CAVASO E LA VALCAVASIA
 

Caratteristiche tecniche

Lunghezza: 17,5 km

Tempo di percorrenza: 2 ore e 30 minuti

Stagioni: tutte

Salite e discese: 550 metri in ascesa e 550 metri in discesa

VISIONI DALLA PIEVE
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GRANIGO
GRANIGO

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ARTE E NATURA -VIA DEI COLLI (3)
ARTE E NATURA -VIA DEI COLLI (3)

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VISIONI DALLA PIEVE
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il volo più bello non parte mai dalle cime più alte, il volo bello è sudore e fatica e parte da terra, a volte da sotto terra: bisogna tornare a terra per imparare che il volo serve a vivere il cielo...

CAVASO DEL TOMBA

Cavaso del Tomba (Cavàs in veneto) è un comune di oltre 3.000 abitanti. Si tratta di un comune sparso in quanto sede comunale è la frazione Caniezza. Numerosi gli abitati censiti, infatti il Comune è suddiviso in dieci frazioni, definite "colmelli" dallo statuto comunale. Ecco allora:

Caniezza: l’abitato principale e sede del comune. Capovilla: nucleo in continuità con Caniezza, a nordest di quest'ultima. Castelcies: piccola borgata posta sulle colline a sud del torrente Ponticello. Costalunga: altra località collinare, ad ovest di Castelcies. Granigo:  villaggio ben raccolto, tra Vettorazzi e Virago. Obledo: la borgata più occidentale, al confine con Possagno. Pieve : tra Capovilla e Vettorazzi, all'inizio della strada per il monte Tomba. Un tempo comprendeva anche Vettorazzi, dove si trova la parrocchiale (da cui il toponimo). Vettorazzi; la parrocchiale. Subito ad est di Pieve, vi si trova la parrocchiale. Virago : il villaggio più orientale, verso Pederobba e anche il colmello più antico. Bocca di Serra: a sud sulle colline

Il territorio

Il comune di Cavaso si stende "sul fianco meridionale del contrafforte che dal monte Grappa si spinge verso il Piave", ad un'altitudine che va dai 190 ai 1139 metri, ed è costituito da una serie di località, per lo più allineate lungo la direttrice stradale Bassano - Pederobba. Ci troviamo quindi di fronte ad una situazione geografica ed urbanistica veramente particolare tanto da poter giustificare l'affermazione secondo cui "Cavaso si distingue per il numero e la individualità dei suoi colmelli che assumono talvolta la fisionomia di paesi dentro il paese".

 

Le acque: il Curogna e il Ponticello

 

Il Curogna

Il torrente Curogna è un corso d'acqua lungo circa 11 km. Nasce in comune di Cavaso del Tomba. Attraversa Obledo e Caniezza, per poi accogliere le acque del torrente Ponticello. Subito dopo, in località Le Musse, scorre nelle vicinanze dell'omonima cava. Dopo aver toccato l'abitato di Curogna, raggiunge Onigo, dove si getta nel Piave.

torrente curogna.JPG

Il Ponticello

Torrente anche questo di qualche chilometro appena (sono 9 km) che nasce a Possagno, sui colli appena sopra la Contrada Vardanega. Chiude la sua breve corsa buttandosi sul Curogna.

torrente ponticello.JPG

La denominazione del comune fino al 1922 era Cavaso. L'appellativo del Tomba fu aggiunto dopo la grande guerra in ricordo dei combattimenti che interessarono particolarmente la zona del sovrastante monte Tomba.

Un po’ di storia: Cavaso e la lana!

In loco Capati vico Viriacus: è del 780 il primo documento che parla di Cavaso, collegandolo a uno dei colmelli più antichi: Virago. Il toponimo: Gli studiosi ipotizzano che il nome "Cavaso" derivi da quello di un possibile gruppo gentilizio, i Capatii, e che da Capatius attraverso una lunga evoluzione linguistica si arrivi a Cavaso, come ci conferma anche un antico proverbio: Pani (panni) da Cavas, vin da Fièta, pute (ragazze) da Possagn, vin da Mofun no fa par gnessun (non vanno bene per nessuno).

