IL FIUME MARZENEGO

(il flumen Mestre)

Caratteristiche tecniche del percorso: Lunghezza : 62  KM . Difficoltà : facile  . Tempo di percorrenza: 4 ore e mezza.  Stagioni:primavera ed estate.

AVANTI
AVANTI

press to zoom
MARZENEGO
MARZENEGO

press to zoom
IL PICCOLO
IL PICCOLO

press to zoom
AVANTI
AVANTI

press to zoom

Il Marzenego detto anticamente anche Marcenum o Flumen de Mestre , è un fiume di risorgiva di circa 35 chilometri che nasce da una risorgiva situata in località Fratta di Resana. Dopo aver bagnato le località  di Loreggia, Piombino Dese, Trebaseleghe, Massanzago, entra nel territorio veneziano a Noale; si snoda poi per Salzano e Martellago, attraversando dapprima Trivignano, dove vi confluisce il Rio Storto, e Mestre, dove riceve le acque del Rio Cimetto, biforcandosi a circondare la città antica, con due bracci detti ramo Beccherie (o di San Lorenzo) a nord e il ramo Campana (o delle Muneghe), a sud; quest’ultimo oggi è però in gran parte tombinato. Tutti questi “canali” confluiscono poi nel canale artificiale detto Osellino che ne convoglia le acque nella laguna  di Venezia all'altezza di Tessera.

In antico, l'ultimo tratto era noto anche come flumen de Mestre o semplicemente Mestre  e sfociava tra numerose anse in località Cavergnago (l'attuale Cavernaghi) alcuni chilometri più ad ovest dell'attuale foce. Qui si trovava pure un fiorente porto che garantiva il traffico di merci da e per Venezia.  Nel 1502 la Serenissima, da sempre attenta al governo delle acque confluenti nella laguna, realizzò un canale artificiale (la Fossanuova, oggi detto Osellino) al fine di allontanarne le acque da Venezia, di aumentarne l'irreggimentazione e di migliorare la salubrità della zona.  Si ipotizza che, ancora più anticamente, il Marzenego occupasse il letto dell'attuale canale di Cannaregio sfociando nell'ultimo tratto nel fiume Brenta (corrispondente al Canal Grande). Lungo l’asta del fiume si sono sviluppati nel tempo villaggi paleoveneti, insediamenti romani fino a centri abitati che sono andati via via espandendosi come Noale e Mestre. Per gran parte della sua asta, il fiume si presenta arginato e frammentato da 18 ex mulini, che un tempo venivano utilizzati per la macina dei cereali (nel 1781 Tomaso Scalfurotto ne censì 19, quasi tutti con due ruote).

I MULINI DEL MARZENEGO E LE LORO FUNZIONI

La presenza di mulini sul Marzenego è segnalata dall’XI secolo, ma è certamente anteriore. A metà Cinquecento ne furono censiti diciotto, distribuiti fra Piombino Dese e Mestre. Il loro numero rimase pressoché costante nel tempo: nel 1781 ne furono contati diciannove, diciassette nel 1828 e diciotto ancora un secolo dopo, nel 1920. Aumentò tuttavia la capacità produttiva: nel 1781 tutti gli impianti disponevano di due ruote, mentre nel 1542 su alcuni ne girava una sola.

Tutti i mulini del Marzenego erano adibiti alla macinatura dei cereali. Non mancarono però altri impieghi o specialità: a fine Ottocento nella proprietà Morosini di Piombino una terza ruota serviva probabilmente alla pilatura del riso; contemporaneamente nel mulino Scabello di Trivignano esercitava una segheria; nel 1870, sull’affluente Draganziolo a Noale era attivo un follone per la lavorazione dei panni di lana. I mulini del Marzenego erano tutti a impianto fisso con ruote a pala, che pescavano direttamente nello stretto alveo del fiume, senza ricorrere a diramazioni o afferenti secondari e dunque senza bisogno di complesse e costose arginature (roste).Le ruote erano poste su un lato solo del fiume, anche quando il macchinario era collocato, come nel caso della citata segheria di Trivignano, in un edificio sull’altra sponda – sola eccezione il Dotto di Trabaseleghe, con una ruota su entrambe le rive.  Ai mulini sul Marzenego e sugli altri fiumi Venezia dedicò durante il suo dominio grande attenzione. Alla base di questo interesse non stavano soltanto ragioni di natura fiscale e annonaria. I mulini utilizzavano un bene pubblico, le acque dei fiumi, sulle quali lo Stato si era attribuito per la loro importanza la competenza; modificando strutture alveali e agendo sulle portate, essi intervenivano sul delicato e sempre precario equilibrio idraulico del territorio. A porre termine alla storia dei mulini ad acqua del Marzenego non fu la politica idraulica di un qualche governo ma l’introduzione generalizzata  del motore elettrico.

