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LA RESTERA 

CARATTERISTICHE DEL PERCORSO: Lunghezza :12 km  Periodo : tutto l’anno  Difficoltà :facile  

Tempo di percorrenza : 45 minuti

GALLERIA DI IMMAGINI

Il tratto che percorreremo, si snoda partendo da Treviso in direzione sud-est, e ci porta fuori dei confini comunali fino a raggiungere il comune di Casier. Alcuni consigli per gli amici: il tratto che percorreremo è frequentato nelle ore di punta da moltissimi passanti. Il consiglio è quello di fare questo percorso in ore direi “ insolite”. Solo così sarà possibile gustare fino in fondo questo grande giardino: diversamente il nostro passo sarà segnato inevitabilmente da continue interruzioni dovute all’eccesso di “amore ad ore” per questi luoghi. Il fiume si gusta senza la sindrome della gita fuori porta, ma in silenzio! 

LA RESTERA

La restera è una strada che corre sugli argini dei fiumi. Essa rappresentava la pista attraverso cui transitavano uomini ed animali addetti, sino alla metà del secolo scorso, al traino delle imbarcazioni commerciali che risalivano o discendevano il corso degli stessi fiumi. La restera costituiva come tale un’infrastruttura di grande importanza ed era conservata in perfetto stato di efficienza, con l'eliminazione della vegetazione legnosa che cresceva verso il fiume. A percorrerla erano i 'cavillanti', ovvero coloro che possedendo un cavallo che offrivano il lavoro  proprio e dell'animale ai barcaioli che pilotavano le pesanti imbarcazioni ('i burci') destinate al trasporto di granaglie, inerti e laterizi. Era un lavoro estenuante per gli uomini e durissimo per le bestie, che finivano sfiancate presto dall'enorme inerzia del traino laterale. Oggi il sentiero nascosto tra la folta vegetazione di robinia che sostengono l'argine, ha mutato il proprio volto e la propria destinazione, trasformandosi quasi ovunque in passeggiata da cui si coglie la bellezza del fiume. 

Ma continuiamo il nostro viaggio!! Ci eravamo lasciati in via Tasso, con il Sile sulla nostra destra. Il punto di inizio di questo tratto si trova presso la curva a novanta gradi che la circonvallazione esterna alle mura (PUT) fa. Noi, proprio in corrispondenza della curva entriamo a destra e iniziamo così il nostro percorso. Siamo al Ponte dea Goba.

PONTE DEA GOBBA

Ponte dea Goba

Poco oltre ci inoltriamo nel sottopassaggio ferroviario  e proseguiamo dritti. E’ poco davanti a noi che il Sile “si apre”. Seguiamo il percorso immergendoci del tutto in questo “giardino d’acqua senza fine”. 

RISTORI

Il nostro viaggio prosegue per 1,6 km circa fino a raggiungere il porto di Fiera.

PORTO DI FIERA

Porto di Fiera

FIERA

Fiera è un sobborgo di Treviso che per secoli ha legato la sua vita al Sile. Il nome gli deriva dalla fiera autunnale che, dal milleduecento in avanti, ogni anno si teneva nell'ansa che il fiume disegnava in uscita da Treviso. Lì arrivavano i raccolti dei campi della Marca, per ripartire in barca alla volta di Venezia; lì le imbarcazioni trovavano ricovero .Il borgo di Fiera cominciò a svilupparsi così, sostenuto dall'indotto dell'attività portuale. Fiera era un luogo di frontiera: fuori dalle mura, visibilmente separato dalla città anche dalla spianata difensiva voluta attorno a Treviso da Fra Giocondo nel Cinquecento. Il fiume aveva fatto crescere lungo le sue rive e i suoi affluenti un reticolato di opifici artigianali, che sfruttavano la sua energia a basso prezzo; l’acqua. Su quell'intreccio di canali e manifatture s'innesterà, da metà Ottocento, lo sviluppo industriale del quartiere, aiutato dalla facilità del trasporto fluviale. All'inizio del XX secolo, 19 stabilimenti  industriali trevigiani si servivano dell'area portuale di Fiera, che si articolava nei quattro scali principali di porto Makallè, della Rotta, del Cristo e della Gobba e in molti altri scali privati. Dietro gli scali stava spesso un'osteria, luogo d'attesa e di svago per gli operai e i facchini del porto; la più celebre senz’altro era quella del Makallè. Fu anche quest’ambiente che determinò a Fiera un'evoluzione politica a sua volta eterodossa rispetto alla “ bianchissima” Treviso. A partire dagli ultimi anni del secolo XX a Fiera mette infatti le sue radici il Partito Socialista. L'incontro tra i due mondi del fiume e della città accende le osterie del porto nelle quali tra una discussione, una rissa e un bicchiere di vino, nascono le prime forme di solidarietà operaia, come testimoniano le pagine del "Lavoratore" d'inizio Novecento nella rubrica "Sottoscrizione permanente a favore del Lavoratore". Nel 1900 operai del mulino Mandelli, formano una società e raccolgono mensilmente la quota con cui costruire una loro cooperativa. Quattro anni dopo, la società operaia ha una sede vera e propria che diventa la prima "casa del popolo" della provincia.

