DA ISTRANA A MANTOVA A PEDALI

CARATTERISTICHE TECNICHE: lunghezza  km 253 - tempo di percorrenza ore 20

 

Due giorni e mezzo di pedalate dapprima percorrendo per quel che si può la vecchia sede della linea ferroviaria Treviso-Ostiglia e quindi nel basso Vicentino nel cuneo di terre che stanno stra I colli Berici e i Colli Euganei. Scendere per la bassa Veronese sino ad inconrare Ostiglia e quindi attraversare il Po. Poi in direzione Reggio Emilia passando per Novellara, la terra di Augusto Daolio, sino a giungere a Modena a veder Duomo e Ghirlandina.

26 settembre 2020 ore 7.30 - la Partenza - Istrana

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26 settembre 2020 ore 9 - Santuario del Noce - Camposampiero - km.25

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IL SANTUARIO DEL NOCE

Un suggestivo viale alberato di noci e di tigli conduce al piccolo Santuario del Noce, voluto dal conte Gregorio Callegari di Camposampiero nel 1432. In questo luogo sorgeva un albero di noce sul quale il conte Tiso aveva costruito una celletta usata dal Santo come piccolo eremo di preghiera e contemplazione.

Ampliato in tre momenti successivi, è stato arricchito nella seconda metà del sec. XV da un ciclo di affreschi di Girolamo Tessari, detto Del Santo, che raffigurano i più importanti miracoli operati da s. Antonio. L'abside è dominata da una pala di Bonifacio De Pitati raffigurante il Santo che predica dal noce (1536).

Nel 1967 a lato del piccolo Santuario fu aperto un Monastero di clarisse che hanno trasformato l'Oratorio in una casa di preghiera.

Storia e ingresso del santuario

L’elegante protiro fu aggiunto agli inizi del sec. XX, quando la chiesetta venne restaurata e la snella facciata abbellita con tre guglie (la centrale accoglie una statua del Santo). Di epoca più antica il campaniletto a vela.

La chiesetta consta di tre corpi architettonici. Il primo, m. 9x6, fu fatto erigere nel 1432 dalla comunità dei frati unitamente al nobiluomo Gregorio Callegari, per ricordare un luogo santificato dalla presenza del Taumaturgo.

La seconda sezione dell’oratorio venne aggiunta una ventina-trentina d’anni dopo, e misura m. 6x6. Solo nel 1865 fu costruita, in forme assai modeste, l’abside che fungeva anche da sacrestia. Nell’abside rifatta in stile neogotico su disegno di Augusto Zardo nel 1901, fu incastonata la tela di Bonifacio da Verona.

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Entriamo dentro al Santuario... ne val la pena di fermarsi qualche minuto a vedere questo straordinario ciclo pittorico. Analizzeremo tutti questi affreschi utilizzando uno schema che ci permetta di ammirarli e capirli tutti.

La vergine, San Girolamo e Sant’Antonio - IL PROTIRO

Accedendo al protiro, lo sguardo va spontaneamente alla lunetta parentesi sopra il portale. Vi sono raffigurati la Vergine con il Bambino, tra s. Girolamo e s. Antonio. Maria stringe ai fianchi il bimbo Gesù, il quale sta ritto, rivolto verso il Taumaturgo; egli prende con la sinistra il giglio offertogli dal Santo, che è munito d’un libro chiuso. La Vergine tiene gli occhi rivolti a terra. Accanto a Lei, s. Girolamo, immerso nella lettura d’una solenne Bibbia, sembra estraneo alla scena.

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Girolamo dal Santo, pittore
Entrando nella chiesetta del Noce il visitatore è immediatamente colpito dagli affreschi che ricoprono le campate del santuario, opera di Girolamo Tessari. Girolamo Tessari, detto «dal Santo» perché aveva la sua abitazione presso la Basilica di S. Antonio, nacque in Padova nel 1480 circa, e vi si spense intorno al 1561.  Buon artista, dotato di ottimo mestiere, diligente assimilatore, dipinge «in dialetto padovano». Egli desume atteggiamenti espressivi dal Mantegna, dal giovane Tiziano, da altri «addetti alla pittura» locali. La sua fama si diffuse anche fuori Padova, se fu chiamato ad eseguire affreschi a S. Maria di Castello a Udine.

I suoi dipinti più importanti sono conservati a Padova: alla Scoletta del Santo, a S. Maria in Vanzo (Seminario Maggiore), alla Scuola del Carmine. Suo capolavoro, le storie della Vergine nella chiesa di S. Francesco.

Quanto al ciclo che ora stiamo per ammirare, si tratta di un’attribuzione, sorretta da forme ed echi del tessuto espressivo confrontati con creazioni certe del maestro padovano. Non essendoci pervenuti documenti, non conosciamo né chi siano stati i committenti del poema pittorico antoniano, né la data di esecuzione. Si può ipotizzare l’anno 1530 circa, e che l’incarico venisse affidato a Girolamo dalla comunità francescana che aveva la cura dell’oratorio.

Miracolo del cavaliere caduto

Caduto da cavallo, mentre si raccomanda al Santo, il cavaliere viene liberato da pericoli mortali

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Il calice di cristallo

Il calice di vetro che resta intatto pur gettato dall'alto converte l’eretico, provando la verità della fede.

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Miracolo del piede riattaccato

Mentre miracolosamente guarisce la grave ferita, il Santo c’insegna ad avere una fede inconcussa.

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S. Antonio predica ai pesci

Quelle orecchie attente che gli eretici si rifiutavano di offrire ai sacri sermoni, qui i pesci mostrano di porgere.

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I cibi avvelenati

Un segno di croce tracciato sui cibi del Santo, rende inefficace l’animale velenoso.

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Il neonato che parla

Il Santo libera una moglie dal sospetto di tradimento, ordinando all’infante d’individuare suo padre.

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La mula adora l’Eucaristia

Qui un asinello presta culto a quel sacramento che l’eretica empietà nega essere vera presenza di Cristo.

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Il Santo predica dal noce

Qui, mentre viene seminata la sacra Semente, le messi calpestate dai piedi risorgono più vigorose.

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Miracolo dell’anello ritrovato

Il Santo ritrova la pietra preziosa che viene restituita al padrone, in seguito a un dono offerto da costui.

