IL DESE A PEDALI

Caratteristiche tecniche del percorso      Lunghezza : 70,65 km   Tempo di percorrenza: 7 ore

CAPITELLO DI VIA TARU' A TRIVIGNANO
CAPITELLO DI VIA TARU' A TRIVIGNANO

press to zoom
AI MARGINI DEL MOLINO MARCELLO
AI MARGINI DEL MOLINO MARCELLO

press to zoom
DSCN3875
DSCN3875

press to zoom
CAPITELLO DI VIA TARU' A TRIVIGNANO
CAPITELLO DI VIA TARU' A TRIVIGNANO

press to zoom

“Il Dese (in dialetto veneto /'deze/) è un fiume di risorgiva del Veneto . Nasce tra Resana e Castelfranco Veneto e attraversa le province di Treviso, Padova e Venezia…” Il Dese nasce  più precisamente da risorgive in località Brentanella, appena più a nord di Resana e non lontano dalle sorgenti di Sile, Marzenego, Draganziolo e Zero. Raggiunge subito una ragguardevole portata grazie alla confluenza dei vari canali di bonifica (in particolare Musoncello e Musonello) derivati dal cosiddetto nodo idraulico di Castelfranco Veneto, a sua volta alimentato dal torrente Musone. Per questo motivo, il fiume risulta arginato sin quasi dalle sorgenti. Presenta acque lente e torbide che attraversano, nell'ordine, i comuni di Resana, Piombino Dese, Trebaseleghe, Scorzè, Martellago, Venezia e Mogliano Veneto.  Rientrato nuovamente in comune di Venezia, dopo la confluenza dello Zero si diparte una sua diramazione, il canale di Santa Maria, che lo mette in comunicazione con il canale Siloncello e quindi con il Silone. Sfocia poco più avanti nella Laguna Veneta, presso la palude di Cona.  L'importanza di questo corso d'acqua è testimoniata dai numerosissimi mulini che sono stati costruiti sin dal medioevo ed in particolare dopo la metà del Cinquecento sulle sue sponde. Attualmente ne restano ancora undici:

  • Mulino Zanini, località Zanganili di Piombino Dese

  • Mulino Gumirato, località Silvelle di Trebaseleghe

  • Mulino Zanini detto "Vecchio", località Sant'Ambrogio di Trebaseleghe

  • Mulino Todori, Scorzè

  • Mulino Pamio ora Michieletto, Scorzè

  • Mulino Bonotto, Scorzè

  • Mulino Pavanetto ora Cosma, località Cappella di Scorzè

  • Mulino Vidali detto "sopra Dese", Martellago

  • Mulino "delle Bambane" o "Orso Bianco", Martellago

  • Mulino Cagnin, località Tarù di Venezia

  • Mulino Marcello, località Tarù di Venezia

  • Mulino "Turbine", località Marignana di Mogliano Veneto

È un diploma di Ottone I del 972 a menzionare per la prima volta il fiume, riportandolo come Diso. L'ipotesi etimologica più probabile fa derivare il toponimo dall'antico nome tedesco Teuzo . Gli storici più antichi, identificano il Dese con l'Eridesium in cui, secondo il mito greco, sarebbe precipitato Fetonte

 

 

 

 

 

( il corso del fiume Dese )

IL DESE, L’ERIDESIUM E FETONTE

Fetonte è una figura della mitologia greca. Secondo la maggior parte degli autori egli era figlio di Apollo, dio del Sole, e della ninfa Climene. Secondo il mito, Fetonte, per far vedere ad Epafo che Apollo era veramente suo padre, lo pregò di lasciargli guidare il carro del Sole; ma, a causa della sua inesperienza, ne perse il controllo, i cavalli imbizzarrirono e corsero all'impazzata per la volta celeste: prima salirono troppo in alto, bruciando un tratto del cielo che divenne la Via Lattea, quindi scesero troppo vicino alla terra, devastando la Libia che divenne un deserto. Gli abitanti della terra chiesero aiuto a Zeus che intervenne per salvare la terra e, adirato, scagliò un fulmine contro Fetonte, che cadde alle foci del fiume Eridano, forse nell'odierna Crespino o nelle terre di Alfonsine e per qualcuno ancora l’odierno fiume Dese. Le sue sorelle, le Eliadi, spaventate, piansero abbondanti lacrime con viso afflitto e vennero trasformate dagli dei in pioppi biancheggianti. Le loro lacrime divennero ambra. 

E allora, con un po’ meno bramosia del povero Fetonte, partiamo! Il punto di partenza di questo viaggio è posto nel parcheggio antistante la chiesa Parrocchiale di Resana.

RESANA E LA SUA STORIA

Le origini storiche sono incerte e difficilmente collocabili nel tempo. Il ritrovamento in Resana di reperti archeologici dell'età paleoveneta fa comunque presupporre fin da allora l'esistenza di insediamenti umani. E’ nella frazione di Castelminio, in prossimità delle "motte" (terrapieni di modesta entità, tuttora in parte esistenti) che durante lavori di aratura sono venuti alla luce frammenti di grossi vasi di materiale ceramico, certamente di epoca preromana. Le "motte" furono i luoghi prescelti per l'insediamento di gruppi umani in epoche molto remote. Sono state la vicinanza del vecchio corso del Muson, e le caratteristiche stesse della zona, umida, ricca di risorgive e di luoghi boschivi (ne sono la riprova alcuni toponimi tuttora esistenti: via Boscalto, via Boschi, loc. Prai, Via Palù, via Bassa) ad offrire le condizioni ambientali scelte da popolazioni dell'epoca preromana dedite alla vita campestre. Di epoca sicuramente romana sono reperti archeologici (idrie ed anfore, generalmente adibite al trasporto di olio, vino e frumento) rinvenute lungo alcuni viottoli di campagna, sempre a Castelminio.  L'arrivo in queste terre dei romani, che portarono con sé abitudini e necessità diverse, cambiò radicalmente la struttura del territorio. E’ di epoca romana l'importante asse viario costituito dalla strada consolare Aurelia (75 a.C.) che collegava l'antica Patavium (Padova) con Acelum (Asolo). Della strada antica persistono ancora in Resana brevi tratti di ciottolato (come in via Antica Loreggia).  A seguito della centuriazione operata dai Romani si fece più consistente l'insediamento umano, con interventi di disboscamento e bonifica che modificarono radicalmente, il territorio. In Resana, all'altezza dell'attuale località "al Gallo”, la Via Aurelia proveniente dall'attuale Asolo, mutava leggermente direzione, piegando verso Ovest per raggiungere Padova; e gli studiosi affermano che proprio in questa zona vennero a insediarsi i primi gruppi organizzati di abitanti. Anche se non sussistono resti di alcun genere, vari documenti storici parlano di un castello (e chiesa) di Resana (località Castelier, ora Castellari) e del castello di "Brusaporco” (da cui l’attuale denominazione di Castelminio).