Ma la storia della Valcavasia, e quindi di Cavaso, è ben più antica. I ritrovamenti di materiali risalenti al paleolitico, come schegge e raschiatoi, farebbero risalire la presenza insediamenti umani ad almeno 35 mila anni fa. Colmelli come Castelcies e Costalunga sarebbero sorti lungo le direttrici di passaggio di uomini e greggi dalla pianura al monte.

Il cippo conservato nella chiesetta di S. Martino Castelcies con la sua scritta, risalente al IV° secolo prima di Cristo e ancora in buona parte enigmatica, sembra attestarci la presenza, nella zona, dei Reti. La presenza romana è invece confermata da una scritta latina risalente al I° secolo a. C., posta sul retro dello stesso cippo e dedicata a Titus Arvenius Donatus.

Con l'indebolirsi e la conseguente caduta dell'Impero Romano (476 d.C.), anche Cavaso, come tutti gli altri paesi della zona, subì il passaggio di varie popolazioni cosiddette barbare con il loro seguito di devastazioni e saccheggi: Unni, Goti, Longobardi, Ungari...

Si diffondeva intanto il Cristianesimo e lentamente la cultura latina e quella germanica dei popoli invasori si fondevano.

Nel Medioevo, Cavaso vide l’affermarsi di alcune famiglie feudali di origine germanica e il sorgere di vari castelli. Tra tali famiglie, primeggiò quella dei "da Cavaso", che ebbero potere e rinomanza nelle vicende del territorio nei primi secoli dopo il Mille. Ad esempio Valperto I° ricoprì cariche importanti a Treviso e suo figlio Valpertino II° fu capitano generale dei Trevigiani contro i Feltrini nel 1196-'97. La famiglia poi trasferì progressivamente i suoi beni e infine la sua corte ad Onigo, cosicché dal 1200 in poi i suoi membri verranno sempre indicati nei documenti come i "da Onigo".

I primi decenni del 1200 videro nella Valcavasia il duro dominio degli Ezzelini, che avevano il loro castello a Romano. Sconfitti i da Romano e distrutta la loro famiglia, nella zona spadroneggiarono i "da Castelli", discendenti dei Maltraversi e acerrimi nemici dei "da Camino". Questi ultimi, reinsediatisi a Treviso dopo la fine degli Ezzelini, sconfissero nel 1283, con Gherardo da Camino, i da Castelli e ripresero possesso del territorio pedemontano sottomettendo i vari signorotti feudali e distruggendone i castelli, compresi quelli esistenti nel territorio di Cavaso (alla Pieve, a Obledo, a Costalunga e a Castelcies).

Nel frattempo la Repubblica Veneta rivolgeva sempre più i suoi interessi verso la terraferma e nel 1339 tutto il territorio della Marca Trevigiana, compresa la Valcavasia, passava sotto il suo dominio. Con Venezia iniziò un lungo periodo di pace, propizio alle attività economiche e al commercio. Dalla seconda metà del 1400 e soprattutto nel 1500, Cavaso vide infatti il sorgere di mulini e di laboratori legati principalmente alla lavorazione della lana, talché un tipo di panno grezzo prodotto nella zona prendeva il nome di "cavasotto" e veniva esportato fin nel Nord Europa.

Una grave battuta d'arresto subì tutta la zona e non solo Cavaso, a causa di quello che è stato definito il "terremoto di S. Costanza", per essere avvenuto il 25 febbraio del 1695, giorno in cui il calendario ricorda tale santa. Ne rimasero distrutte 282 case su 350, nonché mulini e folli da panni, 10 chiesette campestri, mentre la chiesa parrocchiale risultava "considerevolmente crepata". Non bastasse questo, nel mese di maggio si rovesciò sul paese una tal "brentana", seguita da un'altra nel mese di giugno, che distrussero i raccolti e devastarono i terreni trascinando giù dalla montagna un enorme quantitativo di sassi e ghiaia.

Con la caduta di Venezia (trattato di Campoformido, 1797), il territorio fu calpestato dagli avversi eserciti e passò da un dominio all'altro, finché, sconfitto Napoleone, il Congresso di Vienna assegnò definitivamente il territorio della defunta Repubblica Veneta agli Asburgo d'Austria, che lo tennero dal 1815 la 1866, anno dell'annessione della nostra regione all'Italia.

