aveva anche la cittadinanza padovana, nel 1314 San Zenone degli Ezzelini ed il suo territorio apparterranno alla Marca Trevigiana.Nel 1339 Venezia, a seguito della sua politica di espansione verso la Terraferma, occupa l'Asolano e, nel riordino territoriale ed amministrativo della Marca Trevigiana, assegna San Zenone degli Ezzelini e la vicina località di Liedolo, prima appartenenti alla giurisdizione di Castelfranco Veneto, alla podesteria di Asolo. II dominio della Repubblica di San Marco porta nel Veneto un lungo periodo di pace e di relativo benessere, interrotto solo dalla guerra sostenuta dalla Serenissima contro i collegati della Lega di Cambrai. Nel 1797, al termine della prima campagna d'Italia e in seguito al Trattato di Campoformio, Napoleone Buonaparte pone fine alla gloriosa Repubblica di Venezia e l'assegna all’Austria. Seguono anni di altalenanti occupazioni francesi ed asburgiche, finché nel 1815, con la Pace di Vienna, tutto il Veneto cade sotto il dominio degli Asburgo e inglobato nel regno Lombardo-Veneto. Nel 1866, alla fine della terza guerra per l'indipendenza italiana, anche i Sanzenonesi, aderiscono plebiscitariamente al regno d'Italia; da allora la storia di questo Comune si fonde con quella di tutta la nazione.

Partiamo dunque alla scoperta di questo territorio! Il nostro punto di partenza è di fronte alla chiesa parrocchiale di San Zenone.

LA CHIESA PARROCCHIALE DI SAN ZENONE

L'attuale chiesa parrocchiale di San Zenone venne costruita tra il 1860 e il 1870, dopo che la precedente, molto più antica, fu demolita per le precarie condizioni statiche ed il cattivo stato di conservazione. Essa non presenta particolari caratteristiche architettoniche, ma invece è interessante per il ciclo di affreschi che conserva. Sono opera del pittore di Castelfranco Veneto Noè Bordignon e si possono dividere in quattro gruppi:

1°) soffitto: "La carcerazione del B.Giordano Forzatè nel castello di San Zenone", "L'Assunzione di Maria in cielo", "La gloria di San Zenone";

2°) pareti laterali: "Gli Apostoli";

3°) abside: "Il Giudizio Universale";

4°) cappelle laterali e lunette della porta maggiore: "La Fede", "La Speranza" e la "Carità".

PARROCCHIALE

Giordano Forzatè. Il beato Giordano Forzatè  (Padova, 1158 – Venezia, 1248) è stato un religioso benedettino italiano. Dopo essere stato abate del monastero di San Benedetto a Padova, ricevette numerosi incarichi da papa Onorio III, quali le trattative di pace tra Treviso e Belluno nel 1216. Svolse incarichi fiduciari presso le diocesi venete anche per papa Innocenzo III e papa Gregorio IX. Nel 1237 Ezzelino da Romano lo fece imprigionare con l'accusa di avere tramato per la sua caduta. Fu liberato due anni più tardi dall'imperatore Federico II che lo fece fuggire a Venezia, dove rimase fino alla morte

San Zenone, la sua chiesa e il suo cittadino illustre: il pittore Noè Bordignon. Noè Raimondo Bordignon nasce a Salvarosa di Castelfranco Veneto nel 1841. Il padre, Domenico Lazzaro, esercita la professione di sarto, mentre sua madre, Angela Dorella, è cucitrice. È il quarto di otto figli. La madre muore di parto nel 1848. Noè ha sette anni, mentre la sorella maggiore ne ha dieci. Zia Maria Luigia, sorella del padre, rimasto vedovo, si prenderà cura dei nipoti. Più tardi la famiglia si trasferisce a Treviso. Noè può così frequentare le prime scuole a Castelfranco, su suggerimento di alcune persone che avevano precedentemente notato la sua attitudine al disegno. Si distingue subito nel disegno ornamentale. Il sig. Bolasco e il «Sior Nane Ruzza», proprietario della farmacia sotto la torre all'entrata del Castello, si interessano affinché il giovane frequenti l'Accademia di Venezia, sostenendolo economicamente assieme al Comune di Castelfranco. All’accademia consoce tra gli altri Guglielmo Ciardi. E’ nell’ambiente veneziano che  conosce il pittore romantico Tranquillo Cremona, col quale stabilisce una profonda amicizia. 