Successivamente alla caduta dell'impero romano, le sorti di Resana si uniscono a quelle della Castellana. La zona è interessata dalla calata di popolazioni nord-orientali straniere ("barbari"). Più certe sono le notizie storiche su Resana a partire dall' XI° secolo, in buona parte presenti in documenti dell'archivio della Curia Vescovile. Le "ville" (termine con cui si indicavano i paesi di allora) di Resana e Brusaporco sono più volte citate in documenti vescovili. Interessante è un elemento contenuto nella bolla papale del 1152, dalla quale emerge che il Vescovo di Treviso possedeva il "Castrum de Resana, cum villa et foresto, et omnibus pertinentiis suis" (il Castello, il villaggio e tutte le adiacenze). Castello che costituiva la dimora estiva del Vescovo. Fatto importante questo, e unico in tutta la marca trevigiana, che conferiva grande importanza ai possedimenti in Resana per l'interesse economico che ne derivava. La caduta del Comune di Treviso e l'avvento della signoria Veneta (1339) non portò immediati cambiamenti in Resana. Nelle epoche seguenti (napoleonica, austriaca, Regno d'Italia) si confermò per Resana la peculiarità di paese a vocazione agricola. Diventò Comune, appartenente al mandamento di Castelfranco, con decreto napoleonico del 1807; raggiunse l'assetto attuale, comprendendo le frazioni di Castelminio e di S.Marco, solo però con il Regno d'Italia nel 1866. Verso i primi anni del 1900 due sono i fenomeni meritevoli di essere citati: l'inizio di una forte emigrazione (soprattutto verso l'Argentina, il Brasile, l'Australia) e l'istituzione di due associazioni locali, nate dalla riconosciuta necessità di aggregazione sociale: la "Società di Mutuo Soccorso" tra contadini e operai (1904) e successivamente l' “Unione Professionale Resanese del Sindacato Veneto Lavoratori della Terra” (1912).  Nel novembre 1908 venne inoltre inaugurata la linea ferroviaria Venezia-Bassano, con stazione anche a Resana, iniziativa favorita dal nobile Ernesto di Broglio, allora ministro del Regno, assieme al Wollemborg.  Alla fine del primo conflitto mondiale il paese si trovò ulteriormente indebolito nelle sue risorse; ai giovani non restava che l'amara scelta dell'emigrazione. Fu ancora l'America Latina a far da richiamo ma anche Francia, Belgio e, per occupazioni stagionali nell'agricoltura, le più vicine Lombardia e Piemonte costituirono paesi di emigrazione per i Resanesi. Un ulteriore periodo di forte emigrazione si ebbe soprattutto nel decennio 1950 - 1960, in cui si registrò una consistente diminuzione del numero di abitanti. Australia, Canada, Argentina Francia, Svizzera e Belgio furono i paesi di destinazione. Ma si può dire che non esista paese al mondo che non abbia ospitato Resanesi alla ricerca di riscatto. E’ solo dopo il 1960 (conseguentemente ad alcune situazioni di crisi che colpirono la grande industria manifatturiera del centro castellano) che Resana vide aprirsi le prospettive per un proprio sviluppo artigianale e industriale.

Una curiosità: da un punto di vista statistico Resana risulta essere uno dei comuni della Provincia di Treviso in cui è più elevato il rapporto tra abitanti ed imprese: una attività produttiva ogni 12 abitanti! ( notizie tratte dal sito del comune di Resana)

 

LA CHIESA PARROCCHIALE  DI RESANA

La chiesa fu edificata sul finire del XVIII sec. su disegno di Giorgio Massari ( quello della villa Lattes ad Istrana per capirci). Al suo interno notevoli dipinti del Damini, del Rigoni e del Novelli. La chiesa come la vediamo oggi non è quella originaria in quanto nel 1950 è stata ampliata con l’aggiunta di un transetto e con lo spostamene del presbiterio. Ecco perché ora, diversamente dal passato la sua pianta è a croce latina.  E’ dedicata a San Bartolomeo che è anche il Santo Patrono di Resana.

E allora partiamo!

Proprio davanti alla chiesa parrocchiale prendiamo via Bolimbaghi che percorreremo per circa 1 km: andiamo quindi a destra e procediamo in direzione nord per circa 900 metri sino ad entrare in via Brentanella. E’ proprio qui, a Brentanella che un tempo si potevano vedere le polle di risorgiva da cui sgorgava l’acqua del Dese. Ora non si vede più nulla, ma idealmente siamo sopra le terre da cui sgorga il Dese. Le polle risorgive e le acque del Dese sono alimentate a nord dal Canale Musoncello che provvede subito a fornire al fiume Dese un’importante dose d’acqua.