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La predica pentecostale

Mentre il Santo rivolge un sermone a papa Gregorio e ai cardinali, riceve gli appellativi di Martello delle eresie e Arca dell’Alleanza.

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Nella seconda campata ecco ancora gli affreschi di: S. Giovanni Battista, S. Giuseppe, B. Giacomo Ongarello, S. Berardo e compagni protomartiri, B. Damiano Conti, B. Cherubino da Spoleto, B. Michele da Milano, s. Giacomo della Marca, s. Giovanni da Capestrano, B. Bernardino da Feltre, B. Luca da Padova, S. Daniele e compagni martiri, B. Giacomo da Padova

26 settembre 2020 ore 10.30 - Il Brenta - Maresana - km.41

26 settembre 2020 ore 10.45 - Taggi di Sopra - km.45

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26 settembre 2020 ore 11.30 - Montegalda - km.60

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Montegalda è un comune italiano di 3 404 abitanti della provincia di Vicenza in Veneto.

È situato nella parte sudorientale della provincia di Vicenza, di cui segna anche il confine, all'incirca a metà strada tra le città di Vicenza e Padova e si colloca in una fertile vallata, circondato da sette colli e da un fiume.
Zona di insediamento di età antichissima, possiede tuttora, conservati in alzato, la Pieve Battesimale Altomedievale, il Castello Bassomedievale (ora villa veneta di notevole bellezza) e numerose ville venete del XVI-XVII secolo.

L'origine del toponimo "Montegalda" è ancora piuttosto controversa. La parola, indubbiamente, si può scomporre in "Monte" e "Galda" e proprio questa particolarità ha alimentato alcune ipotesi sul significato:

  1. Mons Gaudium: gaudio inteso per Godimento. Forse in riferimento all'amenità dei luoghi appartenenti al territorio di Montegalda.

  2. Mons Galba: probabilmente legato al nome di uno dei 4 Servio Sulpicio Galba, succedutisi nell'ambito Romano rispettivamente nel 144 a.C., 108 a.C., 54 a.C. e 68-69 d.C. Tenendo conto degli avvenimenti storici, potrebbe riferirsi a Servio Sulpicio Galba Pretore del 54 a.C. e legato di Giulio Cesare nelle Gallie. È probabile che il toponimo sia rimasto in seguito ad una vittoria riportata in questi luoghi o ad un evento per l'epoca importante.

  3. Monte Gualda: in onore dell'omonima famiglia che qui possedeva delle proprietà.

  4. Mons Wald: in questo caso un misto tra latino (mons) e germanico (wald) dove quest'ultima parola starebbe per "bosco, boscoso" ad indicare la peculiare vegetazione presente nel territorio in epoca storica. Il germanico coinciderebbe appieno con i secoli di dominazione longobarda.

  5. Mons Warda: come sopra, un misto tra latino e un termine longobardo (alto germanico). Questo suo toponimo Warda sarebbe di origine longobarda, con la dissimilazione della "R" con la "L", derivato da quella "Warda" intesa come la torre di avvistamento che è alle origini di un'altra località, quella del Lago di Garda, avrebbe dato origine all'attuale nome del paese.

Queste ultime ipotesi sono state sostenute dallo scrittore e umanista Fedele Lampertico, appunto per l'affinità del toponimo Galda con Garda, Guarda, varda e varzone, chiaramente derivati dalla "Wardt" gotica e longobarda

26 settembre 2020 ore 12.15 - Ponte di Nanto - km.72

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26 settembre 2020 ore 12.30 - ALBETTONE - km.78 - LA PICCOLA PAUSA PRANZO

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Albettone 

(Albetón in veneto) è un comune italiano di 2 013 abitanti della provincia di Vicenza in Veneto.

​​Il paese di Albettone è situato in una zona collinare fra i Colli Berici e i Colli Euganei. Albettone è attraversato dal canale Bisatto, antica via di comunicazione, scavato intorno al sec. XII dai vicentini per incanalare le acque del Bacchiglione a danno dei padovani.

Il nome Albettone deriverebbe da "Al Betone", da bodo (fossato), in riferimento quindi alla presenza di corsi d'acqua.

Storia La sola testimonianza del fatto che il territorio di Albettone fosse abitato anche in epoca preistorica è una scheggia silicea a forma di lancia, trovata nel 1935 nella valletta sotto la chiesa vecchia di Lovertino e conservata nel Museo Atestino di Este. Sono stati invece ritrovati reperti dell'epoca romana attorno alla chiesetta dei Santi Vito e Modesto: frammenti di anfore, pezzi di spade, pietre grezze, sagomate e lavorate, e molti cocci laterizi (embrici, tegoloni, mattoni). Esistono anche notevoli tratti di fondazioni fatte in scaglia mista a cocci di embrici romani messi in calce, strati di pavimenti e parti di mosaici, fondazioni che si prolungano in direzione est fino agli "Absidi".

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Albettone viene ufficialmente nominato per la prima volta nel 983, in un privilegio con il quale il vescovo di Vicenza Rodolfo donava al monastero benedettino dei Santi Vito e Modesto alcune massarie.

Il territorio è attraversato dal canale Bisatto, scavato intorno al XII secolo dai vicentini per incanalare le acque del Bacchiglione a danno dei padovani. Il Bisatto, antica via di comunicazione in epoche in cui le vie fluviali erano più importanti di quelle di terra, rivestì un'importanza fondamentale per l'economia locale, in quanto permetteva l'agevole invio nelle città della pietra calcarea, assai abbondante in queste zone, dalla quale si ricavava la calce idraulica. Per controllare il traffico commerciale, vennero costruite lungo il canale varie torri, e una di queste - la "Colombara" - è ancora esistente e restaurata; durante la dominazione veneziana essa fu la torre di guardia del porto di Albettone.

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26 settembre 2020 ore 13.30 - NOVENTA VICENTINA

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​ Noventa Vicentina è un comune italiano di  circa 9.000 abitanti della provincia di Vicenza. E' il comune più a sud della provincia di Vicenza.  Il territorio è pianeggiante, pur trovandosi a pochi chilometri dai Colli Euganei (a est) e dai Monti Berici (a nord-ovest).

Il nome di Noventa Vicentina (dal latino nova entia, nuove terre) ricorda l'opera di bonifica attuata dopo le disastrose alluvioni dell'età longobarda.

