RESANA IN BICICLETTA

 

Resana, l’estremità sud occidentale della provincia di Padova, luogo di acque e di sorgenti ormai prosciugate. Ma tant’è, nel suo territorio hanno origine tra i più importanti fiumi di risorgiva del basso Veneto: il Dese, il Marzenego e lo Zero. E a segnarne il confine ad ovest il Muson. Acque e buone storie tutto assieme direi. Non mi lascio sfuggire l’occasione di raccontarne il territorio in bicicletta. Buon Viaggio!

Caratteristiche tecniche del percorso

Lunghezza : km. 42

Difficoltà : facile

Stagioni: tutte

CRISTO RE
CRISTO RE

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CHIESA DI RESANA
CHIESA DI RESANA

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capitello di via piagnon
capitello di via piagnon

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CRISTO RE
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Resana: perchè questo nome?

l toponimo è un tipico prediale riferito a un Rhaesius o a un Resius

 

Un po’ di storia

Le origini storiche sono dubbie e difficilmente collocabili nel tempo. Il ritrovamento in Resana ed in centri vicini di reperti archeologici dell'età paleoveneta fa comunque presupporre fin da allora l'esistenza di insediamenti umani.

A Castelminio, vicino alle "motte" (terrapieni di modesta entità, tuttora in parte esistenti)  durante lavori di aratura sono venuti alla luce frammenti di grossi vasi di materiale ceramico, certamente di epoca preromana. Le "motte" furono i luoghi prescelti per l'insediamento di gruppi umani in epoche molto remote; questo ritrovamento avvalora quindi l'ipotesi della presenza dell'uomo in queste zone, fin dall'epoca paleoveneta. Sono state la vicinanza del vecchio corso del Muson, e le caratteristiche stesse della zona, umida, ricca di risorgive e di luoghi boschivi (ne sono la riprova alcuni toponimi tuttora esistenti: via Boscalto, via Boschi, loc. Prai, Via Palù, via Bassa) ad offrire le condizioni ambientali scelte da popolazioni dell'epoca preromana dedite alla vita campestre. Di epoca sicuramente romana sono reperti archeologici (idrie ed anfore, generalmente adibite al trasporto di olio, vino e frumento) rinvenute lungo alcuni viottoli di campagna, sempre a Castelminio. L'arrivo in queste terre dei romani, cambiò radicalmente la struttura del territorio. E’ di epoca romana l'importante asse viario costituito dalla strada consolare Aurelia che collegava l'antica Patavium (Padova) con Acelum (Asolo).  Attenzione, niente a che vedere con la più nota via Aurelia che si trova a Roma! Della strada antica persistono ancora in Resana brevi tratti di ciottolato (via Antica Loreggia). La Via Aurelia rappresentava il cardo massimo, ortogonale al decumano massimo, costituito dalla Via Postumia (realizzata nel 148 a.C. circa), che si estendeva poco a nord di Resana, altro importante asse viario, che attraversando tutta l'Italia Settentrionale collegava Genova ad Aquileia.

 Il castello di Brusaporco fu distrutto intorno al 1325, a seguito della congiura contro la città di Treviso attuata da Artico Tempesta. Numerosi documenti riportano la successione cronologica dei titolari del possesso della "villa de Resana" e del "castello de Brusaporco" e dei loro "feudi”.La caduta del Comune di Treviso e l'avvento della signoria Veneta (1339) non portò immediati cambiamenti in Resana. Gli estimi del '500 consentono di riscontrare in Resana la prima presenza di nobili veneziani che vi avevano possedimenti.

Nelle epoche seguenti (napoleonica, austriaca, Regno d'Italia) si confermò per Resana la singolarità di paese a vocazione agricola. Diventò Comune, con decreto napoleonico del 22 dicembre 1807; raggiunse l'assetto attuale, comprendendo le frazioni di Castelminio e di S.Marco, solo però con il Regno d'Italia nel 1866. Verso i primi anni del 1900 due sono i fenomeni meritevoli di essere citati: l'inizio di una forte emigrazione (soprattutto verso l'Argentina, il Brasile, l'Australia) e l'istituzione di due associazioni locali, nate dalla riconosciuta necessità di aggregazione sociale: la "Società di Mutuo Soccorso" tra contadini e operai(1904) e successivamente l' “Unione Professionale Resanese del Sindacato Veneto Lavoratori della Terra” (1912).