 

Il punto di partenza del nostro viaggio è posto nei pressi del piazzale del Municipio di Resana ove potremo lasciare l'auto,scaricare la nostra bici e iniziare questa "contorta" pedalata.

MUNICIPIO.PNG

RESANA E LA SUA STORIA

Le origini storiche sono incerte e difficilmente collocabili nel tempo. Il ritrovamento in Resana di reperti archeologici dell'età paleoveneta fa comunque presupporre fin da allora l'esistenza di insediamenti umani. E’ nella frazione di Castelminio, in prossimità delle "motte" (terrapieni di modesta entità, tuttora in parte esistenti) che durante lavori di aratura sono venuti alla luce frammenti di grossi vasi di materiale ceramico, certamente di epoca preromana. Le "motte" furono i luoghi prescelti per l'insediamento di gruppi umani in epoche molto remote. Sono state la vicinanza del vecchio corso del Muson, e le caratteristiche stesse della zona, umida, ricca di risorgive e di luoghi boschivi (ne sono la riprova alcuni toponimi tuttora esistenti: via Boscalto, via Boschi, loc. Prai, Via Palù, via Bassa) ad offrire le condizioni ambientali scelte da popolazioni dell'epoca preromana dedite alla vita campestre. Di epoca sicuramente romana sono reperti archeologici (idrie ed anfore, generalmente adibite al trasporto di olio, vino e frumento) rinvenute lungo alcuni viottoli di campagna, sempre a Castelminio.

L'arrivo in queste terre dei romani, che portarono con sé abitudini e necessità diverse, cambiò radicalmente la struttura del territorio.

E’ di epoca romana l'importante asse viario costituito dalla strada consolare Aurelia (da C.Aurelio Cotta, 75 a.C.) che collegava l'antica Patavium (Padova) con Acelum (Asolo). Della strada antica persistono ancora in Resana brevi tratti di ciottolato (come in via Antica Loreggia).  A seguito della centuriazione operata dai Romani si fece più consistente l'insediamento umano, con interventi di disboscamento e bonifica che modificarono radicalmente, il territorio. In Resana, all'altezza dell'attuale località "al Gallo”, la Via Aurelia proveniente dall'attuale Asolo, mutava leggermente direzione, piegando verso Ovest per raggiungere Padova; e gli studiosi affermano che proprio in questa zona vennero a insediarsi i primi gruppi organizzati di abitanti. Anche se non sussistono resti di alcun genere, vari documenti storici parlano di un castello (e chiesa) di Resana (località Castelier, ora Castellari) e del castello di "Brusaporco” (da cui l’attuale denominazione di Castelminio). Successivamente alla caduta dell'impero romano, le sorti di Resana si uniscono a quelle della Castellana. La zona è interessata dalla calata di popolazioni nord-orientali straniere ("barbari"). Più certe sono le notizie storiche su Resana a partire dall' XI° secolo, in buona parte presenti in documenti dell'archivio della Curia Vescovile. Le "ville" (termine con cui si indicavano i paesi di allora) di Resana e Brusaporco sono più volte citate in documenti vescovili. Interessante è un elemento contenuto nella bolla papale del 1152, dalla quale emerge che il Vescovo di Treviso possedeva il "Castrum de Resana, cum villa et foresto, et omnibus pertinentiis suis" (il Castello, il villaggio e tutte le adiacenze). Castello che costituiva la dimora estiva del Vescovo. Fatto importante questo, e unico in tutta la marca trevigiana, che conferiva grande importanza ai possedimenti in Resana per l'interesse economico che ne derivava. La caduta del Comune di Treviso e l'avvento della signoria Veneta (1339) non portò immediati cambiamenti in Resana. Nelle epoche seguenti (napoleonica, austriaca, Regno d'Italia) si confermò per Resana la peculiarità di paese a vocazione agricola. Diventò Comune, appartenente al mandamento di Castelfranco, con decreto napoleonico del 1807; raggiunse l'assetto attuale, comprendendo le frazioni di Castelminio e di S.Marco, solo però con il Regno d'Italia nel 1866. Verso i primi anni del 1900 due sono i fenomeni meritevoli di essere citati: l'inizio di una forte emigrazione (soprattutto verso l'Argentina, il Brasile, l'Australia) e l'istituzione di due associazioni locali, nate dalla riconosciuta necessità di aggregazione sociale: la "Società di Mutuo Soccorso" tra contadini e operai (1904) e successivamente l' “Unione Professionale Resanese del Sindacato Veneto Lavoratori della Terra” (1912).  Nel novembre 1908 venne inoltre inaugurata la linea ferroviaria Venezia-Bassano, con stazione anche a Resana, iniziativa favorita dal nobile Ernesto di Broglio, allora ministro del Regno, assieme al Wollemborg. Alla fine del primo conflitto mondiale il paese si trovò ulteriormente indebolito nelle sue risorse; ai giovani non restava che l'amara scelta dell'emigrazione. Fu ancora l'America Latina a far da richiamo ma anche Francia, Belgio e, per occupazioni stagionali nell'agricoltura, le più vicine Lombardia e Piemonte costituirono paesi di emigrazione per i Resanesi. Un ulteriore periodo di forte emigrazione si ebbe soprattutto nel decennio 1950 - 1960, in cui si registrò una consistente diminuzione del numero di abitanti. Australia, Canada, Argentina Francia, Svizzera e Belgio furono i paesi di destinazione. Ma si può dire che non esista paese al mondo che non abbia ospitato Resanesi alla ricerca di riscatto. E’ solo dopo il 1960 (conseguentemente ad alcune situazioni di crisi che colpirono la grande industria manifatturiera del centro castellano) che Resana vide aprirsi le prospettive per un proprio sviluppo artigianale e industriale.