PRIME ACQUE

 ( IL CANALE MUSONELLO A RESANA )

Giriamo ora a destra e percorriamo la via per circa 500 metri sino ad uscire a sinistra sulla regionale. Percorriamo la strada per circa 100 metri e poi andiamo a sinistra in via Massari che percorreremo per circa 1,2 km sino ad uscire a sinistra in via Vittorio Veneto. Procediamo per circa 400 metri, superiamo il passaggio a livello e andiamo a destra in via Dese. Questa via seguirà per lunghi tratti la linea ferroviaria. Per un tratto assumerà il nome di Via Valsugana e fatti circa 4 km in direzione prima sud est e poi nord ci ritroveremo nei pressi di alcune case: è giunto il tempo di andare a riprenderci qualche scorcio di Dese ancora molto selvaggio. Noi giriamo a destra ed entriamo nello sterrato tra le siepi, addentrandoci quindi decisamente nella campagna. Proseguiamo di qui con il Dese ad accompagnare sulla nostra destra il nostro viaggio.

INIZI

Fatti circa 300 metri, ad una biforcazione, teniamo la destra. Procediamo quindi per circa un chilometro addentrandoci nella vegetazione sempre più fitta. Il Dese scorre alla nostra destra, placido e tranquillo, nascosto tra i rovi al limitare dei campi coltivati. La strada, poco segnata ed evidente solo in stagioni dove lo sfalcio dell’erba è deciso, ci conduce fino ad una vecchia casa diroccata. Siamo arrivati ! Non siamo esattamente nel “ fontanasso”, ma nell’area vasta ove questo fiume di risorgiva trova i suoi sbocchi, guidati da una rete di canali che ne raccolgono le acque.

 

Ritorniamo ora sui nostri passi e riprendiamo le case da cui siamo entrati e girando a sinistra ora verso via Dese. Poco oltre giriamo a sinistra in via dei Busi. Altri 500 metri e siamo in via Morganella ove gireremo a sinistra in direzione nord per circa 150 metri e ancora a destra in via Molinella. Tra curve e cambi di direzione in mezzo a piccoli gruppi di case e buone siepi giungiamo dopo circa 1,2 km in corso Giovanni Stevanato. Lì giriamo a sinistra. Circa 300 metri dopo giungiamo ad una rotonda e qui prendiamo la sinistra in direzione nord. Fatti altri 700 metri ci ritroviamo ad un ponte in località Zanganili ove riabbracceremo il Dese. E’ qui che sulla sinistra potremo entrare e andare a vedere il primo Mulino sul Dese del nostro viaggio. Entriamo! Ecco il Mulino Zanini.

Andiamo a nord per altri 600 metri e quindi andiamo a destra in via Rio Bianco. Altri 500 metri e ci troviamo sopra il corso del Rio Bianco, uno degli affluenti del Dese.

Altri 200 metri e quindi giriamo a destra in via Dotti. A sud ora per circa un chilometro (dopo essere transitati dal secondo Mulino del Dese, il Mulino Gumirato e quindi a sinistra ancora a sud per altri 600 metri. 

MULINO ZANINI - PIOMBINO DESE

IL MULINO GUMIRATO

Il vecchio edificio sorge in un punto strategico, presso la confluenza del rio Bianco nel Dese

MULINO GUMIRATO SILVELLE

E’ qui che saliamo a sinistra percorrendo un tratto della Treviso-Ostiglia. Dopo circa 1,1 km giriamo a destra sulla principale: stiamo per raggiungere l’abitato di Silvelle. Raggiungeremo il centro di Silvelle dopo circa 250 metri. 

VECCHIA STAZIONE DI SILVELLE

( LA VECCHIA STAZIONE DI TREBASELEGHE SILVELLE SULLA TREVISO OSTIGLIA )

SILVELLE E LA SUA CHIESA

Il paese si trova a nord del capoluogo comunale, presso il confine con Torreselle e Levada, frazioni di Piombino Dese. Si estende sulle due rive del fiume Dese che, poco più a ovest, riceve le acque del rio Bianco. Sotto la Serenissima Silvelle era nota per la sua attività molitoria, con quattro mulini localizzati lungo il Dese. Sotto il dominio napoleonico costituì un comune autonomo avendo come frazioni Torreselle e Levada. La chiesa è un edificio romanico risalente al Duecento, con ampliamenti più tardi in stile neoclassico. All'interno, si trovano una pala del XVI secolo di Paolo Piazza, più noto come Cosimo da Castelfranco. Le si aggiungono la pala della Madonna del Rosario, di ignoto, il fonte battesimale marmoreo, sempre cinquecentesco, e l'interessante organo meccanico Gerhard Hradetzky del 1991.

Andiamo ora in direzione sud per circa 500 metri e all’incrocio giriamo a sinistra in via II tronco. Avanti ancora per circa 450 metri e poi a sinistra in via Ramo Silvelle. Procediamo su questa via per circa 800 metri e quindi andiamo a sinistra per vedere il primo dei Mulini di Sant’Ambrogio: si tratta del Mulino Zanini detto Vecchio.

IL MULINO ZANINI DETTO VECCHIO

L'antico manufatto si trova nel bel mezzo di un'autentica oasi agro-naturale di particolare bellezza. Nelle mappe del Catasto Austriaco del 1845 l'opificio è denominato "Molino Benaja" questo a conferma che nelle varie epoche i Mulini (molini in veneto) prendevano nome dal cognome del loro proprietario. Quest'usanza si è protratta fino alla dismissione e cessazione dell'attività molitoria (dagli anni sessanta del diciannovesimo secolo), da lì in avanti, soprattutto in ambito consortile (Consorzio di Bonifica Acque Risorgive) i mulini hanno mantenuto il nome dell'ultimo proprietario mugnaio anche dopo la cessione ad altri.

MULINO ZANINI DETTO VECCHIO

Torniamo sui nostri passi e  rientrati in via Ramo Sant'Ambrogio, giriamo a sinistra e procediamo  ora per altri 800 metri circa, sino a vedere nuovamente il Dese da un ponte. Procediamo ancora! Facciamo altri 800 metri ( ora la via si chiama RAMO sant’Ambrogio ) e usciamo sulla principale girando a sinistra  in direzione nord. Poco oltre sulla nostra destra ecco la parrocchiale di Sant’Ambrogio.