Passata la bufera napoleonica, nel secolo XIX si assistette ad una ripresa delle attività economiche con il sorgere di officine di oreficeria, di laboratori legati alla lavorazione della lana, di mulini, di cave di pietra... Negli anni alla fine del secolo, anche Cavaso e le sue attività risentirono della crisi economica che aveva colpito i mercati europei. Nonostante ciò, presero piede un'agenzia per la produzione di seme di bachi da seta, la filanda (rimasta in vita fino agli anni '50 del Novecento) e la latteria cooperativa, ancora operante, dopo aver subito vari passaggi di proprietà.

Durante la prima guerra mondiale, sulle montagne a ridosso del paese correva il fronte, cosicché, oltre alle inevitabili distruzioni della guerra, esso vide i suoi abitanti partire profughi nel sud dell'Italia.

Della seconda guerra mondiale, va ricordato soprattutto il fatto che, a seguito del rastrellamento del Grappa nel settembre 1944, nel paese furono impiccati dai nazifascisti 13 giovani partigiani.

Nel dopoguerra fino agli anni '60, si assistette a una grande ondata migratoria, che si aggiunse a quella di fine Ottocento - primi del Novecento e a quella verificatasi dopo la prima Guerra mondiale. Centinaia di giovani e famiglie emigrarono soprattutto in Canada e in Australia. Rimarchevole il fatto che nella cittadina di Griffith, che si trova nello stato australiano del New South Wales, e nei dintorni si concentra un gruppo di emigranti cavasotti e loro discendenti, il cui numero quasi eguaglia quello degli attuali abitanti autoctoni del paese d'origine. Dopo essere stata dichiarata zona depressa, Cavaso ha visto l'affermarsi, dagli anni '70 in poi, di varie imprese e attività soprattutto artigianali, nonché lo sviluppo notevole del settore edilizio, con la creazione di numerosi posti di lavoro.

E quindi pronti via: partiamo con la nostra bici. Punto di partenza è Caniezza ed in particolare la piazza XIII martiri (i partigiani). Qui c'è già qualcosa di interessante da vedere.

LA LAPIDE DEI PARTIGIANI

Sul palazzo municipale si trova la lapide, rettangolare e in marmo, che ricorda i 13 partigiani impiccati dai nazifascisti nel territorio di Cavaso del Tomba nei giorni 23, 24 e 25 settembre 1944 durante le operazioni antipartigiane operate sul massiccio del Grappa. Inserita in una cornice di marmo, la lapide poggia su due piedini dello stesso materiale. Al centro della stessa, nella parte inferiore, è posta una lampada votiva. L’epigrafe ha i caratteri incisi e riempiti con vernice di colore nero.

PARTIGIANI

IL PALAZZO MUNICIPALE

MUNICIPIO

E a nord attraversata la strada

 

LA LOCANDA ALLA POSTA

ALLA POSTA

IL CAFFE' BRAMEZZA

CAFFE' BRAMEZZA
Lasciata la piazza ci dirigiamo a nord. Tenendo ora alla nostra sinistra la locanda alla posta prendiamo Via Stefanin per circa 400 metri. Quindi usciamo in via Cogolà.Teniamo la destra in forte discesa: stiamo per andare a vedere la chiesa parrocchiale di Caniezza.

LA  CHIESA PARROCCHIALE DI CANIEZZA

La chiesa del centro di Caniezza, oggi dedicata alla SS. Trinità ed alla Madonna della Salute, risulta dalla fusione di due edifici in origine preesistenti e separati: e questo almeno fino al 1717-1718. Il primo complesso edile consisteva in una cappella con abside a Nord ed entrata a Sud, dedicata alla SS. Trinità, eretta nel 1669 da frate Giovanni della benestante famiglia Pilloni in luogo di un capitello, ivi esistente dal 1614, dove si poteva celebrare anche la messa. Nel 1710, (forse) in seguito ad una pestilenza bovina, fu costruita ad occidente una seconda cappella, dedicata alla Beata Vergine della Salute: la disposizione canonica con l'abside ad oriente la collocava trasversalmente rispetto a quella dei Pilloni.  La fusione dei due edifici (almeno per ora) non ha data certa, ma comunque deve essere antecedente al 1837, se dall'esame delle mappe di Cavaso inserite nel catasto Napoleonico di tale anno risulta già un complesso sacro unico. La facciata attuale, in stile neoclassicheggiante e con frontone ad arco, è opera più recente, eseguita su progetto dell'architetto Pietro Saccardo di Venezia quando, nel 1900-1901, si portò avanti il corpo dell'edificio per inserirvi il coro all'interno. Sulla facciata esterna, entro nicchie poste la­teralmente alla porta principale, sono collocate due statue: una di Madonna con Bambino (a Nord) opera dello Scultore Francesco Sartor, e una del suo allievo Egidio Velo, dedicata a Sant'Antonio (a Sud).