Un giro veloce in piazza ed ecco:

Il Duomo dei SS. Vito, Modesto e Crescenzia, ubicato in via Giacomo Matteotti.

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Nei primissimi anni del Trecento la parrocchiale di Noventa fu trasferita dalla pieve di Santa Maria a una cappella benedettina dedicata a san Vito e - più tardi - anche ai santi Modesto e Crescenzia. Ecco che sulla stessa area di questa cappella gotica, fra il 1640 e il 1650 fu costruita la chiesa, il duomo, ulteriormente ampliat0 e modificato alla fine dell'Ottocento. La facciata marmorea, rifatta insieme con l'ampliamento, presenta un portale concluso da una lunetta a tutto sesto affrescata.

L'interno è a una sola navata, con sei altari laterali, e tre grandi absidi che incorniciano il presbiterio. L'altare maggiore in marmo di Carrara, attribuito allo scultore padovano Antonio Bonazza, reca al centro un bassorilievo con la Cena di Emmaus. Nella parete di sinistra, sopra l'altare di San Rocco, si trova una pala di Giambattista Tiepolo che raffigura i Santi Rocco e Sebastiano.  Sul retro della chiesa si trova un sacello neogotico coronato in pinnacoli, realizzato durante la seconda metà del XIX secolo, a scongiurare il pericoloso colera.

VILLA BARBARIGO

E' la  sede del Municipio di Noventa Vicentina  dalla fine del XIX secolo e la principale meta turistica del comune.​ È indicata anche come Villa Barbarigo Rezzonico, riflettendo le alleanze matrimoniali tra le varie famiglie nobili veneziane che hanno posseduto la casa.È un palazzo rurale costruito a partire dal 1588 a opera di un ignoto architetto veneziano.  L'edificio sostituiva una precedente residenza. La struttura è imponente per la sua altezza. La villa si distingue per le decorazioni ad affresco di artisti tra i quali Antonio Foler, Antonio Vassilacchi (l'Aliense) e Luca da Reggio (Luca Ferrari).

26 settembre 2020 ore 14.30 - MONTAGNANA

​ Montagnana è un comune italiano di 8 937 abitanti della provincia di Padova .Alla città di Montagnana è stata conferita la Bandiera arancione per le sue bellezze storiche e per la valorizzazione dei prodotti tipici, inoltre fa parte dell'associazione I borghi più belli d'Italia. ​Il comune di Montagnana, situato nella parte sud-occidentale della provincia, dista circa 51 chilometri da Padova e confina con le province di Verona, nel tratto in cui scorre il fiume Fratta, e Vicenza. Il nome deriva dal toponimo Motta Aeniana, in latino medievale motta indicava una piccola altura mentre aeniana una mansio  cioè una stazione di posta lungo una strada romana. Le origini di Montagnana probabilmente risalgono ad epoca romana.

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Oltre che per lo straordinario complesso fortificato, la città si fa apprezzare per il tessuto urbano, fatto di vie e di edifici sorti in periodo rinascimentale e, parte, durante la ripresa economica del XIX secolo.

Sulla piazza centrale si protende il Duomo (1431-1502), dalle imponenti forme tardo-gotiche con aggiunte rinascimentali. All'interno sono esposte la Trasfigurazione di Paolo Veronese, tre tavole di Giovanni Buonconsiglio detto il Marescalco (XVI secolo), una grande tela votiva di notevole valore documentale riproducente la battaglia di Lepanto (1571). Le pareti sono ornate di raffinate decorazioni e di affreschi, tra i quali, notevolissimi, quello del catino absidale del Buonconsiglio, e, ai lati dell'ingresso, la Giuditta e il David, recentemente attribuiti al Giorgione.

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Sempre sulla piazza, si affaccia l'elegante palazzo Valeri e l'antico Monte di Pietà. In via Matteotti sorge il palazzo Magnavin-Foratti, in raffinato stile gotico-veneziano, che si dice sia stata la residenza di Jacopa, moglie del condottiero Erasmo da Narni detto il Gattamelata.

I monumenti più insigni, tuttavia, sono costituiti dalla cinta muraria, dalla rocca degli Alberi e dal castello di San Zeno.

Le opere di fortificazione alto-medioevali, che si suppongono rafforzate nel X secolo in difesa delle scorrerie degli Ungari, erano costituite quasi esclusivamente da terrapieni, palizzate, fossati e barriere di piante spinose (rimane qualche ricordo in vecchi toponimi delle vie interne). Montagnana viene citata come castrum in un documento del 996. Nei secoli successivi numerose testimonianze documentali attestano la sua funzione difensiva e protettiva a vantaggio dei villaggi circostanti i cui abitanti erano tenuti alla manutenzione dell'apparato difensivo (mura, bertesche, ponte) e al servizio militare nei confronti del castrum considerato ricetto comune di importanza vitale per la sicurezza di tutti. Ezzelino III da Romano detto il Tiranno (1194-1259), presa e incendiata Montagnana nel 1242, munì il luogo di fortificazioni adeguate all'epoca (ziron). Il mastio del castello di San Zeno (oggi agibile fin sulla sommità) è a lui attribuito.

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La città murata dal castello di San Zeno​

Le mura attuali, che costituiscono uno degli esempi più insigni e meglio conservati di architettura militare medioevale in Europa, salvo il complesso di Castel San Zeno e i tratti di cinta ad oriente ed occidente che sono più antichi, risalgono alla metà del Trecento, quando i Carraresi, signori di Padova, vollero ampliare e rafforzare questo essenziale luogo forte di frontiera dello stato padovano contro la Verona degli Scaligeri, che dominava la vicina Legnago. Lo spazio urbano intra moenia fu in quell'occasione ampliato, e la nuova cinta fu costruita con strati sovrapposti di mattoni e di pietre (trachite trasportata per via d'acqua dai vicini colli Euganei). La città fortificata è racchiusa in un quadrilatero irregolare delle dimensioni di circa 600 x 300 metri con un'area di 24 ettari e un perimetro di circa due chilometri. Le mura, coronate da merli di tipo guelfo, sono alte dai 6,5 agli 8 metri.  Le torri perimetrali, in totale 24, distanziate di circa 60 metri, sono alte fra i 17 ed i 19 metri.