A seguito della centuriazione operata dai Romani si fece più consistente l'insediamento umano, con interventi di disboscamento e bonifica che modificarono radicalmente, ricuperandolo alla coltivazione, il territorio. In Resana, all'altezza dell'attuale località "al Gallo”, la Via Aurelia proveniente dall'attuale Asolo, mutava leggermente direzione, piegando verso Ovest per raggiungere Padova; e gli studiosi affermano che proprio in questa zona vennero a insediarsi i primi gruppi organizzati di abitanti. Anche se non sussistono resti di alcun genere, vari documenti storici parlano di un castello (e chiesa) di Resana (località Castelier, ora Castellari) e del castello di "Brusaporco” (da cui l’attuale denominazione di Castelminio).

Successivamente alla caduta dell'impero romano, le sorti di Resana si uniscono a quelle della Castellana. La zona è interessata dalla calata di popolazioni nord-orientali straniere ("barbari").

In Castelminio ebbe dimora anche la famiglia Marta (“ casa Marta” è tuttora esistente), scesa dalla Germania intorno al 1014, assieme a quella dei Tempesta. La famiglia Marta scelse come proprio emblema il porco (o cinghiale).

Più certe sono le notizie storiche su Resana a partire dall'XI° secolo, in buona parte presenti in documenti dell'archivio della Curia Vescovile. Le "ville" (termine con cui si indicavano i paesi di allora) di Resana e Brusaporco sono più volte citate in documenti vescovili. Interessante è un elemento contenuto nella bolla papale del 1152, dalla quale emerge che il Vescovo di Treviso possedeva il "Castrum de Resana, cum villa et foresto, et omnibus pertinentiis suis" (il Castello, il villaggio e tutte le adiacenze). Castello che costituiva la dimora estiva del Vescovo.

Fatto importante questo, e unico in tutta la marca trevigiana, che conferiva grande importanza ai possedimenti in Resana per l'interesse economico che ne derivava.

CENTRO
Alla fine del primo conflitto mondiale il paese si trovò ulteriormente indebolito nelle sue risorse; le possibilità di ripresa erano minime e ai giovani non restava che la triste scelta dell'emigrazione. Fu l'America Latina a far da richiamo ma anche Francia, Belgio e, per occupazioni stagionali nell'agricoltura, le più vicine Lombardia e Piemonte rappresentarono paesi di emigrazione per i Resanesi…(notizie tratte dal sito istituzionale del comune di Resana)
Ebbene partiamo! Punto di partenza è il piazzale di fronte al Municipio. Usciamo ora sulla regionale e ci dirigiamo a sinistra in direzione sud per circa 50 metri e poi giriamo a sinistra al semaforo. Sfruttando la pista ciclabile affrontiamo questa via per circa 700metri; superiamo il passaggio a livello e andiamo a destra in via Dese.
Pedaliamo costeggiando la ferrovia per circa 3,1km…Andiamo a sinistra tenendo ancora via Dese e proseguendo in direzione nord per circa 950 metri: siamo ora nei pressi di un paio di case. Proseguendo sullo sterrato e procedendo tenendo sempre la destra entriamo in un'area davvero particolare: è questo il luogo dove in sostanza nasce il fiume Dese. Torniamo ora sui nostri passi e prendiamo ora a sinistra via Busi. Avanti per 500 metri e andiamo a sinistra in via Molinella.
VIA MOLINELLA
 A nord per altri 650 metri e quindi a sinistra in via Palù. Seguiamo questa via per circa 2,4km e usciamo sulla provinciale via Trieste tenendo ora la sinistra per 300 metri. Ora a destra in via Siese. Percorsi circa 750 metri eccoci giunti alla prima tappa del nostro viaggio: il bosco del pettirosso.