L’altare maggiore, di stile settecentesco, ricorda molto quello della chiesa parrocchiale, e cioè la Pieve di Cavaso, mentre la pala che lo sovrasta è del 1740. L'opera, eseguita molto probabilmente per la chiesetta del 1710, raffigura la Madonna della Salute che appare fra le nubi ai Santi Giovanni della Croce, Francesco di Sales e Giuseppe.

 

Ritorniamo sui nostri passi e rifacciamo la salita di via Cogolà per altri 250 metri e quindi andiamo a sinistra in via Caldoie. La facciamo per circa 550 metri. Sulla nostra sinistra lo scorrere ora del Torrente Curogna. Poco più in su a destra ecco allora:

 

Oratorio di Santa Maria Maddalena. In località Obledo è citata in catasto nel 1475 e conserva all'interno un pregevole affresco del 1541 opera di Francesco da Milano.

ORATORIO DI SANTA MARIA MADDALENA

Tornando sui nostri passi ecco invece e quindi scendendo un po' ecco su un lato dell'incrocio una bellissima fontana ottagonale.

 

Una vasca – fontana davvero bella nella sua forma ottagonale. La curiosità è che sulla stessa è incisa una data fatidica davvero: 1797, ovvero l’anno della caduta della Serenissima Repubblica di Venezia.

OTTAGONO

Ora andiamo avanti per circa 100 metri e quindi andiamo a sinistra. Stiamo per entrare in località Obledo.

OBLEDO

 

Il colmello di Obledo, come molti altri "colmelli" simili, formava nel Medioevo un comune o una "regola" autonoma. La vita economica era legata soprattutto all'arte della lana, infatti la maggior parte del paese trascorreva una vita agricola che aveva come riempitivo la lavorazione della stessa. Le case dei lanaioli avevano uno spazio riservato alla famiglia e un altro alla produzione; ovunque si trovano i segni di laboratori artigianali. Tra le case più illustri si segnalano le due ville contigue, appartenenti ai discendenti della famiglia Bianchi, che, dalla seconda metà del Settecento, divennero i più importanti mercanti del settore laniero.

VILLA PREMOLI

 

Si tratta di una costruzione settecentesca posta a ridosso delle pendici del Monte Tomba. La sua facciata, almeno parzialmente è stata rimaneggiata nel corso del XX secolo. Una villa a tre piani davvero imponente.

PREMOLI

Poco oltre, questa volta sulla sinistra della strada ecco Villa Bianchi

VILLA BIANCHI

Villa Bianchi-Sertorio è una villa databile alla prima metà del XVIII secolo (1738), a tre piani con grande sala centrale. Il corpo della villa e’ ritmato da aperture regolari e da fasce orizzontali che scandiscono le grandi campiture d’intonaco a marmorino. La facciata principale è coronata da un timpano e decorata da due eleganti trifore sovrapposte con archi a tutto sesto, di cui quella nel piano nobile è arricchita da un bel poggiolo in balaustrini di pietra bianca. Eleganti camini a sezione ottagonale si innalzano simmetricamente sui prospetti nord, sud, e sul corpo ad ovest sul lato ad ovest si estende un corpo laterale a due livelli, mentre ad est sorge un’ ala disposta ortogonalmente rispetto al corpo principale della villa a quattro piani fuori terra.

VILLA BIANCHI

Scendiamo ora lungo via Obledo per altri 300 metri. Ora siamo sulla principale: lì teniamo la sinistra: poco oltre e cioè circa 200 metri sulla nostra sinistra ecco la chiesa di Sant'Ermagora e Fortunato.