Successivamente si lega ai maggiori esponenti della pittura di genere veneziana. Dopo un periodo importante a Roma, lì giunto grazie ad una borsa di studio, ritorna nel  1869 ritorna a Venezia, dove apre lo studio a San Vie, piscina del Forner, nel 1871. San Vie però non significa abbandono di Castelfranco. Lo studio già allestito nella casa paterna continua a rimanere aperto anche come punto di riferimento e base di preparazione a quella lunga serie di opere che, iniziata nel 1869 con i primi affreschi di Castelfranco e di San .Zenone degli Ezzelini, gli assicurerà salario e notorietà nelle zone circostanti. San Zenone è la terra di suo padre e sin da piccolo imparò ad amarla attraverso i ricordi e le visite che spesso vi faceva col padre Lazzaro e con i suoi fratelli. Ed è a San Zenone che, con un'unanime decisione della popolazione, dopo il triennio romano, gli viene commessa dagli arcipreti Sforza e Bianchetto la complessa decorazione della nuova chiesa parrocchiale. Il suo inserimento come artista nell'ambiente accademico non è però  facile. Incontra l'opposizione dei rappresentanti più autorevoli della Biennale di Venezia , che contestano le sue opere. Respinti i quadri «Pappa al fogo» e «Interno della Chiesa dei Frari», il pittore li invia all'Esposizione di Parigi, dove vengono premiati con medaglia d'oro. Vari sono i motivi del rifiuto da parte degli esponenti della Biennale, derivanti soprattutto -secondo le testimonianze - dalla personalità dell'artista, che non accetta compromessi con i suoi colleghi. Lui stesso afferma, ormai vecchio, «che il Ciardi lo invitò con insistenza ad affigliarsi alla Massoneria se voleva far strada»; ma non accettò e si oppose in coerenza anche con la sua fede cattolica (Bernardi). Nel frattempo il contrasto col Ciardi si acuisce. A causa di un diverbio con quest'ultimo, l'artista viene accusato di provocazione ed insulti, ma è assolto dal tribunale. Le opposizioni però non terminano, tanto da indurlo ad abbandonare Venezia ed a ritirarsi a San Zenone, terra d'origine della famiglia, che gli riprometteva l'affetto delle persone semplici. Per l'abitazione provvede l'arciprete mons. Bianchetto che gli cede per un modesto affitto la ex casa del cappellano don Antonio Renier e inoltre gli affida la decorazione del Santuario della Beata Vergine della Salute nell'ottobre del 1891. Nel  1913 trasferisce ufficialmente la sua residenza a San Zenone, nella casa acquistata in via Pozzo Rotto. Nello studio, uno stanzone rustico, disadorno, o fuori all'aperto, lavora in piena libertà, le maniche rimboccate, capo scoperto, in pantofole o zoccoli, riprendendo frequentemente come soggetti dei suoi quadri i paesani che incontra. Nell'agosto del 1920 cade a terra fratturandosi il femore. Si tenta di ingessarlo, ma non accetta l'immobilità per l'esigenza di continuare a dipingere. Si fa tagliare il gesso in modo da poter sedere sul letto e lavorare. Ma il suo fisico non riesce a superare quest'ultima prova, che si aggiunge a tutte le altre che a poco a poco l'avevano prostrato. Muore il 7 dicembre 1920, lasciando incompiuto l'autoritratto, ultimo, significativo testimone del suo travaglio interiore e della sua abilità. - II suo corpo viene sepolto accanto a quello della moglie e del figlia Rino nella tomba di famiglia nel vecchio cimitero sotto la torre di Ezzelino da Romano a San Zenone. (riadattamento  personale tratto da un testo di Luigi Dal Bello)

Lasciata la chiesa parrocchiale ci dirigiamo quindi in direzione est sulla regionale. Proprio all’incrocio tra la regionale e la provinciale ecco, sulla sinistra l’imponente complesso di Villa di Rovero.

VILLA DI ROVERO

La Villa di Rovero, costruita su un piccolo poggio nei primi decenni del 1600 dal Nob. Cristoforo Di Rovero, sorge in una posizione incantevole, da dove si possono ammirare, degradanti in verdeggianti vallate, i colli circostanti, il più alto dei quali, proprio dietro alla villa, è quello su cui sorgeva il castello degli Ezzelini. Davanti a questa nobile dimora si stende a perdita d'occhio la campagna veneta e su tutto domina, come sfondo, il massiccio del Monte Grappa. È un complesso architettonico di giusta e proporzionata armonia, il cui corpo centrale, a tre piani con poggiolo, è unito con due grandi logge, una per parte e formate da sette archi su colonne, a due torri quadrate, alte quanto il corpo centrale stesso, che limitano ai lati l'edificio. Dalla strada si vede una lunga scalinata che passa attraverso la "cedrera", uno dei rarissimi esempi esistenti di una antica tradizione delle ville venete, dove cedri e limoni sono piantati in piena terra. L'edificio è circondato da un bel parco e vi possiamo ammirare anche una chiesetta, un giardino, una barchessa e, ricavata in una massiccia torre, una "colombera". La villa è caratterizzata anche da un vasto ciclo di affreschi che decorano le due facciate principali ed il salone centrale al primo piano; essi raffigurano paesaggi immaginari, figure simboliche e scene mitologiche che richiamano quelli eseguiti da Paolo Veronese a Maser. La famiglia di Rovero, proprietaria della Villa, apparteneva a quel gruppo di casati di origine feudale che fecero la storia della Marca Trevigiana sin dall’XI secolo: non si sa che forma avesse in origine la dimora. Il palazzo principale non doveva essere molto dissimile dall’attuale, almeno per la parte centrale, ma era meno sviluppato in lunghezza. A questo primo complesso appartenevano una chiesetta, posta quasi all’estremità orientale della spianata del colle, successivamente inglobata, le due barchesse poste ad est e ad ovest, il cortile posteriore della villa e la colombera a nord-est. L’interno è conforme alla tradizione classica veneta, con un doppio salone centrale al piano terra e al piano superiore, La Villa era luogo di cultura e scienza. In essa soggiornarono personaggi di spicco quali i Fratelli Riccati di Castelfranco Veneto, celebri matematici, l’architetto Francesco Maria Preti, lo storico bassanese Giambattista Verci, il poeta bassanese Jacopo Vittorelli. Il palazzo costituiva il fulcro della vita sociale, mondana, ma soprattutto economica: all’interno dei suoi locali venivano stipulati i contratti di affitto delle terre da lavorare e delle case e si stimavano i raccolti. 

VILLA DI ROVERO

Procedendo ora in leggera salita in direzione nord, lasciando Villa Rovero alla nostra destra. Corriamo lungo l’imponente mura esterna della Villa. Di lì a poco sulla nostra sinistra un capitello sembra quasi introdurci il cammino verso luoghi intrisi di importanti storie.

CAPITELLO DI SAN ZENONE

IL PRIMO BOSCO

E’ poco più avanti e precisamente circa 250 metri più in su che, dopo aver notato uno degli innumerevoli capitelli votivi sulla nostra sinistra, noi ci butteremo sulla destra in corrispondenza dell’ingresso rappresentato dall’immagine che segue. Dapprima costeggiando un gruppo di case, la stradina sterrata si dirige poi a destra e cominciamo ad entrare in un bel bosco.

INGRESSO AL PRIMO BOSCO
PRIMO BOSCO

La strada dapprima sicura e ben tracciata, assume improvvisamente una brusca accelerazione verso una breve discesa andando ora in direzione nord. Segue un tratto a sentiero sino ad uscire in un prato. Prendiamo qui la sinistra tornando di nuovo sotto il bosco. La strada è difficile e non facile da percorre in stagioni non asciutte. Poco oltre, dopo una breve salita entriamo sul cortile di una abitazione privata.