Bosco del Pettirosso

 

L’area su cui sorge il Bosco ha una superficie di mq. 15.725 circa. La stessa appare orientata in senso est-ovest, con una casetta prefabbricata collocata nel prato, nella zona a nord. All’entrata si presenta un piccolo piazzale dal quale ci si può inoltrare, a mezzo di un percorso ghiaioso, nella flora e fauna del bosco che muovendosi sinuosamente all’interno, si sposta da nord a sud, da sud a ovest, da ovest a nord e da nord-ovest di nuovo al piazzale d’ingresso. Il Bosco sorge in una zona bonificata che in precedenza era occupata da una cava di argilla. La superficie scoperta è stata utilizzata a fini di arredo didattico; questa stessa peraltro ospita un giardino, con un’area adibita al compostaggio.

PETTIROSSO
Procediamo ora in direzione nord per circa 950 metri sino a giungere in via Piave, ove terremo la destra: fatti altri 400 metri eccoci nei pressi del capitello di San Marco di Resana.
Collocato a breve distanza dalla Chiesa Parrocchiale della quale ripete la facciata. Presente fin dalle mappe del Catasto Napoleonico (1812), ma probabilmente esistente già prima. Forse abbattuto e riedificato intorno al 1890. Ha un importante ciclo di affreschi di Bruno Gherri Moro a cui è stato aggiunto un trittico di Angelo Gatto in occasione dell’ultimo restauro (2000).
CAPITELLLO DI SAN MARCO

VERSO LE SORGENTI DELLO ZERO

 

Lasciamo il capitello di San Marco alle nostre spalle e procediamo a nord su via Borgo Monte Grappa per circa 300 metri. Nei pressi del cimitero teniamo dritti e procediamo sulla strada: sono questi i luoghi in cui un tempo si potevano vedere i "fontanassi" del fiume Zero. Siamo nell'area ove nasce questo fiume di risorgiva. Proseguiamo su via Cavalli per circa 700 metri e poi svoltiamo a destra. Altri 700 metri su questa via e quindi a destra su via Cerchiara. Scendiamo per 800 metri e quindi andiamo a destra: altri 300 metri e quindi a sinistra per altri 250 metri. Usciamo ora sulla principale e andiamo a destra: siamo nel centro di San Marco di Resana.

SAN MARCO DI RESANA

San Marco ha sicuramente origini molto remote data la vicinanza alla via Aurelia e a località sedi di antichi castelli. Se il toponimo attuale è chiaramente legato al titolare della chiesa, probabile evoluzione di un sacello paleocristiano, più problematica risulta l'interpretazione degli attributi con cui veniva un tempo distinto. Il più antico è ad Pedicalia o Pidigale e deriva forse dalla corruzione di palaticia o paladicia "abitazioni con tetto di paglia" (1089).

Verso la fine del piazzale della chiesa troveremo una via che scende a sinistra: poco oltre sulla sinistra ecco Villa Barea detta la Cuba.

VILLA BAREA TOSCAN

 

Ora Dolcetta, con l’imponente Cuba (torre cilindrica, collocata oltre la linea del tetto, munita di scala a chiocciola, che richiama gli antichi corpi di guardia dei castelli). Ingente è il patrimonio artistico interno alla villa (affreschi, mobili, suppellettili).

LA CUBICA

LA CHIESA PARROCCHIALE

Venne elevata a parrocchiale nel 1578. In precedenza ricadeva nella giurisdizione della chiesa di Campigo, a sua volta affiliata alla pieve di Salvatronda. Va ricordata soprattutto per il suo antico battistero.

Torniamo sui nostri passi e ritorniamo sulla principale; giriamo a destra e andiamo avanti per circa 600 metri. Giriamo ora a sinistra e poi subito a destra in via Gallinelle.
VIA GALLINELLE
CHIESA DI SAN MARCO.jpeg
Procediamo per 1,1 km e quindi giriamo a destra: scendiamo per altri 400 metri ed entriamo così in via Boschi. Fatti 900 metri sulla nostra destra ecco Casa Marta.