SANT’ERMAGORA E FORTUNATO

Si trova nel colmello di Oblédo, anche se oggi si colloca lungo la via principale di Cavaso. Dell’esistenza di una devozione per i due Santi della Chiesa di Aquileia si hanno notizie nel 1475 e poi nell'estimo del 1560. Come leggiamo in carte del 1782, «l'oratorio ha sua porta, e faciata verso sera, confinante a mattina e mezzodì strada consortiva, a sera ed a monte strada comune, con sua campana posta su picciolo pedestale di pietra sopra la stessa, con sacrestia ben proveduta de banchi e de quadri e del bisognevole per l'apparecchio alla Santa Messa. Di sua fondazione mancano certo i lumi. Solo dicesi fabbricata e ridotta in più tempi al presente suo essere».

SANT'ERMAGORA E FORTUNATO

Per saperne di più …

SANT’ERMAGORA E FORTUNATO

Dapprima ricordiamo che si tratta dei santi protettori del Friuli Venezia Giulia.  Ermagora è il vescovo col quale comincia il catalogo episcopale di Aquileia e non c'è ragione di dubitare di questa testimonianza. Egli sarebbe vissuto forse verso la metà del sec. III e dopo di lui quel catalogo continua senza interruzione, nonostante qualche incertezza. Oltre a questo, nulla sappiamo di sicuro a proposito del protovescovo. A tale mancanza intese supplire una diffusa leggenda che, formatasi già durante il sec. VIII, raggiunse la sua maturità durante il secolo seguente, non senza subire aggiunte e varianti nell'età posteriore. Essa sorse e si sviluppò nell'intento di dare un'origine apostolica alla Chiesa di Aquileia e narra che l'evangelista s. Marco, inviato da s. Pietro ad evangelizzare l'Italia superiore, giunto ad Aquileia, vi incontrò un cittadino di nome Ermagora e, convertitolo al Cristianesimo, lo consacrò vescovo della città; anzi, secondo una variante, lo condusse a Roma, dove s. Pietro in persona lo consacrò. Mentre s. Marco sarebbe stato inviato ad evangelizzare Alessandria, s. Ermagora sarebbe stato inviato ad Aquileia ed avrebbe evangelizzata quella città e le regioni vicine. Egli vi avrebbe conclusa la sua missione con il martirio durante la persecuzione suscitata da Nerone e compagno gli sarebbe stato il suo diacono Fortunato. La loro memoria fu celebrata al 12 luglio, data nella quale sono ricordati anche nel Martirologio Romano, nella Chiesa di Aquileia ed in altre Chiese. Nelle diverse redazioni nelle quali ci fu tramandato il Martirologio Geronimiano, i due martiri sono notati sempre sotto quella stessa data.

Andiamo ora  a sud in via Cadorna per 150 metri circa: ora a sinistra in via Luigi Cadorna. Scendiamo ancora per altri 400 metri. Siamo nei pressi della vecchia Filanda. Queste sono terre di produzione della lana, almeno fino alla fine degli anni 50.

FILANDA.PNG

Entriamo in via Filanda sulla sinistra, aggiriamo la filanda sino a vedere da un ponte lo scorrere del torrente Curogna e quindi recuperiamo la principale. Scendiamo ancora per circa 50 metri ed ecco stavolta sulla nostra destra, l’oratorio della Beata Maria Vergine delle Grazie

L’ORATORIO DELLA B. M. V. DELLE GRAZIE

Eretto nel 1760 (a sue spese) dalla signora Paolina Bonòto fu Vettór. Confinava, al momento della sua costruzione, con i beni del Conte Alessandro Fietta (a monte, a sera e a mezzodì) e con la strada (a mattina). L’oratorio è stato benedetto dal Parroco di Cavaso Don Domenico Buzzola su decreto del Vescovo di Treviso Monsignor Paolo Giustiniani. Inizialmente vi era un lascito di Vettor Bonòto fu Bernardin (nipote della Signora Paolina Bonòto) per far celebrare una messa quotidiana: quest'obbligo doveva essere soddisfatto dal Conte Alessandro Fietta, erede di questo ramo dei Bonòto.

BEATA VERGINE DELLE GRAZIE

Scendiamo ora in via G.Marconi per 200 metri: sulla pericolosa principale ora giriamo a destra e pedaliamo per altri 100 metri e quindi a sinistra in via Ponticello. Circa 700 metri dopo teniamo la destra su via Lerina: poco oltre lo scorrere del torrente Ponticello. Fatti circa 300 metri teniamo la destra ed iniziamo la  salita in via Costalunga. Pedalato per altri 450 metri ci ritroveremo in centro a Costalunga.