Una curiosità: da un punto di vista statistico Resana risulta essere uno dei comuni della Provincia di Treviso in cui è più elevato il rapporto tra abitanti ed imprese: una attività produttiva ogni 12 abitanti! ( notizie tratte dal sito del comune di Resana)

Contiunuiamo ora il nostro viaggio. Lasciamo alle spalle il palazzo municipale e giriamo a sinistra e procediamo in direzione sud per altri 0,4 km. Sulla nostra sinistra ecco la parrocchiale di Resana. Giriamo ora a sinistra e procediamo per circa 1 km sino al bivio: teniamo la sinistra, facciamo il sottopasso e proseguiamo per circa 700 metri e quindi a sinistra in via Muson. Procediamo in direzione sud est tra le curve di questa via per circa 1,6 km; facciamo un nuovo sottopasso e ci portiamo in via Caravaggio ove procederemo per circa 900 metri.

BOLIMBAGHI

Siamo nei pressi di un'area artigianale. Noi teniamo ora la sinistra e poi una inversione a "u" e quindi andiamo a sinistra in via Bassa. Ci stiamo addentrando nel territorio di Piombino Dese, cominciando il nostro percorso padovano del Marzenego. Qualche metro più avanti teniamo la destra per scendere a sud.  Sulla nostra sinistra un capitello votivo dedicato a Sant'Antonio. 

SANT'ANTONIO

Facciamo questa via per circa 800 metri. Su un ponte il nostro primo vero incontro con il fiume.

PRIMO INCONTRO

Superiamo il ponte e poco più avanti teniamo la destra per via Prai. Un bel invaso d'acqua ci aspetta poco oltre sulla nostra sinistra: noi procediamo per altri 1,6 km e poi andiamo a destra in via Adige. Fatti altri 800 metri transiteremo sullo scolo Bibba. Superiamolo e raggiungiamo dopo altri 600 metri un nuovo ponte sul fiume Marzenego

VIA ADIGE

Entriamo ora in via Boscalto girando a sinistra e scendendo quindi a sud per circa 1 km. Ora giriamo a sinistra in via Pozzetto. Attraversiamo nuovamente il fiume e dopo 300 metri circa giriamo a destra sulla provinciale. Circa 500 metri dopo giriamo a sinistra in via Ronchi di destra. Fatti circa 450 metri recuperiamo nuovamente il fiume. In realtà qui i ponti sono due! Il primo sul Marzenego ed il secondo sullo scolo Bibba che poco più a sud finisce la sua corsa sul Marzenego. Ecco il primo mulino! Quello di Piombino Dese.