COLOMBARA DI CASA MARTA​

 

La nobile famiglia dei Marta proveniva dalla Germania e si stabilì a Brusaporco circa nel 1014, assieme alla famiglia Tempesta che dominò il castello di Brusaporco fino alla sua distruzione nel 1325. Delle dimore dei Marta resta solo questa quattrocentesca colombara, distribuita nei suoi piani da eleganti cornici, a dentelli a cotto scoperto. Infisso nel prospetto sud c’è lo stemma della casa, con il porco arrostito al fuoco, illuminato da un sole a sinistra nell’alto del campo. Il portone centinato è di pietra viva con finestrelle ovali ai lati. Il granaio sottotetto ha finestre schiacciate. Nel muro ad est i due balconi con balaustre, sono in pietra viva. L’interno ha il soffitto a travatura scoperta, alla sansovina, con decorazioni dipinte a motivi floreali. Le parti originali, sono cinquecentesche. Il soffitto ligneo della scala mantiene tracce di decorazioni con riquadri dove compaiono figure al naturale.

 

CASA MARTA
Lasciamo casa Marta e andiamo avanti per 200 metri: sulla nostra destra la chiesa parrocchiale di Castelminio di Resana.

CASTELMINIO DI RESANA

I reperti testimoniano il fiorire della civiltà in zona sin dall'epoca preromana, grazie alla ricca presenza di risorse idriche (numerose le risorgive) e forestali (come ricordano tuttora vari toponimi). Ancora oggi sono presenti nel territorio le motte, dei modesti terrapieni attorno ai quali sono stati rinvenuti soprattutto frammenti di vasi e simili (numerosi pure i reperti di età romana); la zona è stata per questa al centro di una prima campagna di scavi archeologici svolta nell'estate del 1994 dalla Soprintendenza Archeologica di Padova e di una seconda svolta nell'estate del 2008 in collaborazione con l'Università Ca' Foscari di Venezia. Sino al decreto firmato dal Presidente della Repubblica il 13 gennaio 1957 Castelminio era denominata Brusaporco. I primi documenti che citano Brusaporco sono successivi al mille e ne ricordano la villa affiancata da un fortezza dei vescovi di Treviso, che detenevano anche il potere temporale come duchi. Nel 1283 passò ai membri della famiglia Tempesta che, in quanto avogari, avevano il compito di amministrare i beni vescovili. Nel 1325 il castello fu distrutto dalle truppe scaligere di Uguccione della Faggiola in seguito ad una congiura ordita, forse, dagli stessi Tempesta. Fu comune autonomo sotto Napoleone.

L'origine del nome: quante ipotesi!

L'origine del curioso toponimo Brusaporco, traducibile dal veneto come "Bruciaporco", non è del tutto chiara. Una prima ipotesi lo avvicina allo stemma dei Marta, nobile famiglia di origine germanica che ha per secoli amministrato la zona: aveva come emblema un maiale che arrostiva sul fuoco. Altrimenti, sarebbe da ricollegare al latino Burgus Porcius, prendendo nome dalla famiglia romana dei Porcii che avrebbe vissuto in questa zona. Ancora, da un antico rito propiziatorio che prevedeva di sacrificare degli animali bruciandoli nelle vicinanze dei vari fiumi della zona. Infine, dalla presenza di un porto fluviale, da cui Burgus Porti. Un'ulteriore versione di origine popolare ma molto improbabile, parla di un incendio avvenuto in tempi imprecisati nel quale morirono i molti cinghiali (scambiati per maiali dalla popolazione) che vivevano nei boschi della zona. Trae probabilmente spunto da una poesia scritta da Guido Marta in cui si legge: Ma fu triste giorno quello / in cui il bosco divampò / [...] Coi cinghiali e con la selva / arse il cuor fido e rapace / [...] e lasciarono un paese / con un nome ridanciano / [...]. Nel corso degli anni sono apparse alcune varianti di questa leggenda con diversi protagonisti (tra cui Ezzelino da Romano) e ambientazioni (l'incendio avrebbe avuto luogo presso il castello).

Per quanto riguarda l'origine del moderno toponimo Castelminio, deriverebbe dal nome della famiglia veneziana dei Minio i quali, con l'avvento della Serenissima, sono divenuti possessori del castello della motta su cui sorgeva. Questo toponimo compare nei catasti napoleonici, nelle mappe austriache del 1829 e in una mappa militare dell'Istituto Nazionale Militare del 1887.