SANT’AMBROGIO

L'area dove si trova Sant'Ambrogio ha avuto da millenni vocazione agricola, distante da venti a più di trenta chilometri dai più vicini Municipia quali Altinum, Tarvisium e Patavium, molto più lontano era poi Acelum (Asolo) . Le tracce e i resti di epoca classica sono emersi sporadicamente e in quantità modesta soprattutto nei dintorni; ma il più grandioso e duraturo monumento romano presente da duemila anni nel territorio è senza dubbio la centuriazione, la divisione della terra in rettangoli per l'assegnazione dei poderi ai veterani delle legioni imperiali. Le tracce della centuriazione a Sant'Ambrogio sono tutt'oggi ancora visibili, facilmente rilevabili osservando una corografia con la disposizione dei campi coltivati che ancora ricalca quella di oltre duemila anni fa. Alcuni tratti di strade comunali, inoltre, corrispondono fedelmente al tracciato della centuriazione. 

Il Castrum a Sant'Ambrogio di Grion. Nell'Ager Altinate Ovest oltre a quelli ancora visibili che hanno mantenuto e adeguato alle esigenze belliche delle varie epoche le proprie strutture, vi sono tracce di antichi castelli tutt'oggi rilevabili in toponimi come "fratta" dal greco medievale Phràktes, "motta"" indicante un'altura, "castellaro" che indica un castello in rovina oppure osservando in una mappa catastale la forma tondeggiante di alcuni mappali che li individuano che segna discontinuità con la regolarità pressoché ortogonale delle altre particelle. Molti castelli furono edificati con la funzione di difesa dei coloni e delle terre coltivate dal pericolo delle invasioni barbariche, molti di essi di epoca romana, gotica e bizantina continuarono ad essere utilizzati in epoca medioevale.  Non è quindi per caso che il Castello di Sant'Ambrogio di Grion, venga situato esattamente all'incrocio di due "limites" , il Decumano IV Nord e il Cardine II Sinistra dell'Agro Altinate Ovest . La presenza di un castello a Sant'Ambrogio di Grion quasi certamente fin dall'epoca romana testimonia l'importanza del sito prima economica per la produzione cerealicola, successivamente in epoca medievale strategica in possesso del Vescovo-Conte di Treviso al confine con i territori dei Carraresi di Padova e la Serenissima Repubblica di Venezia futura "dominante" del Veneto. Le vicende della località dal basso impero all'alto medioevo sono comuni a quelle dell'ex X Regio - Venetia et Histria, con continue incursioni di popolazioni barbariche ultima quella degli Ungari. Dapprima governate dai vassalli dell'imperatore del Sacro Romano Impero Germanico, le città venete si organizzarono in liberi Comuni che sovente si coalizzavano in guerra contro l'Impero per staccarsi dalla sua autorità. Spesso erano le une contro le altre in armi, ed è in questo scenario che Sant'Ambrogio di Grion si trova conteso tra le signorie di Padova, Treviso e il dogado di Venezia, per non dire degli sconfinamenti degli Scaligeri di Verona o le mire espansionistiche di Ezzelino da Romano. Tutto questo si traduceva per la popolazione in saccheggi e distruzioni nonché soprusi ed eccidi con conseguenti carestie. 

 

Origine del toponimo "Grion"

La località ebbe una certa importanza nel medioevo come zona strategica al confine con Padova e per questo fu sede di un fortilizio alle dirette dipendenze del vescovo di Treviso. Secondo Carlo Agnoletti, lo stesso toponimo Grion deriverebbe dal nome di monsignor Gregorio Giustiniani, che resse la diocesi nel XII secolo; un'altra ipotesi la mette in relazione con la famiglia veneziana dei Grioni. Allora il territorio era diviso in due regole, Grion e Sant'Ambrogio appunto: la prima ospitava il castello e le milizie, la seconda la chiesa e la popolazione civile. Dante Olivieri nel più importante repertorio di toponomastica veneta del 1919 fa derivare Grion da nome di persona Graecone(m) (da "greco"). 

LA CHIESA PARROCCHIALE DI SANT'AMBROGIO

La fondazione e dedica al Santo della chiesa di Sant'Ambrogio di Grion sembra coeva e comunque correlata a quella della chiesa di Sant'Ambrogio di Fiera che viene riportata in un primo documento (un atto di donazione) del 1179 che conosciamo attraverso il canonico Rambaldo degli Azzoni Avogaro, erudito trevigiano del Settecento. Molto probabilmente fu Olderico III, vescovo di Treviso dal 1157 al 1179, a volere l'erezione della chiesa di Fiera, e della stessa epoca quasi certamente è la fondazione della chiesa di Sant'Ambrogio di Grion, magari in sostituzione di una preesistente edicola. L'intitolazione a sant'Ambrogio, patrono di Milano, non sarebbe casuale: Olderico III appoggiò infatti l'adesione di Treviso alla Lega Lombarda contro l'imperatore Federico Barbarossa dopo che questi aveva distrutto Milano nel 1162 per riportarla entro l'autorità imperiale. Dichiarata parrocchiale nel 1792, l'attuale costruzione è però una riedificazione del 1870. 

SANT'AMBROGIO

Torniamo ora sui nostri passi e ritorniamo quindi a sud sempre seguendo via Sant'Ambrogio. Fatti 600 metri giriamo a sinistra in via Rio San Martino. La seguiamo per circa 1 km e poi a sinistra per 100 metri e ancora a destra in direzione sud. Procediamo in via Grion per circa 2 km e in località Michettoni giriamo a destra in via Contea. Facciamo circa 200 metri ed eccoci ad uno dei più bei mulini della zona: il Mulino Todori con la relativa piccola Oasi.