MULINO DI PIOMBINO

Procediamo ancora per circa 200 metri. Quindi giriamo a destra. Superiamo il passaggio sulla Treviso-Ostiglia e andiamo avanti per altri 1,5 km sino a girare a destra in via Molino. Fatti altri 350 metri saremo ad un nuovo ponte sul fiume. Ed eccoci ad un nuovo Mulino!

MULINO RONCHI

Poco oltre il mulino giriamo a destra  per via Stradona  per circa 350 metri e usciamo a sinistra in direzione nord su via Fermi per circa 500 metri. Torniamo dunque in via Ronchi. Lì a destra per altri 750 metri e quindi andiamo a destra su via Isonzo. Scendiamo quindi per circa 1,1  km e quindi giriamo a sinistra in via Tagliamento per circa 200 metri. Ora a destra in via Ronchi per circa 300 metri e poi a destra per 1,3 km. Giunti sulla provinciale noi teniamo la destra: ecco poco più avanti sulla nostra destra il Mulino Bonotto.

MULINO BONOTTO

Si tratta di un complesso molitorio attivo sin dal 1500 e che ha chiuso la sua attività negli anni 70.

Ritornati sulla provinciale andiamo ora a sinistra per scendere su via Ponte dell'Oro. Pedaliamo per 800 metri e quindi andiamo a sinistra. Circa 800 metri eccoci di nuovo ad un ponte sul fiume.

NUOVO PONTE

Andiamo avanti per 200 metri e quindi a destra in via San Dono per circa 700 metri. Procediamo ora per 1,4 km e quindi andiamo a sinistra sulla principale. Ecco sulla nostra sinistra il mulino che segna l'ingresso in Noale.

NOALE

Se ora puntiamo dritti ci troveremo dopo circa 700 metri in pieno centro a Noale.

IN GIRO PER NOALE

I molti reperti archeologici testimoniano che la civiltà era presente nel territorio già in epoca preromana e romana. A questi si aggiungono vari toponimi di chiara origine latina e la disposizione di strade e fossati che ricalca la regolarità della centuriazione. Inoltre, esiste una tradizione che afferma che la comunità di Noale fosse stata evangelizzata da San Prosdocimo, primo vescovo di Padova, nel I secolo. Novalis crebbe d'importanza dopo il 1000 quando venne fortificata per divenire un avamposto militare di Treviso, poco lontano dal confine con la rivale Padova ( confine rappresentato dal fiume Musone). Nel XII secolo (1158) il castello divenne residenza dei signori Tempesta che avevano ricevuto la carica di "avogari", cioè difensori e amministratori dei beni temporali dei Vescovi di Treviso. I Tempesta eserciteranno tale ufficio fino alla fine del Trecento quando, dopo l'estinzione del ramo legittimo, subentrarono gli Azzoni. Nel 1339 i Tempesta consegnarono il Castello di Noale alla Serenissima che vi istituì una Capitaneria e, in seguito, una Podesteria. Sotto il governo francese la città divenne comune e, durante il successivo dominio austriaco, capoluogo di distretto. Nel 1853  subì un declassamento amministrativo in quanto città natale del patriota Pier Fortunato Calvi. Nel 1866 entrò con tutto il Veneto nel Regno d'Italia, passando dalla provincia di Padova a quella di Venezia. Il 9 novembre 1999, con decreto del Presidente della Repubblica Ciampi, Noale ha acquisito il Titolo di Città. Il Toponimo. Toponimi simili a Noale sono assai diffusi nel Nordest: derivano tutti da novālis, termine latino che significa "maggese", "campo che si coltiva da poco" (cfr. il friulano novâl "terreno boscoso da poco ridotto in coltura").

TORRE DELLE CAMPANE

Entriamo  a Noale dalla Torre delle Campane.

LA TORRE DELLE CAMPANE

La Torre delle Campane o dei Preti costituiva l'entrata a ponente del borgo. Essa era un tempo alta come la Torre dell'Orologio ed era coperta da un tetto di coppi a quattro spioventi, fino a quando, nel 1876, si decise di sopraelevarla aggiungendovi la cella campanaria, anch'essa adorna di merli ghibellini, portandola così ad un'altezza di 43 metri, e divenendo di conseguenza l'edificio più alto del paese. L'interno della torre viene oggi utilizzato per l'allestimento di varie mostre.