All'interno dei fornici che reggono il cammino di ronda erano allogati i magazzini (canipe) per la custodia dei beni prodotti nelle campagne. 

Attorno alla cinta muraria correva un ampio fossato allagato con l'acqua del fiume Frassine (confine verso il Vicentino) derivata per mezzo di un canale ad argini sopraelevati (il Fiumicello) avente funzione di vallo difensivo di saldatura lungo il quale, dalla parte padovana, stava un serraglio sopraelevato per la concentrazione delle truppe. Tutto attorno alla zona montagnanese vi erano paludi intransitabili  così che la città murata costituiva la chiave della frontiera padovana verso ovest.  La fortezza, ai suoi tempi, era imprendibile e, di fatto, fino all'avvento delle grosse bocche da fuoco (XVI secolo), non fu mai espugnata militarmente.

L'accesso alla città era controllato dalle porte fortificate del castello di San Zeno (ad est, verso Padova) e della Rocca degli Alberi (ad ovest, verso il veronese). Solo più tardi, nel '500, fu aperta a nord una terza porta (porta Nova o di Vicenza) per agevolare le comunicazioni con il porto fluviale del Frassine. Alla fine dell'Ottocento un quarto varco fu praticato verso sud, per accesso alla stazione ferroviaria (porta XX Settembre).

Le mura medievali di Montagnana sono state inserite tra I Luoghi del Cuore, iniziativa promossa dal FAI.​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​

La Rocca degli Alberi

La Rocca degli Alberi, che si alza imponente e pittoresca sul vallo dalla parte occidentale, fu costruita dai Carraresi nel biennio 1360-62 con funzione esclusivamente militare. L'ingresso fortificato era costituito da un complesso sistema difensivo: lungo l'androne di transito, dominato da due torri, stavano quattro porte a battenti, due saracinesche e quattro ponti levatoi a bilanciere. Sistema simile era a castel San Zeno.

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26 settembre 2020 ore 15.30 - IL FIUME ADIGE A TERRAZZO KM. 111

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26 settembre 2020 ore 18.00 - OSTIGLIA Km 148

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Ostiglia (Ustìlia in dialetto mantovano) è un comune che fa parte della provincia di Mantova ed è posta a sud-est rispetto al capoluogo. Si trova in un'area paludosa nel mezzo della Pianura Padana, a 13 m s.l.m. e sulle rive del fiume Po. Il territorio comunale si trova non distante dalla Regione Veneto, infatti confina a nord con la provincia di Verona e ad est con la provincia di Rovigo.

Il nome di Ostiglia, come testimonia la forma latina Hostilia, deriva da un nome personale latino Hostilius.

Ricordata in epoca romana con il nome di Hostilia, rappresentò certamente un punto importante per gli scambi commerciali diretti dall'Emilia verso Verona e i territori germanici: si trovava infatti sulla via Claudia Augusta Padana, citata dagli itinerari romani.  Dopo la riconquista bizantina dell'Italia arrivarono i Longobardi, tra la fine del VI e l'inizio del VII secolo e dopo il 774 i Franchi con Carlo Magno.

Durante il Basso Medioevo Ostiglia entrò nell'orbita di Verona, che ne fece una delle sue piazzeforti con la costruzione di un castello nel 1151. Nel periodo in cui detenne il potere a Verona, la famiglia degli Ezzelini vi acquisì delle proprietà, che furono accuratamente accertate, censite e documentate dopo la loro definitiva sconfitta avvenuta nel 1260. Nel 1308 Ostiglia era sotto il dominio degli Scaligeri, a cui subentrarono nel 1381 i Visconti e nel 1391 i Gonzaga.

Da allora Ostiglia fu indissolubilmente legata a Mantova in ambito politico, ma continuò a far parte della Diocesi di Verona fino alla seconda metà del XVIII secolo. Con la caduta dei Gonzaga, nel 1707 Ostiglia passò con tutto il Ducato di Mantova sotto la dinastia imperiale degli Asburgo-Lorena, nella persona dell'imperatore Giuseppe I. Sotto la dominazione austriaca Ostiglia perdette tutta la sua importanza strategica, tanto che l'imperatore Carlo VI nel 1717 ordinò la demolizione del suo castello per utilizzare i materiali nelle fortificazioni di Mantova.

Nel 1797 entrò nella Repubblica Cisalpina voluta da Napoleone  e cessò di essere capoluogo di distretto per diventare cantone del distretto di Mantova. Caduto Napoleone  nel 1814, Ostiglia tornò, sotto la dominazione austriaca, a far parte del Regno Lombardo-Veneto diventando ancora capoluogo di distretto.

Con i trattati di pace di Praga (23 agosto) e di Vienna (3 ottobre 1866) Ostiglia passò al Regno d'Italia con la parte rimanente della provincia di Mantova. Un aneddoto racconta che, mentre a Mantova sventolava il tricolore, ad Ostiglia permanevano ancora gli Austriaci, cosicché gli abitanti, circondata la gendarmeria, li costrinsero ad andarsene.

A Ostiglia, poco prima delle due guerre mondiali che avrebbero segnato il Novecento, venne fondata nel 1907 quella che è oggi la più importante casa editrice italiana: la Mondadori. Durante la Prima guerra mondiale pubblicò giornali destinati alle truppe al fronte fra cui La Tradotta. Nel 1919 la sede venne spostata a Milano.

Il Palazzo Foglia

Palazzo ottocentesco sede del Museo civico archeologico, della Biblioteca comunale e della Biblioteca musicale Giuseppe Greggiati. Dà sulla centrale piazza Cornelio, ove si trova il monumento a Cornelio Nepote.

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26 settembre 2020 ore 22.00 - OSTIGLIA - ALBERGO RISTORANTE DORIA E BUONANOTTE

Accoglienza, sensibilità, qualità ed entusiasmo. Una scelta obbligata se si passa di qui! 