LA CHIESA PARROCCHIALE

Recentemente restaurata, con opere di pregevole fattura (altare maggiore, neoclassico, attribuito al noto architetto veneziano A. Diedo). Di rilievo storico è la Madonna con Bambino “Tempesta”. Affreschi di Angelo Gatto.

Più o meno di fronte alla chiesa ecco via San Pio X: la prendiamo e dopo 100 metri giriamo a sinistra: avanti così per circa 300 metri ed ecco sulla nostra destra uno strano cumulo: sono le motte di Castelminio
LE MOTTE DI CASTELMINIO
Andiamo in direzione sud per altri 150 metri e prendiamo la stradina che vediamo sulla nostra sinistra. Altri 300 metri e poi a destra su via della Croce: qualche metro ancora e a sinistra in via Buse. Facciamo tutta via Buse per circa 800 metri e svoltiamo a sinistra: poco più avanti sulla destra ecco il sacello di Santa Brigida.

SACELLO DI SANTA BRIGIDA

 

Il Sacello di Santa Brigida è legato fin dalle sue origini ai Marta (1467). Nella mappa del catasto Napoleonico del 1812, è presente una villa accanto al sacello. Da questa mappa si evince che il proprietario di tutto il complesso all’epoca sia stato Don Marco Antonio Rizzi (noto matematico). Venne restaurato nel 1936 con fondi raccolti dalla contrada di Santa Brigida. L’originale pala dell’altare dicono sia finita in America, rubata da un emigrante. Ne venne rifatta un’altra con lo stesso tema da un giovane pittore di Piombino Dese. Il sacello pur essendo generalmente conosciuto come “Santa Brigida” in realtà è dedicato a S. Giovanni Battista.

SANTA BRIGIDA
Procediamo ora sulla principale in direzione est: circa 600 metri più avanti una stradina sulla nostra sinistra ci porterà ad un luogo davvero carino: i laghetti.

Laghetto “Le Giarette” ex cava Mason

Ottimo esempio di come si può convertire una cava piena d’acqua in una risorsa per il territorio. Da un lato del laghetto ora c’è una società di pesca sportiva con clienti che la frequentano abitualmente da tutto il Veneto, dall’altro lato, al posto del vecchio rustico Mason, c’è l’agriturismo “Al Casolare” con annessa spiaggetta per lo svago nei giorni più caldi dell’estate. Per arrivare all’origine del “laghetto Le Giarrette”, bisogna fare un passo indietro nel tempo. Prima del 1975, il comune di Resana concede il permesso di escavo di una cava alla ditta “Siges” di Treviso, per l’estrazione di sabbia e ghiaia in località S. Brigida a Castelminio. L’affioramento della falda freatica avviene per libero deflusso al passaggio, cioè, dalle alluvioni prevalentemente ghiaiose dell’Alta Pianura a quelle fine della Bassa Pianura. Infatti tra il 1981 e il 1982, si è formato il “laghetto Mason”, per affioramento della falda acquifera in seguito agli scavi della ditta. Poi la cava viene chiusa e il Comune fa subito un controllo chimico delle acque. I risultati sono buoni. Ci si trova di fronte ad un laghetto profondo (18 metri dichiarati, 23 reali) e di 56.335 mq. di superficie.

LAGHETTO LE GIARETTE
Procediamo ora su via Santa Brigida per 1,5km sino a girare a destra in via Zanganili. Qualche centinaio di metri più avanti sul fiume Dese ecco a destra il Mulino omonimo. Scendiamo a sud per circa 2,5 km e alla rotonda teniamo la destra per andare in corso Giovanni Stevanato. Avanti così per circa 2,3 km e alla successiva rotonda prendiamo la destra. Avanti 200 metri e quindi prendiamo la sinistra. Siamo in via Venezia: altri 900 metri e a destra per altri 400 metri sino ad un laghetto che troveremo sulla nostra destra: noi andiamo a sinistra in via Palù. (Un capitello votivo sulla nostra destra)
VIA PALU'
Pedaliamo per 1,5 km e poi teniamo la destra.Avanti ancora per 400 metri e quindi a sinistra per 100 metri.
CAPITELLO DI VIA BASSA
Giriamo ora a destra sulla regionale e quindi facendo una inversione a "u", entriamo in via Boscalto. Sulla nostra sinistra un capitello davvero importante.