COSTALUNGA

E’ uno degli insediamenti collinari di Cavaso del Tomba. Rispetto agli altri borghi, non richiama rocche o fortezze, ma i luoghi sono davvero bellissimi. Si tratta di un insieme di case con la chiesa di San Tommaso ad occidente del borgo ove passava la Val Maor ( ovvero la valle maggiore), mitica via che secondo gli studi archeologici era uno dei passi per accedere ai pascoli montani. Che la Val Maor sia stata importante lo dimostra oggi anche il fatto che essa segna il confine fra Castelcucco e Monfumo. Borgo davvero isolato se si pensa che fino a poco tempo fa non esisteva un collegamento diretto per esempio da Bocca di Serra  che si trova più a est.

SALENDO VERSO COSTALUNGA

LA CHIESA DI SAN TOMMASO

L’antico oratorio dedicato a San Tomaso Becket, martire e Arcivescovo di Canterbury, era collocato originariamente in vicinanza di un romitorio ad Ovest della Val Maór. Eretto con la dote di un bosco dalla famiglia Dalle Laste, ancora nel 1789 confinava per ogni intorno con terra di questo benefizio Parochiale, e vien mantenuto da quel Comune (Costalunga). Non essendovi però lasciti fruttiferi, spettava alla pietà popolare di far celebrare una messa cantata almeno nel giorno della festività del Santo. Ben presto però, l’oratorio cadde in rovina e venne incorporato come stalla del romitorio trasformato in casa colonica. Da alcuni decenni il culto è stato però ripreso e i colmellanti hanno ricostruito una nuova chiesetta nei pressi del colmello di Costalunga.

COSTALUNGA - SAN TOMMASO

Torniamo sui nostri passi ed entriamo a destra sulla borgata di Costalunga.Pitture murarie in ogni luogo!

PITTURE DI COSTALONGA

Procediamo ora in via Colli in direzione di Bocca di Serra: sulla strada sculture di ogni tipo accompagnano il nostro viaggio. Siamo nel percorso denominato "ARTE E NATURA" una sorta di museo a cielo aperto: io ci sono rimasto a "bocca aperta".

ARTE E NATURA -VIA DEI COLLI (5).JPG

Da Costalunga abbiamo percorso circa 1 km. Giriamo ora a sinistra. Poco oltre siamo a Bocca di Serra.

 

BOCCA DI SERRA (248 s.l.m.)

Anche bocca di serra è una vera sorpresa... continua la "saga" dei dipinti davvero belli! Il primo lo troviamo poco dopo essere entrati a sinistra in via Bocca di serra.Sulla sinistra...e sulla destra...

PITTURE DI BOCCA DI SERRA
PITTURE DI BOCCA DI SERRA

Ora procediamo per circa 100 metri: alla nostra sinistra una nota trattoria e a destra un capitello Votivo. Entriamo quindi in via Castelcies. La denominazione della via ci anticipa che raggiungeremo ben presto Castelcies, luogo dal fascino antico. Pedaliamo quindi per 400 metri. Ci troviamo ad un bivio importante.... Sulla nostra sinistra un accesso in forte salita ed una casa con un affresco davvero notevole.

PITTURE DI CASTELCIES

CASTELCIES ( 272 m. s.l.m. )