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27 settembre 2020 ore 8.30 - IL PO DI OSTIGLIA - KM. 151

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27 settembre 2020 ore 9.00 - IL PO DI LA ROTTA - KM. 156

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27 settembre 2020 ore 9.30 - QUINGENTOLE  - KM. 160

Quingentole (Quingéntuli in dialetto basso mantovano) è un comune italiano di poco più di mille abitanti della provincia di Mantova. Dal febbraio 2014, con i comuni di Pieve di CorianoRevereSan Giovanni del DossoSan Giacomo delle SegnateSchivenoglia e Villa Poma, fa parte dell'Unione dei comuni Isola Mantovana. Il territorio comunale è esteso sulla riva destra del fiume Po, poco a valle della confluenza col fiume SecchiaIl nome   Vi sono diverse ipotesi sull'origine del nome "Quingentole":

  • come derivato da "quingenti", cinquecento, identificativo della superficie originale del luogo, così come per i toponimi di TrecentaNonantolaQuarantoli,

  • da "quinque", cinque, in riferimento alla distanza in miglia dalla Via Aemilia Altinatis, via che univa Ostiglia a Quarantoli,

  • da "quinque gentes", cinque famiglie.

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27 settembre 2020 ore 11.00 - MOGLIA  - KM. 178

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27 settembre 2020 ore 13.00 - FABBRICO  - KM. 195

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Fabbrico (Fàvregh nel dialetto locale, Fâbrich o Fâvrich in dialetto reggiano) è un comune  di 6 608 abitanti della provincia di Reggio Emilia. Il comune, situato nella pianura Padana, dista 27 km da Reggio Emilia.  Il primo documento che la menziona risale all'anno 772, due secoli dopo, nel 980, Ottone II in uno scritto, conferma la proprietà di una pieve ivi ubicata al vescovo di Reggio Emilia. Il territorio di Fabbrico entrò a far parte dei possedimenti di Giberto III da Correggio, detto "il Difensore", nei primi anni del XIV secolo.

Nonostante il rafforzamento del castello voluto dai da Correggio, i ripetuti attacchi delle famiglie rivali, in primo luogo gli Este e la guerra tra Spagna e Francia, culminarono con la distruzione del castello nel 1557 e la caduta del Principato di Correggio nelle mani Estensi nel 1635, i quali governarono la villa, ad eccezione del periodo napoleonico, sino alla unità d'Italia nel 1859. In seguito alla caduta di Mussolini del 25 luglio 1943, i prefetti nominati dal governo Badoglio procedettero alla sostituzione di tutti i sindaci compromessi col fascismo. A Fabbrico il giorno 12 agosto 1943, il nuovo prefetto di Reggio Emilia Renato Vittadini procedette alla sostituzione del podestà Edgardo Marani, che era in carica dal 1941, con il commissario prefettizio Silvio Cesare Terzi che era un giovane proprietario terriero non iscritto ad alcun partito. Episodio centrale della guerra di Liberazione a Fabbrico fu la battaglia che avvenne il 27 febbraio 1945. Le cronache di allora contarono più di 30 morti tra i fascisti, 3 partigiani e 1 civile rastrellato colpito alla schiena mentre raggiungeva la salvezza. Questa battaglia ebbe un grande rilievo nell'opinione pubblica delle provincie limitrofe per il risultato militare eclatante e per l'ardita azione in campo aperto privo di difese naturali.

La Chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta nel capoluogo, costruita tra il 1685 ed il 1688.

27 settembre 2020 ore 13.15 - NOVELLARA  - KM. 200

Novellara (Nualera o Nuvalêra in dialetto reggiano) è un comune italiano di 13 647 abitanti della provincia di Reggio Emilia in Emilia-Romagna. Estese per un piccolo tratto nel comune di Novellara vi sono Le Valli di Novellara e Reggiolo, localmente chiamate semplicemente Valli. Un tempo erano estese paludi, l'intera area è oggi bonificata e resa Area di Riequilibrio Ecologico. Sono zone ricche di canali e arginate. Fino alla fine anni quaranta queste zone vallive erano utilizzate per la coltivazione estensiva della canapa.

 

Toponimo

L'origine del nome è tuttora incerta. Nei documenti più antichi è indicata come nuvelare, nuvolaria, e nubilaria. C'è chi fa discendere il nome da nubila/nebula, quindi terra dalle nebbie persistenti. Altri studiosi ritengono che derivi dal celtico. Novellara può derivare da due termini gallici: ar, che significa "sopra" e var, "acqua". In effetti la città si trova in una posizione elevata rispetto ai luoghi circostanti ed è vicina a fiumi affluenti del Po. Prima delle bonifiche, la zona di Novellara appariva come un'isola circondata dalle acque che formavano allora le paludi che arrivavano fino al letto principale del Po. Oppure altri ritengono che derivi sempre dal gallo romanzo "nevon airia" bosco di querce, in quanto nel III secolo questo territorio era abitato dai galli Boi, prima dell'arrivo dei romani.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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LA ROCCA

Edificata a partire da Guido Gonzaga, i lavori di miglioramento della rocca furono voluti dal conte Alessandro I Gonzaga e realizzati nel corso degli anni dalla moglie, Donna Costanza da Correggio e dai figli nel corso del Cinquecento. Attualmente la Rocca, monumento insigne, ospita gli uffici del Comune e le sale del museo civico e della civiltà contadina nonché un bellissimo teatro, realizzato come miniatura sullo stile del Municipale (oggi Valli) di Reggio.

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PARROCCHIALE DI NOVELLARA

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27 settembre 2020 ore 15.30 - REGGIO EMILIA  - KM. 228

Reggio Emilia  Rèz in dialetto reggiano; Reggio di Lombardia fino all'annessione al Regno d'Italia, talora Reggio nell'Emilia, desueto), è un comune  di circa 172 abitanti.

Sorta per volere del console Marco Emilio Lepido lungo la via Emilia, l'antica strada romana che collegava Piacenza a Rimini, Reggio Emilia può fregiarsi dell'appellativo di Città del Tricolore, in quanto la bandiera italiana, su ispirazione dei vessilli della Repubblica Cispadana, nacque e fu esposta per la prima volta in questa città il 7 gennaio 1797. Il vessillo fu esposto nella settecentesca Sala del Tricolore del Municipio cittadino, nello stesso salone che oggi ospita le sedute del consiglio comunale.

Reggio, assieme alle vicine Parma e Modena, è luogo d'origine del celebre formaggio Parmigiano Reggiano ed è la culla del metodo di insegnamento pedagogico Reggio Emilia Approach che ha reso le scuole dell'infanzia reggiane famose in tutto il mondo. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, per il ruolo rilevante avuto dalla città e dai suoi abitanti nella guerra di liberazione italiana, Reggio è stata insignita della medaglia d'oro al valor militare della Resistenza. Reggio Emilia si trova nella pianura Padana, nel cuore della regione storica dell'Emilia e dell'omonima provincia, ed è attraversata dal torrente Crostolo.