IL PRIMO PRATO
PASSAGGI PRIVATI

Teniamo qui la sinistra e scendiamo sulla strada ora asfaltata. Ci siamo senz’altro divertiti immergendosi in uno dei posti più selvaggi della zona, un residuo degli antichi boschi di rovero  di cui tutta la zona era coperta ( 800 metri circa). Prediamo ora la destra e procediamo per circa 100 metri. Teniamo quindi la destra ancora e saliamo sino ad un luogo molto particolare: IL CONVENTO DEI PADRI PASSIONISTI. Lo raggiungeremo dopo circa 200 metri di ascesa.

PASSIONISTI

Ritorniamo sui nostri passi e scendiamo per circa 200 metri. Alla fine della discesa entriamo a destra. Stiamo per andare a raggiungere uno dei posti più incantevoli di tutta la Marca Trevigiana. Stiamo per raggiungere il Castellaro. Saliamo per circa 400 metri e quindi all’incrocio teniamo la destra. Poco oltre sulla nostra destra, l’ingresso sud del complesso del castellaro.

CASTELLARO
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CASTELLARO

SOPRACASTELLO E IL COMPENDIO DEL CASTELLARO

E’ un luogo denso di storia e di memoria per San Zenone degli Ezzelini. Qui,infatti, fino alla metà del XIX secolo si trovava la Pieve del paese e, poco distante, sulla sommità del colle, è stato rinvenuto il grande basamento (14 metri per 14) su cui sorgeva la più inaccessibile fortezza della famiglia da Romano, luogo in cui si compì la sconfitta e la strage di Alberico da Romano, fratello di Ezzelino III, e della sua famiglia. Per secoli l’area circostante la Pieve, recintata, è stata un camposanto, dove hanno trovato sepoltura persone insigni e artisti. Nella struttura che sorreggeva l’abside della Pieve vi era un antico luogo di culto, con pilastri e volte a crociera.Quando il baricentro del paese si è spostato verso sud, nella seconda metà del XIX secolo, l’antica Pieve, già danneggiata da un sisma, è stata abbandonata e ridotta nelle dimensioni attuali. Da allora il sito del Castellaro è entrato nella memoria collettiva evocandone l’antica importanza. Il colle Castellaro fa parte del sistema collinare tra la pianura e il Pedemonte del Grappa. Dalla sommità la nostra vista può spaziare così dai monti Lessini ai paesi tra Brenta e Piave, dalla Laguna di Venezia ai Colli Euganei.

Procediamo ancora in salita dopo belle visioni sulla pianura …

VISIONI DAL CASTELLARO

Il castello e la torre: breve storia

La torre in pietra che campeggia al centro del sito, già torre campanaria realizzata su un basamento che appartiene a fortificazioni precedenti, è stata restaurata e aperta ai visitatori, che possono raggiungere il piano superiore delle bifore, dal quale si gode una straordinaria vista panoramica su un territorio ricco di segni storici particolarmente rilevanti.La scala interna che raggiunge il belvedere è in realtà un percorso espositivo che offre ai visitatori le informazioni utili per una comprensione più approfondita del paesaggio limitrofo. E così, al primo livello è illustrato lo scenario di torri che include il Castellaro; nel secondo livello, s’incontrano i protagonisti più importanti e noti, Ezzelino III e Alberico da Romano, e s’illustrano le loro imprese, segnate da una tragica conclusione. Nel piano successivo si mostra l’impianto insediativo del centro antico di San Zenone, sorto attorno alla Pieve, e mediante alcune mappe antiche si rintracciano le principali vie di comunicazioni, la rete dei corsi d’acqua e i nuclei abitativi. Salendo, nella cortina muraria della torre si apre una finestra che affaccia sull’angolo delle lapidi raccolte. A seguire, è messa a fuoco la formazione del paesaggio agrario ed è studiato un singolare fenomeno che ha interessato molti centri abitati collinari, ovvero il loro slittamento progressivo verso valle. Nell’ultimo livello, due pannelli evidenziano l’estensione del potere dei da Romano, osservando la distribuzione dei loro possedimenti su questo territorio, e la numerosa presenza di siti incastellati medievali nell’area pedemontana compresa tra Brenta e Piave. Nel 1152 qui vi era un castello per metà del vescovo di Treviso. Dal 1211 diviene proprietà degli Ezzelini. Imponenti lavori, voluti da Ezzelino III da Romano, lo trasformano nel 1250 circa,  in una grande piazzaforte. La robustissima torre era ritenuta in qualche modo simile a quella di Babilonia. Una cortina a quota 175-180 metri sulle pendici del colle costituiva poi la fortificazione esterna. Morto Ezzelino III nel 1259, il fratello Alberico con la famiglia si rifugiò a San Zenone. Il 26 agosto 1260, dopo tre mesi d’assedio, tradito, si consegnò agli assedianti. Seguì una barbara e orrida carneficina che cancellò la stirpe dei da Romano e la loro fortezza divenne una cava di pietre. Sul colle però , Pietro Bonaparte (ante 1327) edificò un nuovo castello di cui non si ha più notizia dal 1329.

LA TORRE

… un passo indietro: LA PIEVE ANTICA DI SAN ZENONE

Dedicata a San Zenone, vescovo di Verona (dal 362 al 371 circa), la pieve esisteva prima del 1152: una bolla pontificia del 3 maggio accerta la presenza, tra i possessi del vescovo di Treviso, della pieve di San Zenone, della metà del castello e dello stesso territorio pievano. Fu chiesa battesimale, pur non avendo filiali, a eccezione della cappella di Santa Maria Rossa. Consacrata l’1 luglio 1462 dal vescovo di Treviso, Marco Barbo, la pieve fu restaurata nel 1607 dal pievano Gerolamo Dulciani e ampliata in epoche successive. All’interno ospitava sepolcri di sacerdoti e di famiglie nobili. Dalla fine del ‘600 disponeva di cinque altari: il maggiore, dedicato a San Zenone, e quattro laterali, alla Madonna del Rosario, al Crocifisso, allo Spirito Santo e a Sant’Osvaldo. Dopo la consacrazione della nuova chiesa al centro del paese (13 agosto 1871), l’antica pieve fu demolita, a eccezione del presbiterio, adibito a cappella cimiteriale intitolata a Santa Veneranda. Qui furono sepolti (lapidi all’ingresso della vecchia sacristia) gli arcipreti di San Zenone, don Luigi Sforza (dal 1842 al 1872) e don Antonio Bianchetto (dal 1873 al 1894), protagonisti, il primo della costruzione dell’attuale chiesa di San Zenone, il secondo dell’edificazione del santuario della Madonna del Monte.