Madonna del Caravaggio

Il tempietto, datato 1852 e dedicato alla Madonna Ausiliatrice, si rifà allo stile neoclassico, allora molto di moda. Venne restaurato nel 1890 da Giovanni Battista Pelloso, rispettando la volontà del fratello Antonio, parroco della parrocchia di Resana, morto prematuramente. Recentemente è stato restaurato nel 1995. Questo tempietto è stato dedicato alla Madonna Ausiliatrice fino dalla sua costruzione, il popolo di Resana però preferì sempre legare il tempietto al culto della Madonna del Caravaggio. Dominava l’interno del tempietto il quadro della Madonna del Caravaggio, un felice esempio di arte popolare. Per scoraggiarne il culto nel 1965 vennero fatti sparire ex voto e stampelle e fu rimossa anche la tela che dopo restauro venne posta in una parete laterale della chiesa parrocchiale.

 

 

MADONNA DEL CARAVAGGIO

Siamo ora in via Caravaggio. Pedaliamo per 1,2 km e appena usciti dal sottopasso teniamo la sinistra. Altri 800 metri sino ad un nuovo laghetto e poi a destra per altri 1,6 km sino a salire sull'argine del fiume Muson. Abbandoniamo l'argine dopo 1,2 km e procediamo a destra per altri 300 metri. Quindi svoltiamo a destra. Procediamo in via Muson per 700 metri e quindi andiamo a sinistra in via Stortina.

Pedaliamo per altri 900 metri e quindi andiamo a destra. Siamo in via Brentanella: facciamo altri 750 metri e quindi andiamo a sinistra in via Piagnon per altri 650 metri. Svoltiamo ora a destra, facciamo altri 500 metri e giriamo a destra sulla regionale. Siamo in via Borgo Padova. Pedaliamo per circa 900 metri. Poco dopo la rotonda teniamo la destra e andiamo dentro in via Brentanella per qualche metro. Quindi a sinistra e poco oltre sulla nostra destra ecco il Mulino Zatta.

IL MOLINO ZATTA

 

Il Molino Zatta era di proprietà della nobile famiglia veneziana Corner, come tanti altri molini del Musonello nel 1500. Successivamente passò in proprietà della famiglia Revedin e successivamente di quella dei Rinaldi. Quando Anna Rinaldi sposò il nobile Bolasco passò in proprietà di questa famiglia. Nel 1916 il nobile Pietro Bolasco sostituisce le tre ruote del molino con una nuova turbina più moderna ed efficiente (tutt’ora funzionante). Fu acquistato dal mugnaio Zatta Rinaldo fu Pietro al quale risultava intestato nel 1930. Pietro Zatta fu Rinaldo ha gestito il molino fino agli anni ’70.

MULINO ZATTA
Circa 150 metri oltre il mulino Zatta torniamo sulla regionale girando a destra e proseguiamo per altri 300 metri, superiamo il municipio, quindi il semaforo e pedalato per altri 300 metri troviamo sulla nostra sinistra ecco villa DI BROGLIO     
VILLA DI BROGLIO
Sulla nostra destra poco oltre ecco VILLA DA MOSTO
VILLA DA MOSTO
Andiamo avanti ora per altri 100 metri e sulla sinistra ecco la parrocchiale di Resana.

LA PARROCCHIALE DI RESANA

 

 Edificata a metà del sec. XVIII° su disegno di Giorgio Massari, con dipinti di P. Damini, A. Rigoni, P.A. Novelli e sculture marmoree di G. Bonazza e del Torretto. Rispetto a quella originaria la Chiesa è stata ampliata (1950) con inserimento di un transetto e spostamento del vano presbiteriale; la struttura è ora a croce latina al posto di quella originaria rettangolare.

Se ora procediamo ancora a sud per circa 100 metri, ecco davanti a noi il capitello di Cristo Re.

Capitello al Cristo (Resana)

 

Collocato nel punto in cui la Statale del Santo si interseca e si immette nella Statale Castellana. La sua presenza è molto antica: i primi riscontri si hanno in una mappa risalente al 1593. Nel tempo è stato riedificato più volte.

Qui si chiude il nostro viaggio!