Un po' di Storia

La città fu municipio romano ed era chiamata Regium Lepidi, derivando il nome da Marco Emilio Lepido, fondatore della città e della via che dà il nome all'attuale regione. Con la caduta dell'Impero romano d'Occidente la città venne quasi spopolata. Dopo la conquista longobarda (VI secolo) la città fu capitale del Ducato di Reggio, poi nell'Alto Medioevo divenuta sede vescovile divenne libero comune, ma restò soggetta a feroci lotte intestine, che la portarono alla trasformazione in signoria sotto gli Este e in seguito a Ducato; in questo periodo la città prese il nome di “Reggio di Lombardia”, toponimo che ha le sue origini nell'Alto Medioevo ed è ampiamente documentato. Durante il periodo delle invasioni napoleoniche a Reggio Emilia il 27 dicembre 1796, si riunì un'assemblea di 110 delegati presieduti da Carlo Facci per decretare la costituzione della Repubblica Cispadana, comprendente i territori di Bologna, Ferrara, Modena e Reggio Emilia e nella omonima sala nacque di lì a poco, il 7 gennaio 1797, il Tricolore Italiano.

Ad avanzare la proposta di adozione di una bandiera verde, bianca e rossa fu Giuseppe Compagnoni, che per questo è ricordato come il “Padre del Tricolore”. Successivamente, con l'annessione della Lombardia (e marginalmente di Veneto e Toscana), prese il nome di Repubblica Cisalpina. Dopo la Restaurazione del Ducato nel 1815, Reggio appartenne agli Austria-Este fino al 1860, quando fu unita al Regno di Sardegna, divenuto l'anno seguente Regno d'Italia. Il toponimo Reggio di Lombardia fu quello ufficiale durante tutta l'esistenza del Ducato di Modena e Reggio, fino all'annessione dei territori estensi al Regno di Sardegna quando fu introdotto il nome attuale.

Il Teatro municipale Romolo Valli, è un teatro d'opera situato in piazza Martiri del 7 Luglio 1960, nel centro storico di Reggio Emilia. Si affaccia su una delle più importanti piazze cittadine, sulla quale si affacciano l'altro teatro cittadino, il teatro Ariosto, la Galleria San Rocco e i Giardini Pubblici.

REGGIO E. TEATRO VALLI

L'edificio teatrale fu costruito tra il 1852 ed il 1857. Fu ideato e condotto a termine dall'architetto modenese Cesare Costa e i lavori furono diretti dall'ingegnere reggiano Antonio Tegani. La sala interna si presenta come un tradizionale teatro d'opera italiano, con pianta a ferro di cavallo e cinque ordini di palchi. Il teatro fu inaugurato il 21 aprile 1857 con l'opera Vittor Pisani del musicista Achille Peri (1813-80). L'ampia costruzione, sorta su parte dell'area dell'antica cittadella, demolita all'inizio del XIX secolo, costò lire 1.683.000.

I MUSEI CIVICI

MUSEI CIVICI REGGIO EMILIA

IL TEATRO ARIOSTO

TEATRO ARIOSTO

Venne eretto nel 1878 sulle ceneri del teatro della Cittadella, costruito tra il 1740 e 1741 su progetto di Antonio Cugini e distrutto la notte del 21 aprile 1851 da un incendio. Tracce dello stabile settecentesco sono ancora visibili lungo il colonnato che delimita la parete sud del teatro, affacciata su Corso Cairoli. Il progetto di ricostruzione, realizzato dall'architetto Achille Grimaldi, fu finanziato da Ulderico Levi, esponente di una delle più importanti famiglie ebraiche della città. Secondo la moda di fine XIX secolo e su richiesta della cittadinanza, l'Ariosto fu progettato come spazio teatrale a destinazione plurima, adatto sia alle rappresentazioni di prosa sia alle esibizioni delle compagnie equestri. Il teatro Ariosto ospita ora principalmente allestimenti di prosa.

PAUSA IN VIA EMILIA SANTO STEFANO

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PIAZZA DEL MONTE

PIAZZA DEL MONTE

PIAZZA PRAMPOLINI

PIAZZA PRAMPOLINI

PIAZZA GIOBERTI

PIAZZA GIOBERTI

IL DUOMO

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28 settembre 2020 ore 10.30 - Appennino Reggiano  - KM. 240

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28 settembre 2020 ore 11.00 - Bagno  - KM. 245

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28 settembre 2020 ore 11.15 - Rubiera  - KM. 250

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RUBIERA

Situata nella pianura Padana, Rubiera sorge sulla sponda sinistra del fiume Secchia, a 12 km ad est di Reggio nell'Emilia, presso il confine con la provincia di Modena. A sud dell'abitato di Rubiera vi è la confluenza del torrente Tresinaro nel Secchia. L'originario nome di Rubiera è Corte de Herberia, e potrebbe derivare dal celtico her-beria («in mezzo alla pianura»). In epoca romana da Rubiera passava la via Emilia, che collegava Ariminum (Rimini) con Placentia (Piacenza) per poi continuare, grazie a un prolungamento successivo, fino a Milano (Mediolanum).