Ma procediamo ancora ! Poco più avanti sulla nostra sinistra un complesso molitorio davvero spettacolare : il Mulino Mandelli.

MUINO MANDELLI.jpg

Superato il porto di Fiera e il Mulino Mandelli sulla nostra destra ( attenzione anche un po’seminascosto dalle fronde), uno stretto ponte di cemento. Lo prendiamo per portarci sulla riva destra del fiume. Percorso il ponte giriamo a destra : teniamo le indicazioni e quindi procediamo tenendo la nostra destra.  Stiamo prendendo il cosiddetto Sile Morto, uno dei tratti più “ selvaggiamente affascinanti” del nostro intero percorso. 

VILLA PENDOLA E IL SILE MORTO

Villa Pendola è un meandro fluviale ricavatosi a seguito di un taglio realizzato negli anni 50. Una sorta di penisola delimitata dallo scorrere “fermo” del Sile Morto. Il percorso di Villapendola segue il vecchio corso del Sile, percorso abbandonato a metà degli anni cinquanta in seguito al nuovo taglio del fiume che portò, grazie al dislivello di sei metri, all'edificazione di una centrale elettrica. La zona è una vasta area agricola, racchiusa da un'ansa del Sile. Il sentiero è delimitato, sul lato dei coltivi, da una lunga siepe d’acero campestre, frammisto a Salici e Ontani mentre la scarpata che digrada verso la corrente è colonizzata soprattutto da Rovi e arbusti di Sambuco. Continuando lungo il percorso è facile incontrare l'Usignolo di fiume la Ballerina bianca ,il Martin pescatore e scorgere, mimetizzati tra i vecchi steli, la Cannaiola e il Cannareccione. A una curva sulla sinistra compare il profilo del campanile della chiesa di S. Antonino circondato da case. Nell'alveo, ampio ma sempre poco profondo, compare la Ninfea gialla. La ricca vegetazione ospita e favorisce la diffusione nell'area circostante di Merli , Verzellini, Cardellini, Verdoni e Fringuelli. 

SILE MORTO

 

ALTRE CURIOSITÀ, L’ACQUA CHE LAVA: IL LAMPOR  

Il fiume era luogo di lavoro delle nostre donne curve sul fiume con il lampor a lavare i panni. Lavoro durissimo, ma preziosissimo in una economia domestica ove il fiume faceva grosso modo da “lavatrice”. Il lampor è una tavola a piano inclinato con inginocchiatoio.

LAMPOR.PNG

Il nostro viaggio sul Sile Morto procede lento e attento a tutti i suoni di un luogo non frequentatissimo al riparo grazie ad una rigogliosa vegetazione per altri 0,5 km circa sino ad intravedere alla nostra destra, nascosta tra i rami la Chiesa Parrocchiale di Sant’Antonino. Poco oltre all'improvviso il rumore di una cascatella. Procediamo ancora qualche centinaio di metri. Siamo ormai prossimi al laghetto di pesca sportiva nella penisola di Villapendola . Costeggiamo la recinzione del laghetto fino ad uscire e vedere Villa Carlotta davanti a noi.  

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                     

 

 

 

 

 

 

VILLA CARLOTTA

Fu di proprietà all'inizio del Seicento dei signori veneziani Brolo-Lanza. Alla metà dell'800 l'acquistarono i signori Franceschi-Rombo per passare all'inizio del 1900 alla contessa Morosini, che ne fece un ritrovo di grandi feste ed incontri mondani. Da notare il suo oratorio che è dedicato a S. Anna ed è anche chiamato dell'Annunciazione. All'interno, una pala raffigura la Santa, mentre due dipinti su tavole rappresentano i SS. Antonio Abate e Antonio da Padova. Dal I944 al 1948, villa Carlotta ospitò alcuni reparti dell'Ospedale civile di Treviso, che era sfollato a Casier.

VILLA CARLOTTA

Passata Villa Carlotta e quindi poco oltre, ecco l’apertura di Silea in prossimità del cimitero dei burci. Prendiamo quindi il ponte di ferro alla nostra destra (attenzione scendiamo dalla bici ) e inoltriamoci nel “ cimitero dei burci”.