 L’ANTICA CRIPTA

L’attuale cripta della pieve di San Zenone è un insieme di vani databili dal XII al XVIII secolo. La chiesa è ricordata già dal 1152, ma la sua origine è più antica. Il sito fu trasformato intorno al 1250 dalle fortificazioni ezzeliniane che videro la creazione della cortina esterna del castello. L’antica pieve probabilmente fu ricostruita al livello del nuovo terrapieno della cortina esterna e parte della vecchia navata fu utilizzata come cripta. Una finestra romanica (ora cieca) sulla parete sud-est testimonierebbe questa fase.Una particolarità: nel Pedemonte veneto è l’unica chiesa non urbana con cripta.!Tre vani furono aggiunti dopo il 1607, come basamento del nuovo presbiterio e della sacristia, modificando la cripta antica con muri di sostegno e l’apertura di un portale nell’abside per accedere ai nuovi locali. La cripta è divisa in tre navate e  due scale laterali, di cui rimangono gli accessi, che la collegavano alla navata della chiesa.  

L’attuale entrata risale alle trasformazioni del 1600 quando divenne locale di deposito. Le dimensioni della pieve erano notevoli per l’epoca e  testimoniano l’importanza del borgo e del territorio del castello.

L’ANTICO CIMITERO DELLA PIEVE DI SAN ZENONE DEGLI EZZELINI

L’antico cimitero di San Zenone racchiude idealmente la memoria e gli affetti di generazioni di sanzenonesi. Il muro di cinta, che oggi lo delimita, fu più volte restaurato, come avvenne nel 1608, quando monsignor Giustiniani, vescovo di Treviso, ordina che si accomodi et si stroppi il muro del cimiterio, in modo che gli animali non vi possano entrar dentro.Alla metà del secolo XVIII il cimitero aveva una superficie più ridotta dell’attuale. Infatti la torre-campanile stava al di fuori del recinto cimiteriale, come attestato da una disposizione vescovile del 1753 che decretava il trasferimento all’interno del camposanto di una sepoltura esistente appiedi del campanile. In realtà, fu il cimitero ad essere allargato, includendo la sepoltura, senza rimuoverla, e così anche la torre. Ampliato intorno al 1830 e nel 1880, il cimitero accolse nella fase conclusiva della Grande Guerra (1918), le salme di 39 militari italiani, morti nell’ospedale da campo n° 208, allestito nel paese, e di 50 profughi di guerra. Le inumazioni proseguirono sino alla fine del 1922, quando fu disponibile il nuovo cimitero. Memorie funebri, addossate al muro di cinta o immerse tra l’erba, sono tutto ciò che resta  delle numerose sepolture qui presenti sin dal secolo XVI e visitate nel maggio 1621 dal medico letterato trevigiano Bartolomeo Burchelati. In passato, ad alcuni cittadini di particolare fama era riservata l’inumazione ai piedi della torre-campanile: don Jacopo Pellizzari (1732-1818), illustre matematico, fu posto nella tomba dei Signori De Martini appiè della torre; monsignor Antonio Pellizzari (1747-1845), fratello di Jacopo, prefetto degli studi del seminario di Treviso per 43 anni, fu tumulato al lato sinistro della torre che serve di campanile alla parte di mezzogiorno. Perdute le lapidi dei due sacerdoti, permane quella tombale di Andrea Filippo Favero (1837-1914), bello di greca euritmia (recita l’iscrizione parzialmente leggibile), nato a San Zenone e morto a Como, ma qui sepolto. Amico di Noè Bordignon e di Teodoro Wolf Ferrari, pittore veneziano, innamorato di San Zenone, il Favero fu anch’egli assai noto come autore di affreschi, studioso di architettura classica ed estensore, nel 1858, del primo progetto per la nuova chiesa di San Zenone.

ANTICO CIMITERO

Lasciamo ora il Castellaro e procediamo ancora in salita per altri 300 metri ed ecco che siamo giunti sul punto  più alto del colle: siamo davanti a una chiesa tutta rossa.

 

IL SANTUARIO DELLA MADONNA DEL MONTE

Sulla sommità del colle Castellaro, sul luogo dove Ezzelino III da Romano eresse il suo possente castello, sorge il Santuario della Madonna del Monte, noto anche come ‘Chiesa Rossa’ dal colore delle murature esterne. Una denominazione -‘Rossa’- peraltro già presente nei documenti riferiti alla cappella qui costruita dopo la distruzione della fortezza ezzeliniana (1260). Nel 1297, infatti, è attestata l’esistenza, sopra il colle, di una Capella S. Marie Rosse, dipendente dalla pieve di San Zenone. Danneggiata dai terremoti del 1695 e del 1836, la chiesa vecchia fu demolita e ricostruita nelle forme attuali, su progetto del professor Antonio Carlini di Treviso, tra il 1890 e il 1891, con il concorso della popolazione del paese. Voluto dall’arciprete di San Zenone, don Antonio Bianchetto, il Santuario fu  poi inaugurato il 21 novembre 1891, festa della Beata Vergine della Salute. Aggregato l’anno successivo alla Basilica Lateranense e solennemente consacrato il 6 settembre 1959, nel 1893 il tempio fu provvisto di campanile, eretto sopra i resti ancora visibili del basamento della torre ezzeliana (lapide con iscrizione di Carlo Leoni: SUI MESTI AVANZI / DEL CASTELLO / EZZELINIANO / QUESTA TORRE / POSA / MDCCCXCIII).Da ricordare altresì che fu militarmente occupata durante la prima guerra mondiale. All’interno della chiesa vi sono opere degli artisti sanzenonesi Noè Bordignon e Francesco Rebesco e di quest’ultimo di particolare valore, le formelle in ceramica che raffigurano la via Crucis. Essa è  meta di numerosi pellegrinaggi e molto nota per la fama taumaturgica della "Madonna Rossa". 