Oasi Todori e il suo Mulino

A partire dal 2006 a Scorzè è stata istituita un'ampia area naturale detta Oasi Todori, che si estende per circa ventimila m², ricca di vegetazione e fauna locale. Si sviluppa attorno all'omonimo mulino ed è caratterizzata dalla presenza delle acque del fiume Dese e dei suoi affluenti. Oltre che area verde a disposizione della cittadinanza a pochi passi dal centro abitato, quindi ideale per attività ricreative di vario genere, essa è anche sede di importanti attività didattiche che vedono impegnate le istituzioni scolastiche locali per sensibilizzare i giovani riguardo alle tematiche ambientali. Il Mulino Todori, ora proprietà privata, si trova in Via Canove. Da  segnalare che l'attività di macina è definitivamente cessata all'inizio degli anni '60.

MULINO TODORI - SCORZE'

E’ da questo punto che finalmente possiamo sfruttare un po’ di percorso lungo gli argini del fiume. A circa 1,2 km dal Mulino Todori ecco allora giunti al Mulino Michieletto.

IL MULINO PAMIO MICHIELETTO

Situato anch'esso lungo il corso del fiume Dese in Via Canove a Scorzé è posto più a sud-est rispetto al Mulino Todori. La struttura è in buono stato di conservazione; l'attività molitoria non viene piú svolta da circa 70 anni.

MULINO PAMIO -MICHIELETTO - SCORZE'.JPG

Circa 900 metri dopo il Mulino Michieletto eccoci giungere alla fine del percorso sull’argine che si ha nei pressi del centro sportivo di Scorzè. Altri 150 metri in direzione nord e poi a sinistra in via Kennedy e quindi ancora a sinistra sulla principale. Andando in direzione sud per circa 600 metri e all’incrocio successivo tenuta la sinistra, ecco sulla nostra sinistra la parrocchiale di Scorzè.

UN PO DI SCORZE’

Il Toponimo. Il toponimo deriva presumibilmente dall'attività dei conciatori di pelle (in veneto scorzeri, appunto), diffusa nella zona, in particolare lungo il corso del fiume Dese, durante il Medioevo.

Un po’ di storia. In epoca romana, il territorio scorzetano era amministrato dal municipium di Altino ed era intensamente coltivato. Tutt'oggi è possibile notare che la disposizione di alcune vie di comunicazione riflettono la regolarità dell'antica centuriazione tracciata probabilmente nel 49 a.C.. Dopo le invasioni barbariche, con il territorio circostante entrò a far parte del Regno dei Longobardi e in seguito del Sacro Romano Impero. È però nella bolla di papa Eugenio III del 1152 Justis fratrum , scritta per confermare i possedimenti del vescovo di Treviso Bonifacio che viene nominato per la prima volta il castello di Scorzè ed il suo villaggio. La zona era allora formalmente amministrata dalla diocesi trevigiana, ma di fatto era suddivisa in piccoli feudi indipendenti che per tutto il Medioevo si scontrarono in aspre lotte. Il nome della città è legato alla famiglia signorile degli Scorzadis o Scorzedo, vassalli del vescovo di Treviso, che avevano la loro residenza nel castello che sorgeva presso il fiume Dese, a est rispetto al borgo, cioè l'attuale centro abitato dove sorge la chiesa arcipretale. Nel marzo del 1241 Ezzelino III da Romano incendiò e distrusse il castello che ancor oggi, diroccato, è presente nello stemma comunale. Successivamente i potestà di Treviso, Alberico da Romano e Bianquino III da Camino, decisero di far spianare il terrapieno su cui sorgeva il castello, ritenendo conveniente per il Comune di Treviso evitare che potesse essere utilizzato nuovamente da truppe nemiche in caso di nuovi attacchi. Fu allora che centro del paese si spostò definitivamente attorno alla chiesa. Dopo gli Ezzelini, a Scorzè dominarono i Da Camino e gli Scaligeri, fino a quando, il 20 luglio 1329, Cangrande della Scala dona a Guecello Tempesta alcuni territori, tra cui la stessa Scorzè. Nel 1338, seguendo le sorti di Treviso, divenne parte della Repubblica Serenissima, almeno formalmente, poiché in realtà era politicamente assoggettata ai Carraresi, Signori di Padova. In questo periodo vi furono ben tre invasioni degli Ungari, che attraversarono e devastarono il territorio, fino a quando la Repubblica di San Marco non prese a sé definitivamente la zona, nel 1388, grazie alle imprese del condottiero Giacomo I Dal Verme, e non pose Scorzè sotto la Podestaria di Noale. Dopo il periodo napoleonico, che sancì la fine della Repubblica di Venezia, dal 1815 il paese è parte dell'Impero austro-ungarico. Durante la prima guerra mondiale Scorzè non fu coinvolta direttamente nel conflitto, ma ospitò comunque un ospedale militare allestito presso villa Soranzo Conestabile. Il fascismo rappresentò uno degli eventi più duri per il paese che culminò, nel 1945, con la barbara esecuzione di numerosi oppositori. Dopo la fine della guerra, Scorzè attraversò un fiorente periodo economico che la vide accrescersi sotto il punto di vista industriale e demografico.

                                         

Oltrepassato dunque il ponte sul fiume Dese, procediamo ancora a sud per circa 200 metri. Giriamo a sinistra e quindi a destra in via Roma. Circa 250 metri ed ecco sulla nostra sinistra la parrocchiale di Scorzè.

Circa 100 metri dopo la parrocchiale di Scorzè arriviamo al grande incrocio, dove gireremo a sinistra in via Treviso. Andiamo avanti per 450 metri e poi andiamo a destra in via Tito Speri. Procediamo su questa via per circa 800 metri e quindi giriamo a destra in via Guizza Bassa. Altri 900 metri e quindi a destra per altri 600 metri. Sulla provinciale ora giriamo a sinistra in direzione di Cappella di Scorzè. Fatti altri 500 metri giriamo a destra sullo sterrato: è tempo di andare a prendere l’ultimo dei Mulini insistenti sul territorio di Scorzè. Lo raggiungeremo dopo circa 500 metri. Uno scorcio d’acqua e pietra davvero incantevole.