LA CHIESA ARCIPRETALE DEI SANTI FELICE E FORTUNATO

La chiesa arcipretale dei Santi Felice e Fortunato è il principale edificio di culto della parrocchia di Noale. La chiesa è di antica fondazione: secondo la tradizione fu san Prosdocimo, primo vescovo di Padova, a convertire e battezzare i noalesi e a consacrare una piccola cappella dedicandola all'Ascensione del Signore. Dal 1110, quando furono traslate le reliquie da Malamocco a Chioggia, la chiesa è intitolata ai santi martiri vicentini Felice e Fortunato, effigiati nel 1573 da Damiano Mazza, allievo di Tiziano, nella pala dell'altare maggiore. Arcipretale dal 1769, attualmente è sede di un vicariato della diocesi di Treviso. La chiesa fu aggregata da papa Benedetto XIII alla basilica di San Giovanni in Laterano e partecipava alle indulgenze di quest'ultima. La chiesa era in origine una cappella ad unica navata; nel 1444 vennero aggiunte le due navate laterali decorate con affreschi e fregi. Tra il 1500 e il 1513 venne riedificato l'abside con la sacrestia a destra e il campaniletto a vela. Nella seconda metà del XVIII secolo furono alzate le navate, sostituiti i soffitti decorati con affreschi di scuola tiepolesca. Vi sono cinque altari: il maggiore, di notevoli dimensioni, è di Jacopo Sansovino, la cui mensa contiene le reliquie di san Giovanni Crisostomo, santa Giustina e sant'Andrea. La pala raffigura l'Ascensione di Gesù fra i santi martiri Felice e Fortunato è opera di Damiano Mazza del 1573. Sulle pareti del presbiterio sono collocati alcuni dipinti di scuola veneta del XVI-XVII secolo, tra cui l'Assunta e gli apostoli di Alvise Vivarini (1500) e il grande quadro di Vittore Carpaccio raffigurante san Giovanni Battista tra gli apostoli Pietro e Paolo con uno sfondo paesaggistico che rievoca la Noale medioevale. A sinistra dell'altare maggiore si trova quello del SS.mo Sacramento, interessante opera di Jacopo Sansovino, realizzato in Pietra d'Istria: su due nicchie vi sono le statue di san Rocco e san Sebastiano e, al centro di una raffinata prospettiva, un bellissimo tabernacolo d'argento dorato in bassorilievo. La pala dell'altare di destra, detto un tempo dei Battuti, rappresenta invece l'Ascensione di Maria di Palma il Giovane (1610). a metà della lunghezza della chiesa ci sono infine l'altare in marmo della Beata Vergine del Rosario (a sinistra), e quello di san Giovanni Evangelista (a destra). Da notare il fonte battesimale con tempietto ligneo dipinto nel 1593.

Palazzo della Loggia

La prima piccola antica Loggia venne costruita nel 1389 accanto alla Torre dell'Orologio, a ridosso del fiume Marzenego, e al suo interno vi si amministrava la giustizia al tempo del dominio della Serenissima. Attorno al 1525, essendo questa troppo angusta, si decise di costruirne una nuova accanto, terminata nel 1557: comprendeva una loggia composta da tre archi gotici al pian terreno, ed un poggiolo in marmo al piano superiore, sormontato da un'effigie raffigurante il leone di S. Marco; il tetto era infine cinto da una sequenza di merli ghibellini. Nel 1848 venne però deciso di demolirla, e, al suo posto, fu eretta l'attuale Loggia. Essa è un palazzo in tipico stile gotico veneto disposta su tre livelli; questo palazzo è stato sede del municipio di Noale fino alla seconda metà del '900. Al pian terreno si trova inoltre un monumento ai caduti e la tomba di Pietro Fortunato Calvi.

LOGGIA

Rocca dei Tempesta e il Castello

La rocca si presume risalga al XII secolo e fu residenza dei Tempesta, Signori di Noale. Fu utilizzata per scopi militari fino al XV secolo poi divenne sede del Podestà sino al definitivo abbandono del 1763. A partire da quello stesso anno molte parti dell'ormai cadente struttura vennero deliberatamente demolite per ricavarne materiali da costruzione "a beneficio della comunità". Nel 1819 divenne Camposanto fino al 1983 quando costruito il nuovo cimitero cominciarono le riesumazioni conclusesi nel 1996. Ora la Rocca è visitabile in occasione di visite guidate o manifestazioni. Alla Rocca si affianca il Castello, ovvero quell'area ancora cinta dai fossati medievali che con forma di quadrilatero irregolare sorge a cavallo della direttrice Camposampiero-Mestre, racchiudendo il centro storico di Noale. All'interno del perimetro (ma una vera e propria cinta muraria non è mai esistita), si elevano la chiesa arcipretale e antiche abitazioni decorate con affreschi nonché l'ampia piazza Castello, già piazza Calvi. Fanno parte del complesso due grandi porte d'ingresso munite di merlature a coda di rondine, cui si affiancano le torri note come Torre dell'Orologio e Torre delle Campane.