E’ tempo di scendere dal colle. Rifacciamo la strada in discesa ripassando il nostro sguardo verso questi luoghi così carichi di storia. Scendiamo per circa 600 metri sino a girare a sinistra sulla provinciale. Altri 100 metri e quindi svoltiamo a sinistra in direzione sud. Sulla nostra sinistra ecco allora  Villa Marini Rubelli

VILLA  MARINI RUBELLI

Villa Rubelli sorge in località Sopracastello ed è una costruzione, intonacata a marmorino e con un cornicione a mensole, che risale al XVIII secolo, mentre al primo piano vi è una trifora, senza poggiolo, con archi sostenuti da colonne. Sulla facciata principale, tra le finestre del primo piano, vi sono due figure mitologiche affrescate e collocate su piedistalli entro nicchie; altri affreschi, dello stesso carattere, figurano come cariatidi sotto i davanzali delle finestre. Il complesso è costituito da una grande corta murata con a nord la casa dominicale, a oriente una grande barchessa e all’angolo sudest la cappella gentilizia dedicata alla Madonna del Carmine. La sequenza dei proprietari, a partire dal Seicento, è: Senachi, Marini, De Martini, Rubelli, Parrocchia di San Zenone, Comune di San Zenone degli Ezzelini.La casa dominicale è il risultato di una storia complessa. La parte originaria è il corpo di fabbrica posto a nord, con strutture del Cinquecento o forse anche più antiche, cui si è poi aggregato, con aggiunte e variazioni, quello a sud con l’attuale facciata.La facciata di villa Rubelli presenta un parato pittorico della fine del Seicento, con Cerere in una finta nicchia e quattro sottofinestre con Telamoni. All’interno poi sono rimasti frammenti di decorazioni freschive dei primi decenni del Settecento e un riquadro rappresentante Agar e Ismaele nel deserto. Nella stanza  a nordovest del piano terra vi è un caminetto del secolo XVI. 

VILLA MARINI RUBELLI

Ma proprio di fronte a Villa Marini Rubelli, sul lato opposto della strada, ecco un’altra importante villa. E’ villa Marini o Ca’ Marini.

CA’  MARINI – ALBRIZZI -ARMENI

Appare per la prima volta in un documento ufficiale nel 1637 come abitazione del veneziano Alvise Marini. Ancora al momento della stesura dell'estimo del 1713-1717, risultavano proprietari i suoi nipoti, i quali, alla morte dei rispettivi padri, avevano provveduto a frazionare il fabbricato, mantenendone comunque intatta l'originaria unità architettonica. Negli anni successivi, per effetto di vendite e successioni, sembrava che il complesso fosse destinato ad andare in rovina, ma fortunatamente, nel periodo a cavallo fra settecento e ottocento, fu ricostruita l'originaria unitarietà da parte dei conti da Porcia. A questi si deve, verso la prima metà dell'Ottocento, l'ampliamento del complesso edilizio con la costruzione dei fabbricati verso oriente e le stalle, ora rese abitabili. La strada che passava a nord di questo abitato veniva chiamata “ del Tegier “, un tronco di una antichissima via che nel secolo XIX divideva il colmello di Sopracastello da quello di Mezzo di Sopra.  L’edificio è ora circondato da un bel giardino con relativa chiesetta.  

Lasciata la villa ci dirigiamo in direzione sud sulla provinciale sino a trovare, dopo circa 600 metri via Pozzorotto. La prendiamo. Facciamo circa 100 metri e quindi scendiamo a sinistra in Via Coltrù. Procediamo in direzione sud per 600 metri circa, poi attraversiamo la statale e ancora a sud in via Gobba. Poco oltre ecco Ca’ Bembo.

CA’ BEMBO . Abitazione che risale al 1713. Un tempo palazzo dominicale con relative barchesse. Oggi è adibita a ristorante. Al suo interno un pregevole affresco di pittore ignoto.

Procediamo ora in direzione sud in Via Gobba per circa 1 km sino a raggiungere il colmello di Malgara. Ecco alla nostra destra una chiesetta dai profili e colori davvero importanti.

CHIESETTA MALGARA

Prendiamo quindi a sinistra via San Rocco e la facciamo per circa 50 metri e usciamo a destra in via Perosina. Scendiamo a sud per circa 800 metri dopo aver oltrepassato la località San Martino e giungiamo a una piccola rotonda. Prendiamo la terza uscita e scendiamo ancora a sud. La nostra nuova destinazione è la frazione di Ca’Rainati. Siamo ora in via Vollone (e il richiamo al quasi omonimo torrente è evidente). Facciamo circa 600 metri in direzione sud e quindi giriamo a sinistra in via San Pio X.  Ci stiamo dirigendo verso il centro della frazione di Ca’Rainati. Facciamo circa 600 metri e svoltiamo quindi a destra. Eccoci nel cuore del paese.