IL MULINO PAVANETTO ORA COSMA

E' il quarto mulino lungo il Dese costruito nel territorio comunale. E' molto antico e probabilmente risale alla seconda metá del '400. Notizie certe lo danno esistente nel 1589. Nel 1937 il mulino fu ceduto dai Pavanetto alla famiglia Granello e da questa nel 1952 alla famiglia Cosma, mugnai di lunga tradizione provenienti da Loreggia. Il mulino ha funzionato ad acqua fino al 1960. Nel 1961 fu azionato ad energia elettrica ed é rimasto in attività fino al 1995.

In stagioni normali, tenendo il lato destro del fiume si potrebbe anche pedalare almeno sino a giungere nei pressi del campo da golf di Martellago. Se il transito non è possibile è invece consigliabile seguire il percorso che segue: lasciamo il mulino alle nostre spalle e pedaliamo tra le siepi per circa 1 km sino a sbucare in via Boschi, la denominazione che assume in questo tratto la regionale Castellana. Questo è un percorso alternativo con l’obiettivo di arrivare a gustarci i mulini di Martellago.

I MULINI DI MARTELLAGO

Si conoscono diverse tipologie di mulini, i più noti sono quelli a vento e ad acqua. Anticamente presso i romani i mulini erano azionati principalmente da animali ma anche da cittadini condannati per reati e soprattutto da schiavi. Nei secoli a venire il mulino sfrutterà la forza motrice dell’acqua e a seconda della natura del corso su cui si trovava, variava anche la sua conformazione. Se il fiume aveva una portata rilevante e costante era possibile collocare i mulini a filo d’acqua.  Il mulino rappresentava  tra l'altro , un punto di incontro dove scambiare opinioni e apprendere aggiornamenti sui prezzi dei cereali e, perché no, realizzare magari anche qualche affare economico. Allo stato attuale non siamo in grado di risalire all’anno di costruzione dei mulini di Martellago anche se apprendiamo che da un estimo del territorio di Mestre di cui Martellago faceva parte, compilato nel 1547, erano già stati edificati a quella data i due mulini sul fiume Dese.

Pedaliamo allora per circa 2 km superando il centro di Martellago e saliamo ora a sinistra in via Ca’ Nove. Ancora avanti per circa 1 km ed ecco a sinistra il piazzale ampio che ci conduce a visitare poco più avanti il mulino Vidali detto sopra Dese.

 

IL MULINO VIDALI DETTO “SOPRA DESE”

In viaggio...

Andiamo avanti  lungo l’argine destro  per circa 1,5 km: eccoci al Mulino delle Bambane od Orso Bianco

IL MULINO DELLE BAMBANE o ORSO BIANCO

IL MULINO CAGNIN

Procediamo ancora sull’argine del fiume per altri 400 metri sino a uscire sulla strada. Siamo ora in via Ponte Nuovo e giriamo a sinistra in direzione nord. Facciamo circa 350 metri e quindi a destra in via Tarù. Proseguiamo su via Tarù per circa 700 metri, e all’altezza di un’ampia curva verso sinistra, ecco l’ingresso per il Mulino Cagnin.

MULINO CAGNIN
MULINO CAGNIN FOTO PIZZOLATO

( Il Molino Cagnin dipinto da Franco Pistolato)

Proseguiamo ora in via Tarù per 700 metri e quindi svoltiamo a destra in via Molino Marcello. Proseguendo di lì per circa 500 arriviamo al Mulino Marcello. Tra via Tarù e via Molino Marcello, ci accoglie un bel capitello dedicato alla Madonna.

CAPITELLO VIA TARU'

Il Molino Marcello (ORA PISTOLATO)

Il mulino Tarù (o Marcello, dalla famiglia che ne fu proprietaria), edificato nell'omonima località lungo il Dese, a fine Ottocento era uno dei mulini con maggior lavoro del territorio di Trivignano, favorito da un bel salto d'acqua e dalla maggiore portata del Dese rispetto al  vicino Marzenego.

MOLINO MARCELLO

Procediamo ancora a sud per circa 300 metri ed eccoci in via Gatta ove gireremo a sinistra.

STACCIONATE DI VIA GATTA

Percorriamo ora via Gatta per circa 450 metri. Giunti nei pressi di un nuovo capitello votivo ( Contrada Capiteo ) noi teniamo la sinistra.

CONTRADA CAPITEO PARTICOLARE

Procediamo tra le curve per circa 500 metri sino ad uscire a destra.

PRATI DI VIA GATTA

A sud per circa 300 metri e quindi a sinistra per ritornare in  via Gatta. Poco oltre sulla nostra sinistra ecco la chiesa di Santa Lucia di Tarù.

Procediamo ora su via Gatta per quasi 3 km ( sfruttando al meglio i tratti ciclabili che incontreremo ). Usciamo ora sul Terraglio e giriamo a sinistra in direzione nord. Poco oltre sulla nostra sinistra ecco Villa Volpi.

Villa  Morosini –Gatterburg Volpi di Misurata – la villa divisa!