TEMPESTA

Sulla nostra sinistra invece, si intravede un'altro dei nostri Mulini a ridosso del Marzenego.

MULINO NOALE

Torniamo sui nostri passi ora e recuperiamo la strada Noalese. Procediamo ora per circa 500 metri sulla Noalese e poi alla rotonda andiamo a sinistra in via Pacinotti. Andiamo avanti per 800 metri e alla rotonda teniamo la destra. Poco oltre sulla nostra sinistra ecco via Toscanigo. La prendiamo. Procediamo in via Toscanigo per 2,3 km sino ad uscire sulla provinciale via Montegrappa. La attraversiamo e procediamo in via Pacinotti per circa 600  metri. Giriamo ora a sinistra in via Montegrappa. Procediamo per circa 300 metri e quindi andiamo a destra. Siamo ora a Robegano.

ROBEGANO

In epoca romana il territorio che ora fa parte del paese di Robegano era compreso nella centuriazione agraria della città di Altino. Questa centuriazione confinava a nord con quella di Treviso, a ovest con quella di Asolo e a sud con quella di Padova. Nella centuriazione altinate le strade delimitavano dei rettangoli di 1421 x 1065 metri (600 iugeri) orientati a 4° est. Nonostante la cattiva conservazione del graticolato, l'assetto dato al territorio dalla centuriazione è evidente a Robegano, soprattutto in via Della Rimembranza e via Scarlatti, due strade quasi rettilinee che si incrociano ad angolo retto. Nel secolo XI la città di Treviso si sviluppò notevolmente e promosse insediamenti per lo sfruttamento e la difesa del proprio territorio. Uno dei primi centri a tornare popolato fu Noale, nello stesso periodo nacque anche Robegano. Il primo riferimento scritto di Robegano risale però al 1154. All'epoca costituiva un villaggio di una certa importanza, più popoloso e florido anche rispetto a Salzano. Lo sviluppo fu favorito dal passaggio della via Mestrina, che congiungeva Noale a Mestre, e dalla vicinanza al Marzenego. Nel 1163 viene citato un Guarniero da Robegano tra i testimoni di un atto. È certo inoltre che sin dal Duecento esistesse a Robegano una fortificazione eretta dai Tempesta, signori di Noale e poi passata alla famiglia dei Da Robegano, provenienti da Treviso. Nello stesso periodo è documentato l'ospedale di Sant'Elena, che sorgeva lungo la strada per Martellago. Ai confini tra i territori di Padova e Treviso, il territorio di Robegano fu sconvolto da vari eventi bellici, specialmente durante il XIV secolo. Dal 1388 passò definitivamente alla Repubblica di Venezia, venendo assegnata alla podesteria di Noale. Il castello di Robegano ai tempi della conquista veneziana era già in cattivo stato, ma fu demolito definitivamente assieme ad altri castelli vicini, a scopo strategico, dopo la sconfitta di Venezia nella guerra contro la lega di Cambrai. La famiglia dei Da Robegano spostò così la propria residenza nella dimora nobiliare di Treviso.

Circa 250 metri sulla nostra destra ecco il mulino di Robegano.

MULINO D ROBEGANO

Procediamo ora sulla Principale per circa 700 metri e quindi andiamo a destra in via Pacinotti per qualche metro. Scendiamo ora a sud su via Leonardo da Vinci per circa 2,2 km. Usciamo a sinistra in via Roviego, facciamo il sottopasso e procediamo sino a giungere in via Circonvallazione. Alla rotonda saliamo a sinistra Poco oltre sulla nostra destra all'altezza del ponte potremo intravedere il Molino Gnocco di Maerne.

MOLINO GNOCCO DI MAERNE

Ci stiamo addentrando nel centro di Maerne. Giunti alla fine della strada giriamo a destra e poco oltre ancora a destra e scendiamo sino ad una curva ( sulla nostra destra ancora il Mulino Gnocco ). Seguiamo la via sino a giungere in un'area attrezzata a parco davvero carina posta a bordo fiume. Attraversiamo il ponte e poco oltre andiamo a destra su una via appena accennata dal sentiero.