CA’ RAINATI

Ca' Rainati è una frazione di San Zenone degli Ezzelini in provincia di Treviso. È uno degli abitati più "bassi" del comune, sorgendo in un'area pianeggiante a sud del capoluogo. Il centro è attraversato dai torrenti Iassa e Giaretta (suo affluente), compresi nel bacino idrografico del Muson. Un po’ di storia… tutto attorno alla chiesa! La storia del paese, almeno per i tempi recenti ruota decisamente attorno alla figura di Isepo Rainati e alla chiesa . Nel 1613 infatti è proprio  il nobile Rainati che costruiva un piccolo oratorio per le esigenze spirituali del colmello Veggiane. Il colmello dava tra l’altro l’antico nome dell'abitato. Ma già nella seconda metà del Settecento la chiesetta versava in condizioni difficili ed ecco che ne fu ordinato l'ampliamento e il rinnovo di arredo e paramenti. Nel 1753 una relazione affermava che "l’oratorio del sig. dott. Paolo Rainati da Castelfranco V.to era tenuto con l’ultima indecenza, per non aver alcuno di loro spender un soldo in quello". Il calice e la patena erano sospesi fino ad una nuova doratura e riparazione con l’obbligo "che alcun sacerdote possi celebrar messa da morto senza il paramento da morto, non doversi servire del paonazzo come facevano" e si stabiliva che "nel termine di due mesi sia fatta una nuova porta all’ingresso laterale" pena la sospensione dell’oratorio stesso. Il nobile Manfrotti di Treviso con i Rainati aveva allora il giuspatronato della chiesa. Nel 1789 poi,  il vescovo ordinava che "fossero restaurate le finestre di vetro, imbiancate e rese decenti le pareti interne".Nel 1832 Antonio Enrico Rainati poi cedeva l'uso completo dell'oratorio alla popolazione. Ma è con la costruzione della nuova parrocchiale di San Zenone, che la chiesa perse ancora di importanza. E infatti ne fu ricostruita una nuova a partire dal 1921 su progetto di Antonio Beni, la quale fu poi eretta a parrocchia solo nel 1954.Estinti i Rainati e la proprietà passata a nuovi padroni, l’oratorio rimase alla fabbriceria locale. Durante la prima guerra mondiale, l’oratorio fu utilizzato come rifugio di alcuni profughi di Possagno, dal novembre del 1917 al giugno 1918, guidati dai Padri Cavanis.Ma già al tempo di mons. Bianchetto si era avvertita la necessità di costruire una nuova chiesa a Ca’ Rainati perché il vecchio oratorio non bastava più a contenere i fedeli, sempre più numerosi.

L’edificazione della nuova chiesa fu decisa dal giovane parroco don Carlo Bernardi. I lavori di costruzione iniziarono nel 1921, poi proseguiti da mons. Oddo Stocco fino alla definitiva copertura.L’arciprete Stocco rifinì la chiesa e l’aprì al culto. Il vescovo Mantiero concesse l’autonomia parrocchiale, solo nel 1954, quando alla chiesa fu assicurato un beneficio di 5 campi, lasciati in testamento alla chiesa da don Bernardi. Gli interni. Una deposizione, un altare ligneo con un paliotto rappresentante la Trinità e due tele dì San Giuseppe e di San Francesco costituiscono il suo patrimonio artistico. La chiesa conserva pure una statua della titolare, la Vergine Lauretana. Del Beato Giordano Forzatè esiste una pala, dovuta al pennello di Carlo Giovanni Bevilacqua, e datata 1803.

PARROCCHIALE CA' RAINATI

Lasciata la chiesa alle nostre spalle ci dirigiamo ora verso sud lasciando la provinciale. Fatti 200 metri, laddove la strada ha una inversione a “u”, noi teniamo destra. Scendiamo per circa 600 metri e quindi all’incrocio successivo teniamo la sinistra. Siamo in via Viazza. Altri 600 metri in via Viazza. Passiamo il ponte sul corso d’acqua omonimo e teniamo la sinistra.

 

IL VIAZZA

Prendiamo ora la direzione nord sempre in via Viazza. Saliamo per circa 600 metri. All’incrocio  proseguiamo dritti. Attraversiamo la provinciale e saliamo in via Corte.  Proseguiamo in direzione nord per circa 200 metri e giriamo a destra. Qui troviamo il “rudere” della Vecchia Villa Rainati. 

RUDERE DI VILLA RAINATI

Ancora un po’ a nord. La strada ora vira verso destra. Circa 800 metri avanti ed ecco, sulla nostra destra, nascosta da un piccolo capannone, “ il rosa “ di Villa Beltramini Porcia. 

 CA’ PORCIA  - VILLA BELTRAMINI PORCIA

In località San Lorenzo, vi è Ca' Porcia, ora adibita a casa colonica. È un interessante edificio a un piano sopra il terreno e una soffitta con fori di originale disegno. La porta d'ingresso e le finestre al piano terra hanno l'architrave e gli stipiti a conci in pietra bugnati, mentre un bel poggiolo in pietra è posto davanti alla trifora centrale, le cui finestre laterali sono murate. Un alto frontone con trifora, in gran parte murata, è sormontato da un timpano, sul culmine del quale è collocata una campanella. In prosecuzione dell'ala destra dell'edificio, sempre con cornice dentellata, vi è una elegante loggia, formata da sette archi ribassati e in gran parte murati, posti su colonnine in pietra, a cui corrispondeva, al piano terra, un portico di quattro archi, attualmente tutti murati.

VILLA BELTRAMINI PMINI PORCIA

Procediamo ora in direzione est via San Lorenzo per 300 metri sino ad uscire in via Boschier. Giriamo a sinistra e procediamo in direzione nord per circa 1,5 km sino all’incrocio ove gireremo a destra. Siamo presso le case Pellizzari. Giriamo a destra per 30 metri e quindi a sinistra ancora a nord su via Pellizzari. 

CASA PELLIZZARI

Così per circa 450 metri. Siamo a San Marco. Procediamo ancora in direzione nord per altri 100 metri sino ad uscire sulla strada regionale. Giriamo ora a sinistra e avanti così per circa 200 metri. Giriamo quindi a sinistra e poco più avanti davanti a noi la chiesetta di San Marco.

LA CHIESETTA DI SAN MARCO – ma quanto antica è questa chiesa? Storia di un titolo travagliato.