Villa Volpi di Misurata è una villa divisa tra i comuni di Mogliano Veneto (casa padronale, cappella e altri corpi) e Venezia (rustico). La proprietà si sviluppa infatti a cavallo del fiume Dese, affacciandosi inoltre sul lato est del Terraglio. I riferimenti più antichi risalgono al 1510: in quell'anno i Tiepolo, proprietari dei terreni su cui sorge ora la villa, costruirono un mulino sulla riva sinistra del Dese. Nel 1590 il fondo, su cui è segnata anche una teza (ovvero un fienile) sulla sponda destra, risultava dei Lion. Alla metà del Seicento le proprietà passarono ai Marini, i quali costruirono una villa affacciata al Terraglio. Ai Marini successero i Morosini nel 1680; in questo periodo la teza si evolse in una vera e propria masseria, mentre le ruote del mulino vennero spostate sulla riva destra. Nel 1799 l'erede Elisabetta Morosini sposò il conte austriaco Paolo Antonio Gatterburg. Ai Morosini-Gatterbug si devono gli interventi più significativi: nel corso dell'Ottocento fu rifatta la facciata e costruita la cappella, mentre dall'antico mulino posto a sud del Dese venne ricavato un vasto rustico. Nel maggio 1849 la villa ospitò i giovani Ranieri Ferdinando d'Asburgo-Lorena e Ferdinando Carlo Vittorio d'Asburgo-Este, giunti per assistere alla caduta di forte Marghera. Nel 1904 il complesso venne acquistato dall'industriale Giuseppe Volpi. Durante la prima guerra mondiale ospitò un ospedale militare e durante la seconda fu sede di vari comandi. Adibita poi ad asilo infantile, è stata recuperata solo di recente dopo l'acquisto da parte dei Furlanis. Affascinanti ma assai improbabili le ipotesi di Venturini, che identificano questo edificio con villa Mocenigo, progettata dal Palladio. Sembra infatti che questo edificio sorgesse più a sud e che fosse stato demolito sul finire del Settecento. Come già accennato, la costruzione fu ricavata da un mulino ricostruito dai Morosini sul finire del Seicento; ne sono testimonianza due pietre con fori, in cui si inserivano gli assi delle ruote..

 

 

VILLA VOLPI ù

Procediamo ora sul Terraglio, diamo un’occhiata al fiume Dese che qui si rifà vivo nei pressi di Villa Volpi e pedaliamo in direzione nord per circa 300 metri. Sulla nostra sinistra ora Villa Padoan.

Villa Padoan

Si ha notizia di una dimora signorile qui, a Villa Padoan, sin dal Duecento, quando il terreno era di proprietà dei Tiepolo.  Nella seconda metà del Cinquecento palazzo e terreni passarono ai Sanudo. Le mappe dell'epoca rappresentano un edificio molto semplice a cui era annessa una masseria con brolo e altri edifici di servizio. Nel corso del secolo successivo il complesso divenne dei Contarini (e sembra del doge Alvise) i quali le conferirono l'attuale aspetto nel 1723 (la data è riportata nel mosaico del pavimento del salone centrale). Dalla fine del Settecento fu dei Bertoli, quindi dei Mantovani e dei Bonaventura. Dal 1963 la villa ospitò un albergo, fatto che comportò una grave manomissione sia degli interni, sia degli esterni (sussiste tuttora una sovrastruttura in cemento sul fronte ovest). L'esercizio chiuse già qualche anno dopo. Ospita attualmente un ambulatorio. Il complesso (costituito dalla sola casa padronale) è ben visibile dal Terraglio in quanto la facciata orientale e la sede stradale sono separate da un giardino di dimensioni molto ridotte. Ciò che maggiormente risalta è l'inusuale facciata dall'impianto notevolmente verticalizzato. La parete sud dell'edificio presenta delle decorazioni a losanghe, probabilmente resto della fabbrica originale. Altro elemento molto antico è un pozzo in pietra d'Istria che sorge a sud.

Lasciamo ora Villa Padoan e procediamo sul Terraglio per altri 350 metri sino a svoltare a sinistra in via Marignana. Circa 500 metri più avanti superiamo il sottopasso ferroviario. Poco oltre il paesaggio cambia. La strada si stringe e iniziano a dominare importanti siepi. Qua e là qualche bella casa antica.

VIA MARIGNANA

Ma è circa 350 metri più avanti che i nostri occhi saranno catturati dall’imponenza del complesso di Villa Marcello Giustinian.

Villa Marcello Giustinian

Questa Villa è stata di proprietà di varie famiglie nobili dell’epoca (Spinelli, Corticelli, Zippolani, Baronessa Angelina degli Orefici fino ai Conti Marcello-Grimani-Giustinian). La famiglia Marcello discende in epoca romana dalla gens Claudia-Marcella e  successivamente ha raggiunto Venezia all’inizio del VII secolo, consolidando lì il suo potere e fama come famiglia nobiliare. Grazie ai meriti e alle imprese dei membri della famiglia acquisirono il titolo di Patrizi Veneti. Questo titolo è equiparato alla più alta nobiltà, nella gerarchia nobiliare pari a al rango di Principi del sangue, stante anche l’eguale possibilità di assurgere al rango regale di Doge. Dalle parole “mare” e “cielo” (mare-cielo=marcello) ha avuto origine il cognome Marcello, caratteristiche queste radicate nello stemma nobiliare formato da un’onda d’oro rappresentante il mare su sfondo blu rappresentante, il cielo. Tra i personaggi da ricordare possiamo menzionare: Nicolò Marcello (1399 –1474), Doge di Venezia. Nel suo dogato si dedicò prima di tutto alla riorganizzazione delle finanze dello stato. Una nuova moneta d’argento emessa in questo periodo fu in seguito chiamata in suo onore Marcello. Abilissimo amministratore riuscì a mantenere il tesoro della repubblica sempre in attivo.

Procediamo ancora sino a raggiungere e vedere sulla nostra destra Villa Marignana Benetton.

Villa Marignana Benetton

Villa  Benetton, detta "La Marignana", è una villa veneta che deve il suo appellativo alla località in cui sorge, la Marignana appunto. La Marignana fu edificata nel XVIII secolo e ha subito numerosi passaggi di proprietà  e, infine, fu acquistata dallo scultore Toni Benetton. Quest'ultimo ha reso la villa luogo di esposizione per molte sue opere, insediandovi l'Accademia internazionale del Ferro Battuto da lui stesso fondata (1967). Tutt'oggi nelle antiche cantine ha sede il Museo Toni Benetton, mentre nel parco sono state collocate diverse macrosculture. La proprietà, cui si accede tramite due bei cancelli di ferro con pilastri ornati da statue, si articola nel vasto parco e in quattro costruzioni disposte a L.  All'estremità occidentale della L si trova la casa domenicale, tipico edificio con schema a pianta veneziana in cui la disposizione degli ambienti interni è basata sul salone passante centrale. Il parco, in ottimo stato di conservazione, presenta alcuni elementi peculiari come l'antica ghiacciaia, ricavata all'interno di una collinetta sormontata da una vera da pozzo per il ricambio dell'aria. Contribuiscono ad arricchire il parco le numerose sculture di Benetton.