MAERNE

MAERNE

Maerne fu citata per la prima volta in un documento del 1026, in cui sono ricordate alcune donazioni terriere al monastero di Santa Marta di Venezia da parte del doge Pietro Centranico. Nel 1177, invece, viene citato tra i notabili che prestarono giuramento al Vescovo di Treviso, tale Jansegaldino da Maerne. Il centro abitato era dotato anche di opere difensive, come testimoniano alcuni documenti del tempo che dichiarano l'esistenza, nei pressi della chiesa, di un luogo detto appunto "Contrà di Torre". La presenza della chiesa è documentata sin dal 1220. La locale pieve per molti secoli fu soggetta dal punto di vista ecclesiastico a Martellago, la cui chiesa era "matrice" di quella di Maerne, situazione che durò fino al concilio di Trento, cioè fino al XVI secolo. Dal punto di vista politico, Maerne seguì le vicende di Mestre, che dapprima fu soggetta a Treviso e poi, a partire dal XVI secolo, rientrò sotto il dominio della Repubblica Serenissima, situazione che cambiò solo alla fine del XVIII secolo, con l'invasione delle truppe napoleoniche. Nel 1805 Maerne divenne capoluogo del Comune che comprendeva anche Martellago, il che rinfocolò la storica rivalità tra le due località. IL TOPONIMO. Il nome Maerne si fa risalire all'antica radice Mad, indicante luoghi paludosi e acquitrinosi, come dovevano essere quelli in cui sorge Maerne all'epoca del ritiro del mare Adriatico e la formazione della pianura veneta; tale radice si ritrova anche in altri nomi di località della zona, come ad esempio Martellago e Meolo.

MAERNE

Usciamo ora su via Aldo Moro e giriamo a sinistra. Andiamo avanti per 100 metri e quindi  attraversiamo Piazza Ilaria Alpi.

MAERNE

Andiamo  poi a sinistra in via Rialto: avanti per circa 400 metri sino alla provinciale ove giriamo a destra : avanti per circa 2,5 km entrando a Olmo di Martellago.  Giriamo ora  a sinistra in via G.Matteotti. Procediamo per altri 400 metri, superiamo il ponte e ora sulla nostra sinistra ecco il Mulino Scabello.

MULINO SCABELLO

Il mulino Scabello, che aveva una notevole capacità molitoria, era costruito sul letto del fiume e risale forse al 1300-1400. Si ha notizia che appartenesse, nel 1533 a tal Marin Negri ma nel 1600 subì un incendio che lo distrusse. Fu ricostruito nel 1607 e in seguito subì diversi ampliamenti o riconversioni fino alla trasformazione in segheria. Parzialmente crollato fu poi trasformato in abitazione. 

Teniamo ora la destra e pedaliamo per altri 800 metri circa. Siamo a Trivignano e il mulino si chiama Molino Ca' Bianca.

CA BIANCA

IL MULINO CA' BIANCA. Era di proprietà di ordini religiosi fin dall'anno 1085 in cui risulta appartenere al convento delle Benedettine di S. Eufemia. Passa ad altri ordini conventuali fino al 1806, anno in cui va al Demanio per effetto delle leggi napoleoniche. Subì la trasformazione in cartiera per poi essere lasciato in abbandono. Sembrava destinato a uso turistico dopo ristrutturazione ma i lavori non sono mai partiti.

Teniamo ora la destra e andiamo avanti per circa 450 metri sino alla rotonda. Lì giriamo a destra per altri 1,1 km e quindi andiamo a sinistra. Circa 200 metri più a sud ecco il Mulino di Zelarino.

MULINO FABRIS . Situato negli ex-possedimenti dei Conti Foscari è uno dei mulini più longevi, è infatti rimasto aperto fino a pochi anni fa. Questo mulino era l'unico ad avere un marchio per la commercializzazione della propria farina. Al suo interno si possono vedere anche due setacciatori provenienti dal Molino Stucky.