La Chiesa di San Marco era definita “antichissima” da Mons. Giustiniani vescovo di Treviso nel 1744. Ciò farebbe presupporre che la chiesa in questione avesse davvero origini molto remote nel tempo.  Lo storico Angoletti  però afferma che il titolo di “S. Marco”  sarebbe stato dato in onore della Repubblica veneziana e quindi non prima del 1200; tesi che contrasta quindi con quanto riteneva il Vescovo.Sappiamo che già nel 1463 la chiesetta era stata ampliata acquistando il fondo dei Soranzo per 60 ducati. Nel 1504 don Acerbi, parroco di San Trovaso e beneficiario di San Marco  però pensò bene di asportare dalla chiesa  i paramenti e di conseguenza le celebrazioni furono sospese.Nel 1564 la chiesa subì un crollo e poi solo nel 1578, dopo la sua ricostruzione, fu riaperta al culto. Piccole però rimanevano le dimensioni della chiesa per le esigenze dei tempi! La chiesa aveva 3 altari, che dopo la sospensione del 1653, furono demoliti nel 1776, con decreto vescovile, per il loro stato indecente. Don Piloni, parroco di San Zenone, nel 1783 tentò allora di legittimare l’autonomia della chiesa medesima, con un proprio beneficio, attirandosi così le inimicizie dei parroci e delle autorità del distretto Asolano. In tempi più recenti e quindi durante la guerra del 1915-18, la chiesa fu utilizzata come rifugio delle truppe, contribuendo così al suo totale abbandono, quantomeno ai fini della regolare attività di culto. Attualmente, il suo stato di conservazione non è ottimale, e tutto attorno sono sorte fabbriche e palazzi che ne determinano un vero e proprio isolamento. La chiesa ora presenta nella facciata il frontone rialzato. L’interno è chiuso da un piccolo coro, con campanile. E’ assolutamente spoglia e la parrocchia ora custodisce una statua del santo a cui è dedicata del 1491 ed un trittico prezioso prima lì collocati. 

SAN MARCO

Torniamo ora sui nostri passi: diamo le spalle alla chiesa e torniamo sulla statale che attraverseremo in direzione nord per entrare in via Vallorgana. Proseguiamo in direzione nord per circa 1 km (prati e boschi ecc.) Siamo in località Acque.

LE ACQUE

Sono questi i luoghi antichi delle acque minerali. Qui, in queste zone, sino  alla fine del secolo XIX, sgorgavano acque oligominerali dalle caratteristiche pregiate, per certi aspetti simili a quelle delle più note Recoaro. Ma il destino di questa risorsa, anche grazie alle baruffe tra albergatori e alla arretratezza degli stabilimenti è triste. Oggi queste acque non si usano più. La guerra del 1915-1918 ne definì la fine.

ACQUE

I POZZI – I VECCHI POZZI

Acque e quindi pozzi per prelevarla. Qui ve ne sono molti, molti in generale nel territorio di San Zenone. Il modo più usato per attingere l’acqua era quello a cilindro che veniva fatto girare da una manovella, dotata di una ampia ruota, con corda a secchio.

Andiamo avanti ora per circa 500 metri sino a girare a destra. Altri 100 metri ancora e ancora a destra sulla provinciale.  Pedaliamo qui per altri 900 metri circa ( sfruttando la ciclabile posta sulla sinistra e sulla destra della strada) e saliamo quindi a destra su via Valli . Salite e improvvise discese ci accompagnano per circa 2,5 km sino ad uscire in via Fontanazzi (davanti a noi un capitello votivo ).Siamo nelle zone del Sentiero della “Valle del Ru”, dedicato a Silvano Chiappin. E’ un sentiero che scorre, almeno nella sua prima parte sulla sponda del torrente Fontanelle. E’ questo un luogo adattissimo anche per le persone con qualche difficoltà di deambulazione. Piccolo, intimo, ricco di cascatelle e ponti, e quel che conta, con una pendenza che non supera mai il 5%.  Giriamo a sinistra e procediamo per altri 400 metri. Giriamo quindi a destra in direzione nord in via Rovai. Fatti 200 metri circa, ecco davanti a noi il complesso della “ex Villa Pellizzari”, ora ristorante.

 VILLA PELLIZZARI

Le notizie che abbiamo risalgono al catasto del 1713, laddove la villa viene definita possente e di proprietà di Pietro Pelizzer, un sanzenonense! 

VILLA PELLIZZARI

Lasciamo ora villa Pellizzari tornando leggermente suoi nostri passi e procedendo in direzione ovest sulla strada. Ancora 300 metri ed eccoci in località Mezzociel. Attraversiamo  ora l’incrocio e andiamo avanti per circa 250 metri. Alla nostra destra una stradina sterrata ci porterà tra curve e campagne.

Facciamo circa 400 metri e quindi svoltiamo a sinistra. In direzione ovest per altri 300 metri circa e quindi svoltiamo a destra andando così verso nord. Altri 100 metri e usciamo sulla principale.  Siamo ora sulla strada Pioveva. La percorriamo per circa 700 metri e poi svoltiamo a sinistra verso sud. Altri 200 metri ed ecco a destra segnalato l’ingresso per un posto davvero particolare: l’Oasi di San Daniele.

OASI DI SAN DANIELE ( LIEDOLO)

Altra meta di particolare interesse naturalistico e ambientale è l’oasi San Daniele, ubicata nella frazione di Liedolo, frutto di una battaglia popolare e di un impegno dell’Amministrazione comunale che ha permesso di evitare l’instaurarsi di una discarica di fanghi industriali che avrebbe deturpato il territorio di San Zenone degli Ezzelini. L'Oasi San Daniele si trova  precisamente tra l'abitato di Mussolente e Santa Eulalia, in località San Daniele, comune di San Zenone degli Ezzelini (TV). La superficie stimata è di 13 ettari ed è formata da boschi, da zone coltivate, da piccole colline e da un acquitrino. Questo è alimentato da una piccola risorgiva e soprattutto da acque meteoriche.Nell'arco dell'anno esso subisce elevati sbalzi idrici a causa di periodi siccitosi, ma non arriva mai al totale prosciugamento.Qui è presente una vasta piantagione di Typha latifolia, la quale ha invaso quasi tutta l'area ad acquitrino e di Typha angustifolia, quest'ultima rara nella fascia prealpina. E' presente anche una vasta zona a giunco. La profondità dell'acqua è piuttosto esigua e non arriva al metro.Anticamente venivano usate le foglie per farne panieri e le infiorescenze composte da moltissimi “pelucchi” tutti uniti venivano usate per imbottire materassi.  È anche utilizzata come specie vegetale nei sistemi di fitodepurazione delle acque reflue. Nel Ferrarese i "sigari" venivano accesi in modo che il fumo, abbastanza copioso, scacciasse le zanzare. 

OASI LIEDOLO

Usciamo ora dall’oasi e dirigiamoci a destra scendendo ancora a sud per circa 300 metri. Sulla nostra destra, un po’ nascosta dai cipressi, ecco la chiesetta di San Daniele.