Le prime notizie di epoca storica risalgono al 915, quando essa era feudo dei Supponidi, poi passò agli Obertenghi. Nell'alto Medioevo il centro perde importanza a favore della campagna circostante, e proprio in questa occasione che prendono le mosse gli insediamenti abitativi prima sconosciuti intorno alla pieve dei santi Faustino e Giovita, che risale al 980. Tra il 1190 ed il 1200 il Comune di Reggio, al pari di Bologna ed altri liberi comuni, costruì, per meglio proteggere il confine con Modena, il nuovo borgo di Rubiera. A meglio proteggere l'abitato verranno costruite munitissime mura e un possente castello, arrivato, seppur modificato, fino ai giorni nostri. Da segnalare che mentre i reggiani innalzavano la rocca rubierese a Marzaglia, ossia dall'altra sponda del Secchia, i modenesi a loro volta edificavano un fortilizio. A popolare il borgo vengono mandati contadini locali e cittadini reggiani, dal momento che per i nuovi abitanti vi era la promessa che nessuna imposta sarebbe stata chiesta loro. Ancor'oggi è possibile osservare l'antico piano regolatore, il centro del paese, disposto lungo la via Emilia, è infatti costituito da isolati rettangolari disposti a pettine ai lati della strada centrale. Per la costruzione della rocca, nel 1201, vennero impiegati i soldati modenesi, compreso il loro podestà Alberto da Lendinara, catturati dopo la vittoria reggiana nella battaglia di Formigine. Una volta terminati i lavori i prigionieri vennero rilasciati con una cannuccia in bocca ed un cappello di carta in testa, era per l'epoca un gesto di profondo scherno e derisione[senza fonte]. Desiderosi di vendicare la sconfitta e l'umiliazione subita i modenesi, nel giugno dell'anno seguente, coadiuvati dai veronesi e dai ferraresi cinsero d'assedio Rubiera. Gli assedianti resistettero a lungo ed alla fine ebbero la meglio e Modena stipulò un accordo di pace con Reggio. È da ricordare che a Rubiera, nel maggio 1409, fu ucciso in un agguato da Muzio Attendolo Sforza l'ultimo signore di Reggio, Ottobuono de' Terzi.

Per circa due secoli Rubiera fu feudo dei Boiardi (discendenti dei Bianchi di Lunigiana) che nel 1423 dagli Estensi furono «convinti» a scambiare questo feudo con Scandiano. Dal 1512 al 1523 Rubiera fu conquistata dai pontifici che la infeudarono ai Pio di Carpi: al ritorno degli Este, la troviamo feudo della famiglia Sacrati originaria di Fusignano e fedelissima del duca; la rocca fu ancora rafforzata e circondata da un profondo fossato che prendeva acqua dal Tresinaro. Venne poi adibita a prigione per i reati più gravi, e fu a Rubiera (dipendente allora da Modena) che si riunì il Tribunale Statario che emise ed eseguì, il 16 ottobre 1822, la condanna a morte del cospiratore carbonaro don Giuseppe Andreoli.

Raggiunta l'unità d'Italia, Rubiera manda in archivio la sua connotazione militare abbattendo le mura che cingevano il borgo, mentre il Forte nel 1873 passa dallo Stato ai privati rinunciando al suo ruolo di prigione temutissima per le atroci condizioni di vita cui venivano sottoposti i suoi ospiti. A quei tempi i rubieresi lo chiamavano Sasso perché appunto diroccato e in abbandono. Nel 1922, allo scopo di raddrizzare il tracciato della via Emilia, venne demolita la parte centrale; il resto fu adibito ad abitazioni. La storia più recente di Rubiera coincide con l'impulso che tutto il comprensorio industriale della zona ha avuto. Il territorio comunale è tutto pianeggiante e ciò ha consentito la diffusione massiccia sia di coltivazioni agricole che di attività industriali di vario tipo. Il recupero recente di numerosi palazzi storici del centro ha fatto tornare in possesso dei rubieresi i luoghi di maggior prestigio e storia cittadina.

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28 settembre 2020 ore 11.30 - MODENA  - KM. 260

 Modena (Mòdna in dialetto modenese) è un comune di circa 187.000 abitanti.  

Il Duomo, la Torre Civica e la Piazza Grande della città sono inserite, dal 1997, nella lista dei siti italiani patrimonio dell'umanità dall'UNESCO. Due fiumi la circondano senza peraltro attraversarla: il Secchia ed il Panaro, la cui importanza per la città è testimoniata anche dalla presenza della Fontana dei due fiumi, dello scultore modenese Giuseppe Graziosi, situata in Largo Garibaldi.

La città è economicamente una delle maggiori realtà europee. Infatti, nella provincia hanno sede importanti industrie alimentari (tra cui Grandi Salumifici Italiani, Cremonini e Fini, centri di produzione del Parmigiano Reggiano e della lavorazione del maiale - a cui Castelnuovo Rangone, il cuore di questo settore, ha dedicato addirittura un monumento), metalmeccaniche (Modena, così come la sua provincia, può essere considerata la Capitale Mondiale dell'Automobilismo Sportivo con le sedi della Ferrari a Maranello, della Maserati in città, della Pagani a San Cesario sul Panaro e fino a pochi anni fa la De Tomaso in periferia e la Bugatti a Campogalliano. Inoltre ad una decina di chilometri dalla città, ma già in provincia di Bologna, nel comune di Sant'Agata Bolognese si trova la sede di un'altra storica azienda del settore come la Lamborghini). Viene anche considerata la capitale mondiale delle ceramiche (o della piastrella), grazie alle aziende di spicco presenti nei territori di Sassuolo e Fiorano Modenese. Notevole l'industria tessile presente nei territorio di Carpi e quella biomedica nel comune di Mirandola. 

 

Origini del nome. Il nome latino della città era Mutina.  Questo toponimo viene messo in relazione con l'etrusco mutna, o mutana, "tomba", a sua volta forse derivato da una radice anteriore (preromana o "mediterranea") *mut(t) o *mot(t) che dà nome ad un "rialzo di terreno", una "collina". In realtà da un punto di vista orografico la città si trovava non su un'altura, bensì in una depressione, motivo per il quale alcuni ritengono che il nome sia piuttosto da mettere in connessione con la civiltà terramaricola. Nel IV secolo è citata come Mutena e successivamente Mòtina e Mòdana. 

Un po' di storia in dettaglio

Modena fu fondata nel 153 a.c. da mille cives provenienti da Roma guidati dai triumviri Marco Emilio Lepido, Tito Ebuzio Parro e Lucio Quinzio Crispino. Divenne capoluogo dell’ex Gallia cisalpina e sede del governatore per due secoli. Successivamente Modena venne abbandonata fra il V e il VII secolo, causa le numerose inondazioni dei fiumi Secchia e Panaro, gli abitanti si rifugiarono nel vicino borgo più a ovest, Cittanova. Tornò a ripopolarsi gradualmente intorno alla sede vescovile, che aveva assunto la guida della città ed il vescovo Leodoino la fece cingere di mura nel 891. Durante la signoria dei vescovi, venne eretta la nuova cattedrale. Il potere vescovile ebbe termine con l'autonomia comunale nel 1135 ma, nel 1249, con la battaglia di Fossalta, Modena ghibellina venne sconfitta da Bologna guelfa facendo tornare al potere il partito filovescovile degli Aigoni capitanato dal vescovo Alberto Boschetti, nel 1288, si consegnò agli Estensi di Ferrara. Il 15 novembre 1325 nella battaglia di Zappolino Modena inflisse una pesante sconfitta ai bolognesi fino a giungere sotto le mura della città delle due torri e ad assediarla. Dopo una settimana i modenesi tolsero l'assedio e tornarono in città portando come trofeo un secchio di legno sottratto da un pozzo fuori porta San Felice, la "Secchia Rapita" che venne utilizzata come spunto per l'omonimo poema eroicomico del poeta modenese Alessandro Tassoni.