Procediamo ancora per un 1,3 km. All’altezza di un’ampia curva a novanta gradi noi entriamo a sinistra ove poco più avanti troveremo il Mulino Turbine.

IL MULINO TURBINE

Lasciamo alle nostre spalle ora il Mulino Turbine e riprendiamo la strada  ( Via Ghetto ) dirigendoci a nord e quindi svoltando a sinistra. Si apre da qui una dolce campagna e una strada che tra curve e controcurve ci conduce dopo circa 1,2 km a svoltare a destra in via Fossati.

Procediamo su via Fossati per circa 1 km e usciamo a sinistra in via Franchetti. A nord per altri 400 metri e quindi a destra per altri 50 metri. Andiamo ora a destra sulla principale. Siamo qui costretti a transitare nel bel mezzo di un’area direzionale e commerciale. Alla prima rotonda proseguiamo dritti. Alla seconda teniamo la sinistra. Seguiamo la principale ora per circa 1,1 km e quindi facciamo un sottopasso, superato il quale ci troviamo nel pieno centro di Mogliano Veneto e sul Terraglio. Giriamo quindi a destra e prendiamo il Terraglio per circa 3,5 km. Entriamo ora a sinistra in via Ca’ Sagredo. Davvero sorprendente questa via, così vicina al traffico del Terraglio, ma allo stesso tempo “per conto suo “ con squarci di vera campagna. Sono circa 1,6 km di pedalata sino ad uscire a sinistra su via Eridesio. Il toponimo richiama in maniera chiara che qui vicino scorre il fiume Dese. E’ all’altezza di una secca curva a destra che comparirà di nuovo l’argine del fiume Dese. Una comparsa appunto, perché il nostro pedalare si allontanerà nuovamente dal corso del fiume. Dopo aver superato un cavalcavia sull’autostrada,  e aver pedalato per altri 1,4 km noi ora teniamo la destra in via Ca’ Solaro. Scendiamo per altri 900 metri e alla rotonda andiamo a sinistra. Facciamo il sottopasso e quindi a sinistra ancora. Ciò che ora scorre alla nostra destra è il Canale Scolmatore. Noi andiamo a nord seguendo le indicazioni “Bosco di Mestre”. Dopo circa 1 km è possibile accedere al bosco. Scegliamo noi la durata del viaggio qui dentro, seguendo le indicazioni di percorso ben segnalate all’interno del parco.

Il Bosco Ottolenghi

Con i suoi 30 ettari è stata la prima area attrezzata a bosco aperta al pubblico; è di proprietà della Fondazione Querini Stampalia ed ora in usufrutto al Comune di Venezia. Piantata nel 1998 questa importante porzione del Bosco nel 2007 era già pronta per essere utilizzata. L'Istituzione "il Bosco di Mestre" ha realizzato le attrezzature (percorsi pedonali e ciclabili, aree di sosta, passerelle, parcheggio, segnaletica, ecc...) che permetteranno di frequentare il Bosco. Questo bosco è dedicato alla memoria di Adolfo Ottolenghi, uomo di dialogo e di cultura, rabbino della comunità ebraica durante la Shoah, deportato e ucciso ad Auschwitz assieme a tanti suoi concittadini.

OTTOLENGHI

Il Bosco di Franca

Il bosco di Franca si trova in adiacenza al bosco Ottolenghi e ricopre un'area di 22 ettari. Al suo interno interagiscono tre diversi ecosistemi: il bosco, le aree umide e il prato. Il bosco è stato realizzato tra il 2003 e il 2006. Le due aree umide di notevoli dimensioni sono state realizzate nel 2012 con lo scopo di depurare le acque che sfociano in laguna. Un simile ambiente attrae anfibi e uccelli acquatici, incrementa la biodiversità e migliora significativamente il paesaggio naturale. Il prato costituisce la radura, che si estende per circa 3 ettari ed è attraversata da un percorso ciclo­pedonale. Nella parte centrale è stata conservata una siepe boscata preesistente come testimonianza della gestione tradizionale dei terreni agricoli. Con l'obiettivo di migliorare il paesaggio e aumentare la biodiversità è inoltre stato seminato un miscuglio di sementi costituito da specie erbacee annuali (papavero e fiordaliso) e perenni (tra cui margherita, salvia dei prati, centaura minore, vulneraria).

BOSCO DI FRANCA

Girando ora a destra usciti dal bosco, ci troviamo a Forte Cosenz.

Procediamo per circa 600 metri e dopo una svolta a destra ci ritroviamo in via Altinia. Giriamo a sinistra andando a sud per circa 250 metri e quindi entriamo a sinistra nel parco nuovamente. Facciamo un giro tra le frasche e le stradine ben curate davvero di questo parco alle porte di Mestre. Fatto il nostro giro usciamo su via Altinia e andiamo a destra. Pedaliamo per altri 1,2 km. Sulla nostra sinistra la parrocchiale di Dese.

FORTE COSENZ
DESE PARROCCHIALE
IL DESE A DESE

( il Dese a Dese )

Andiamo ora a destra in via Litomarino. Facciamo questa via per circa 4,8 km. E’ qui, sulla sinistra che vedremo la tranquilla parrocchiale di Ca’ Noghera.

Quindi procediamo a sinistra in via Paliaga. Seguiamo la via per circa 600 metri,  e quindi a destra in via Ca’ Vallesina. La strada è sterrata e il ghiaino rende la pedalata abbastanza dura: proprio ora che siamo quasi arrivati. Fatti circa 500 ci troviamo nell’area di attracco dei natanti diretti verso la laguna veneziana. Pedalando prudentemente sul lato sinistro del canale, ci potremmo inoltrare qui per circa 1,1 km: il massimo che possiamo fare se vogliamo assistere agli ultimi metri del fiume Dese! Qui si chiude il nostro viaggio.  

ALLA FINE