Lasciamo ora la chiesetta e procediamo in direzione sud per circa 600 metri. Al nuovo incrocio teniamo la destra in via Piana D’Oriente. Altri 400 metri e prendiamo la sinistra e scendiamo per altri 400 metri. Sbuchiamo quindi in via dei Colli e giriamo a sinistra. Ancora avanti per circa 100 metri ed ecco che iniziamo, dapprima in piano e poi in salita, ad affrontare il colle di San Lorenzo. 

SAN LORENZO

Siamo nel pieno del SENTIERO DEL COLLE DI SAN LORENZO, sentiero davvero incantevole, arricchito da una pozza d’acqua e dalla presenza in queste zone di alcune rare specie di orchidee selvatiche ed da almeno un centinaio di esemplari di ONTANO CORDATO. E’ posto ai confini con Mussolente e precisamente in località Volpara ( il toponimo ricorda inequivocabilmente il luogo in cui anticamente erano poste le trappole per i lupi o lovere).Qui sono inoltre presenti alcune gallerie scavate nel corso della prima guerra mondiale.

Pedaliamo per circa 400 metri e ci troveremo sul piazzale di una trattoria. Lì teniamo la sinistra nei pressi dei parcheggi e prendiamo ora la strada che comincia a scendere. Altri 600 metri e siamo sul retro della chiesa di Liedolo.

LA CHIESA DI LIEDOLO

La chiesa, intitolata a san Lorenzo, è abbellita da un campanile di recente costruzione (1926-1932). Diciamo che è un po’ sproporzionato rispetto alle misure della chiesa. Al suo interno da citare senz’altro: sulla navata, e in alto vicino al coro, l’Annunciazione a Maria e l’agonia di Gesù;sul soffitto, un trittico di G.Manzoni che illustra la condanna, il martirio e la glorificazione di San Lorenzo; ma, di veramente eccezionale in questa chiesa è nel coro, la tavola dipinta da Giacomo Apollonio ( 1584-1654), il nipote di Jacopo da  Bassano: in alto ecco allora la Regina del Cielo col Bambino, San Lorenzo e San Carlo, dietro al quale compare la figura del parroco  che commissionò l’opera.

CHIESA DI LIEDOLO

LIEDOLO

Per molti secoli fu un comune indipendente dal comune di San Zenone degli Ezzelini. E’ solo in epoca napoleonica infatti che il suo territorio viene aggregato a quest’ultimo. Il suo territorio, simile a un triangolo molto stretto con una punta allungata verso sud, è stretto tra il colle di San Lorenzo e il Coll’Alto. E’ proprio la sommità del colle di San Lorenzo a rappresentare il punto più alto del territorio comunale ( 245 m.s.l.m.). Il paese, piccolo ma carico di storia ( numerosi sono i reperti di origine romanica qui rinvenuti) è adagiato quindi in una vallata collinare ai piedi del Colle di San Lorenzo. Qui è il borgo dei Serragli, un tipico insediamento rurale antico posto non molto lontano dalla antica chiesa di San Martino, ora scomparsa. Il paese è davvero piccolo, un angolo di tranquillità tutto raggruppato nel suo centro storico. Prima che la statale lo isolasse, di qui passava un’antichissima strada che collegava il vicentino ( Bassano del Grappa), con Asolo.Il toponimo. La tradizione racconta che in questi luoghi, e precisamente sulla sommità del colle di San Lorenzo, fosse sorto un tempio. Ciò giustificherebbe la derivazione di Liedolo da idolo.Una piccola curiosità: Liedolo, pur essendo inserita nel profondo nord della terra trevigiana, si trova nella diocesi di Padova… quello che si dice “scherzi da preti”!

Lasciamo ora la chiesa alle nostre spalle e giriamo a sinistra; avanti qualche metro e usciamo all’incrocio in via San Lorenzo girando quindi a sinistra, transitando quindi nella parte centrale del paese. Saliamo quindi a nord per circa 700 metri sino all’incrocio con via Primo Ferraro. Davanti a noi ecco l’oratorio di San Lorenzo.

SAN LORENZO

Teniamo la destra ora e proseguiamo sulla principale per circa 800 metri. Ora giriamo a sud e quindi a destra su via Fratta in corrispondenza sulla nostra sinistra, delle colorate indicazioni per uno spaccio formaggi. A sud sullo sterrato per circa 800 metri sino ad entrare a destra su una via ( che si chiama inizialmente ancora via Fratta).Successivamente la via assume la denominazione di via A.Fogal. Facciamo questa strada per circa 800 metri e all’incrocio giriamo a sinistra su Via Masi. Circa 400 metri e quindi a sinistra su via Borgo Furo. Fatti altri 400 metri, al bivio teniamo la sinistra. Siamo in via Borgata Serragli. Scendiamo ora per circa 200 metri in direzione sud ed eccoci sulla strada statale ove gireremo a sinistra. Pedaliamo ora per circa 500 metri ed ecco alla nostra sinistra su un poggio,  Villa Vignola.

VILLA VIGNOLA

Sopra un gradevole poggio, da cui si gode un panorama incantevole, sorge Villa Vignola, costruita nel XVI secolo e poi ristrutturata nel XVIII. È un edificio quadrato, sormontato da un frontone a timpano che si ripete nella facciata posteriore;  presenta al primo piano una trifora centrale, con balaustra a colonne, i cui archi sono murati come quelli delle finestre che la fiancheggiano. Tracce di affreschi si notano sulla facciata principale, dove, sopra la trifora centrale, spicca lo stemma dei Vignola. Un'altra trifora, ma senza poggiolo, è aperta sulla facciata posteriore della villa, nel cui interno le travi sono alla sansovina. Nel grande complesso edilizio, circondato da un bel giardino, possiamo ammirare un pozzo, del XVIII secolo, sulla cui vera vi è lo stemma del casato; una barchessa, con sei poggioli e pareti affrescate; una chiesetta, il cui altare barocco è stato gravemente danneggiato durante la Prima Guerra Mondiale.

Lasciamo ora villa Vignola e continuiamo sulla statale per circa 300 metri ed eccoci nuovamente alla chiesa di San Zenone ove il nostro viaggio conclude.