MULINO FABRIS

ZELARINO

Le origini di Zelarino sono assai antiche. Il toponimo Cilarino viene citato per la prima volta in un documento del 1006 e poi ancora nel XII sec. Secondo Carlo Pezzagna, parroco del paese nell'Ottocento, il toponimo deriverebbe dalla parola rin, variante di rio, cioè "corso d'acqua", corrotto poi in dal rin quindi "località vicino al fiume" (forse il Marzenego); o, ancora, dal germanico zeld o zohl cioè legno, quindi riferibile ad un antico bosco. Secondo l'Olivieri deriva da cella termine indicante un'unità territoriale o una cappella o un deposito. Nel 1331 Giovanni di Lussemburgo re di Boemia, figlio di Enrico VII di Lussemburgo, investì Nicolò Foscari "conte di Zelarino". Il suo feudo si estendeva su 400 campi della località oggi denominata, appunto, Contea e il titolo si conservò sino al Settecento. In passato, il suo territorio fu suddiviso nei colmelli di Zelarino, Zelo, Selvanese e la Gatta. Durante il periodo veneziano Zelarino diventa un ambito luogo di villeggiatura per i patrizi (testimonianza di ciò sono le numerose ville venete). Dopo la caduta della Serenissima, con le occupazioni napoleonica prima e austriaca poi, la località diviene comune autonomo all'interno del distretto di Mestre e tale sarà fino al 1926 anno in cui Zelarino verrà assorbito nel grande comune di Venezia voluto da Mussolini (G.U. n. 183 del 09/08/1926, R.D. 15.07.1926 nº 1317). Contemporaneamente, anche la parrocchia di San Vigilio passa dalla Diocesi di Treviso al Patriarcato di Venezia. All'ultimo sindaco, Ottaviano Ried, nel 1975 è stata intitolata una via.

Torniamo sui nostri passi per altri 200 metri e torniamo sulla principale. Pedaliamo per altri 300 metri e scendiamo a destra in via Ettore Tito. Passiamo nuovamente sul fiume e dopo 400 metri svoltiamo a sinistra in via Selvanese. Andiamo avanti così per circa 700 metri. Andiamo ora in direzione nord seguendo via Visinoni per circa 600 e quindi a destra per altri 900 metri sino alla rotonda: lì andiamo a destra e scendiamo per circa 200 metri. Eccoci al Mulino Ronchin.

MULINO RONCHIN

Torniamo sui nostri passi e sulla principale giriamo a destra. Procediamo sulla Castellana per 2,1 km. Scendiamo quindi a destra in via Circonvallazione Est per circa 400 metri. Sulla nostra destra il parco di Villa Querini.

Villa Querini è un palazzo storico di Mestre, frazione del comune di Venezia. Antica villa veneta per la villeggiatura in campagna, si trova oggi in una zona completamente urbanizzata, all'incrocio tra via Verdi e via Circonvallazione. La gran parte degli studiosi la ritiene settecentesca, sebbene Luigi Brunello la dati con precisione al 1696. Secondo Francesco Scipione Fapanni, fu realizzata da Giorgio Querini del ramo "Stampalia" e alla sua famiglia rimase ininterrottamente sino al 1869, quando si estinse con la morte del noto Giovanni Querini Stampalia. Attualmente il complesso è proprietà della città di Venezia: gli interni sono occupati da uffici comunali, mentre il parco è divenuto un giardino pubblico.

Usciamo dal parco ed entriamo a sinistra  in Riviera XX Settembre sino a raggiungere Piazza Ferretto sulla sinistra e poco più avanti Piazza Barche.

PIAZZA BARCHE INGRESSO

Procediamo a nord attraversando la piazza sino a giungere in via Fapanni e quindi a destra. Poco oltre sulla nostra destra ecco il punto di confluenza del Ramo Campana con il ramo delle Beccherie.

RAMI DI MESTRE

Teniamo ora la sinistra ed entriamo a destra in Riviera Marco Polo: qui il Marzenego assume la denominazione di Osellino Foce 1. Seguiamo il corso del fiume. Attraversiamo via Vespucci e corriamo sulla sinistra del Canale su un tratto che assomiglia ad un sentiero di montagna.

MESTRE

Superando dapprima un ponte sulla nostra destra entriamo quindi nel Parco dell'Osellino. Finito il parco giriamo a sinistra in via Pertini. Poco oltre a destra in via Flaminia. Giù per circa 200 metri e quindi a destra sulla statale. Poco più avanti e poco prima dell'ingresso al  PARCO DI SAN GIULIANO, prendiamo la stradina sulla nostra sinistra. Cominciamo a pedalare poco dopo lungo il canale Osellino per 4,5 km. Siamo giunti alla foce ove il nostro viaggio si conclude.

ALLA FINE