Modena diventò veramente la "città estense" solo dopo il 1598, quando il duca Cesare trasferì da Ferrara a Modena la capitale del suo ducato. Uno Stato destinato a barcamenarsi con alterne fortune nelle lotte tra le potenze italiane ed europee, e che malgrado le ripetute occupazioni da parte degli eserciti stranieri (i francesi nel 1702; gli austriaci nel 1742) resisterà fino all'unificazione dell'Italia, con una sola interruzione nel periodo napoleonico. A questo periodo risalgono le enormi spoliazioni napoleoniche del ducato di Modena, collezioni di opere d'arte, beni archivistici e librari, ma anche la collezione glittica degli Este. Durante l'occupazione francese, diverse opere d'arte presero la via della Francia.

Il Risorgimento poté contare su larghe adesioni fra i Modenesi, tra cui Ciro Menotti e i numerosi gruppi mazziniani e carbonari della città che votarono compattamente per l'Unità d'Italia nel Plebiscito del 1860. Tra fine Ottocento e inizio Novecento l'Emilia (e in particolare la provincia di Modena) divenne un baluardo socialista prima e comunista poi.

Il fenomeno dell'occupazione delle terre fu molto forte e si scontrò con la violenza fascista. Dopo il settembre 1943, Modena e i suoi comuni dovettero sopportare umiliazioni ad opera degli occupanti tedeschi e della milizia fascista. Nonostante la repressione, la Resistenza ebbe, con alterne vicende, una presenza sempre attiva nel territorio. Dopo la guerra quella zona che per i vent'anni del regime veniva chiamato "Il Triangolo Nero" (in quanto completamente controllato dai fascisti) prese il nome di "Triangolo Rosso" o "Triangolo della morte". Tale denominazione viene usata da diversi storici per ricordare le circa 2000 uccisioni di civili e militari perpetrate, dopo la caduta del regime fascista e particolarmente nel biennio 1946-1948, da alcune brigate di ex-partigiani comunisti che si erano dati il nome di "Gruppi d'Azione Partigiana" (GAP), come rappresaglia contro chi veniva ritenuto compromesso con il regime.

Modena è tra le Città decorate al Valor Militare per la Guerra di Liberazione perché è stata insignita della Medaglia d'Oro al Valor Militare il 29 marzo 1947 per i sacrifici delle sue popolazioni e per la sua attività nella lotta partigiana durante la seconda guerra mondiale.

Duomo di Modena

In stile romanico, la cattedrale è stata edificata dall'architetto Lanfranco nel 1099, nel sito del sepolcro di san Geminiano, patrono di Modena. Al suo fianco sorge la torre campanaria detta la Ghirlandina. Alta 86 metri, è la torre campanaria del Duomo di Modena e simbolo della città. Riconosciuta come patrimonio dell'umanità dall'UNESCO nel 1997, fu costruita a partire dal 1179, fu rialzata come Torre di San Geminiano, e ulteriormente rialzata nei due secoli successivi. Fu restaurata alla fine dell'ottocento e nuovamente tra il 2008 ed il 2011.

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Chiesa del Voto

Sorge sulla via Emilia di fronte a corso Duomo e prende il nome da un voto del Comune modenese e del duca Francesco I d'Este fatto nel 1630, quando la città fu investita da una gravissima epidemia di peste. Il voto del Comune fu appunto di costruire, se e quando fosse cessata l'epidemia, una chiesa. Il duca la fece costruire e fu dedicata alla Madonna della Ghiara, protettrice di Reggio. Architetto fu Cristoforo Galaverna che nell'opera unì vari stili.

Palazzo Ducale

Il Palazzo Ducale di Modena è stato sede della Corte Estense tra Seicento ed Ottocento. Dall'Unità d'Italia, il Palazzo ospita la prestigiosa Accademia militare di Modena. Tra i più illustri ex-allievi dell'Accademia troviamo 10 Marescialli d'Italia, un Maresciallo dell'Aria, 31 ministri, sei Presidenti del Consiglio, 31 Senatori del Regno e tre Senatori della Repubblica e 1 Deputato: di questi i nomi più illustri sono ricordati nella Galleria della memoria del museo storico dell'Accademia militare, ubicato nella sede stessa del Palazzo Ducale.
La sua costruzione fu iniziata da Francesco I d'Este nel 1634 e fu finita da Francesco V. Il Palazzo sorse su un precedente "Forte Estense" e la sua architettura fu creata anche da interventi di Bernini e Borromini.
La maestosa facciata del Palazzo, alleggerita dal gioco cromatico dei marmi, è stata recentemente restaurata. Dalla porta centrale si accede all'elegante "Cortile d'onore", sede delle cerimonie militari, e al suggestivo "Scalone d'onore". Di fronte al Palazzo si alza una statua dedicata all'eroe risorgimentale Ciro Menotti, mentre alle spalle si trovano i principali "Giardini pubblici" di Modena, anteriormente detti giardini botanici estensi.

Palazzo Comunale

Non si tratta in realtà di un unico palazzo, ma del risultato della ristrutturazione sei-settecentesca di numerose costruzioni sorte a partire dal 1046, tutte con la medesima funzione di edifici amministrativi e di rappresentanza. L'antica Torre civica (oggi Torre Mozza) crollò nel 1671 in seguito a un terremoto.
Interessante nell'ala nord è la Sala delle Bifore, ambiente in cui è tornata alla luce parte della precedente facciata medievale, arretrata di alcuni metri rispetto alla precedente.

PALAZZO COMUNALE MODENA

Qui si chiude il nostro viaggio!