 

IL CIMITERO DEI BURCI

Il burcio era una grossa barca il cui fondo piatto arrivava fino all'estremità superiore della prua. Di costruzione molto solida, era adibita al trasporto e usata nella bassa valle Padana, principalmente sui canali veneti, sul Po sino a Pavia e sul Po di Volano sino a Ferrara. Armava due alberi incernierati con delle vele al terzo, di cui quella di poppa più piccola. Date le dimensioni, durante la costruzione il burchio non poteva venire capovolto  e per rivestire il fondo  veniva perciò sbandato da un lato e poi dall'altro per avere lo spazio di sistemare le tavole del fondo. Il burcio era un'imbarcazione adatta alla navigazione fluviale soprattutto per il trasporto commerciale. Costruito con l'impiego di legno duro che garantiva resistenza all'umidità per le strutture principali, e legno dolce, più elastico, per le parti soggette ad urti, aveva un pescaggio a pieno carico di circa due metri. La parte esterna dello scafo, immersa nell'acqua, impregnata di pece, era di colore nero e i fianchi, di colori vivaci, a volte venivano decorati. I tre uomini necessari per portare il burcio, erano il paròn, il marinéro e il morè. Il paròn era il capitano, il marinéro (marinaio) eseguiva le manovre e il morè (mozzo) si occupava dei pasti e delle pulizie. Due strette aperture quadrangolari (fondèi) con una porticina in legno sul fasciame di coperta, una davanti e una dietro, permettevano di calarsi "sotto prora" (sòto pròa) o "sotto poppa" (sòto pupa), dove c'erano gli alloggi di barcari e capobarca. Il burcio era tutto: era la casa e lo strumento di lavoro. Nonostante gli spazi fossero ristretti, non mancava niente. L'alloggio era ricavato a poppa ed era riservato al "paròn" capobarca per consuetudine marinara, quale segno di rispettosa distinzione. il marinero e il morè erano sistemati sòto pròa, cioè davanti. Per il riposo vi erano delle cuccette, riparate alla meglio dall'umidità con della tela cerata. 

CIMITERO DEI BURCI

Ma ora proseguiamo il nostro viaggio: terminata la passerella, prendiamo e  attraversiamo il ponticello di legno che ci si apre davanti. E quindi terminato lo stesso teniamo la nostra destra. Siamo ormai nei pressi di Casier, punto d’arrivo del nostro tratto. Ci stiamo dirigendo verso Casier e il suo “lago”, punto d’arrivo di questa tappa. Proseguiamo tenendo la nostra sinistra e quindi prendendo la breve salita davanti e noi (ben evidente anche perché arricchita da splendidi esemplari di salici piangenti)

Ed  eccoci  finalmente a Casier! Con tanto di “ comitato accoglienza”! Qui si chiude il nostro viaggio.

COMITATO DI ACCOGLIENZA

Ma chiudiamo questa nostra tappa dando “un senso” a queste stradine sterrate poste sull'argine del fiume e spesso scarse di vegetazione. Stiamo parlando delle alzaie.

L’ALZAIA

L’alzaia è una fune, un sistema di funi che serviva a tirare dalla riva del fiume chiatte e battelli controcorrente. Per questa operazione venivano impiegati cavalli e buoi. Questa operazione tecnicamente veniva  definita “alaggio”. L'alaggio è il traino di un’imbarcazione da una postazione su terraferma, allo scopo di imprimere il moto o controllare la direzione del natante. E’effettuato con robuste funi dette alzaie. L'alaggio può essere eseguito ad esempio, per portare in secca le barche, allo scopo di rendere possibili le operazioni di manutenzione alle carene. Questa operazione, un tempo veniva eseguita dagli alatori, ovvero gli addetti al tiro delle alzaie o alla conduzione degli animali utilizzati per il traino. Fino alla prima metà del secolo scorso, era particolarmente diffuso il servizio d'alaggio per i trasporti fluviali. Nei tratti caratterizzati da forte corrente, le chiatte venivano guidate e trainate mediante alzaie collegate ad animali da tiro, posti sulle rive del fiume e condotti dagli alatori. Già nei tempi dell'antica Roma era stata ideata la via helciaria, ovvero una strada pavimentata che costeggiava i fiumi e consentiva un agevole svolgimento dell'alaggio, sia con traino umano che animale.

 

Il termine "alaggio" deriva dall'antico tedesco halon, con il significato di "tirare".

Il termine latino helciaria, dal quale deriva "alzaia" nella lingua italiana viene usato per indicare sia le funi necessarie all'alaggio, sia le strade d'alaggio. 

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