Frazione costituita da tre piccoli nodi essenziali: il borgo abitato, la chiesetta di San Martino e i ruderi del castello. Il borgo di Castelcies si alza sulla cresta del monte,  ed è formato da alcune schiere di case, in uno scenario inimitabile che lascia pienamente godere i colli di Asolo di fronte e alle spalle il dosso con la chiesetta di San Martino e lo sperone del Grappa. Castelcies ha una storia antichissima e potrebbe aver avuto origine nell'età del bronzo. All'età del ferro appartengono reperti quali frammenti ceramici decorati e resti di ollette ( brocche). Mancano i segni evidenti di un vero e proprio insediamento, ma ciò non è da escludere visti i rinvenimenti di frammenti di intonaco e resti ferrosi. Nella chiesa di San Martino è conservato quello che è ritenuto il più antico documento scritto della provincia di Treviso: è un piccolo blocco di pietra del luogo su cui sono incise da una parte una scritta in latino e dall'altra in retico ( IV secolo a.C.). Tra gli altri reperti del periodo, una fibula in bronzo di tipo Nauheim: probabilmente di fabbricazione ispanica, era usata dalle milizie romane, a testimonianza della romanizzazione della zona (o, per lo meno, di scambi commerciali). Di epoca romana sono sicuramente il cippo dedicato a Publio Calpurnio Saturnino (I secolo a.C.), anche questo conservato nella chiesa, parte di un sepolcreto. Si aggiungono poi la lapide di Arunnia Nigella, oggi murata sulla parete meridionale del Museo di Asolo, monete e frammenti di ceramica. Reperti più tardi indicherebbero la presenza di costruzioni tardo-romane e alto-medievali, queste ultime, pare, con funzione abitativa. Sulla base di ciò si è ipotizzato che anticamente Castelcies potesse rappresentare un "vicus" posto ai margini del territorio di Asolo .Nel medioevo mantenne una certa autonomia come regola legata alla pieve di Cavaso. La presenza del castello dei Maltraversi, più tardi passato ai da Castelli, la fece inoltre una località strategica dal punto di vista militare. Le vicende del paese sono segnate anche dal terribile terremoto di Santa Costanza, avvenuto il 25 febbraio 1695: solo nel primo giorno dopo il sisma vi si contarono 28 morti.

VERSO LA CHIESETTA DI SAN MARTINO

Ora iniziamo a salire. La salita è dura ma non lunghissima. Fatti circa 200 metri nel bosco, ecco si apre un prato sul lato est del quale ecco comparire la chiesetta di San Martino.

LA CHIESETTA DI SAN MARTINO

 

Nella sua caratteristica e asimmetrica struttura, l'oratorio di San Martino di Castelciés ci esprime tutto il misterioso fascino di molte cose non ancora scoperte. Basti qui ricordare la lapide bilingue retico-latina del II secolo avanti Cristo, per immaginare i rapporti di frontiera tra i Reti, i Veneti ed i Latini; oppure la stele funeraria di Calpurnio Saturnino del I secolo dopo Cristo, per studiare l'influenza dell'impero Romano nel nostro territorio. In un documento scritto l'11 novembre 1778, l'allora Parroco di Cavaso, Don Antonio Baldini, ci dà alcune preziose notizie storiche sull'antichità e l'importan­za del sacro edificio, sorto nelle immediate vicinanze del Castello di Ciés, castello oggetto di aspre contese già nel 1153 e distrutto nel 1283 dai Da Camino, divenuti Signori di Treviso e del territorio trevigiano. «...era Chiesa ancor nell'anno mille(cinque)centosessantotto. Lo dimostra un'iscrizione al giorno d'oggi (1778) ostensibile dipinta a fresco ne' suoi muri interni sotto un'immagine di Maria Vergine Annunziata in numeri di questa figura 1168».

SAN MARTINO

Più probabilmente, la lettura corretta dovrebbe essere 1568, come risulta da almeno altre due iscrizioni. Oggi di questo dipinto, collocato sul frontone dell'abside, è rimasta poca traccia, dovuta all'alterazione dei colori.  

 «... eretta sopra di un colle fatta senza molta arte, avendo i muri grossi più di due piedi la Porta per cui si entra ad arco, e angusta, il pavimento tre piedi più profondo del terreno esteriore, il tetto mediocremente fato testifica il genio de' tempi assai remoti nell'erigere le sacre basiliche, come in allora anco le piccole chiamavansi Chiese».    

Nel 1782 si ha notizia che «ha un solo Altare, con l'abbassamento di Pietra, con palla in legno di detto Santo (Martino), di San Francesco di Paola, e di Sant'Antonio di Padova, con la sua croce, e crocefisso, e làmpeda, con sei Candelieri tutti d'ottone, ha la sua sacra pietra in ordine.

SAN MARTINO

ALLA RICERCA DEL CASTELLO DI CIES

 

Se ora diamo le spalle alla chiesetta di San Martino, per la verità davvero mal segnalato, noteremo una stradina che sale sul colle davanti. La prendiamo. Dopo pochi metri ecco finalmente i ruderi dell’Antico Castello.

 

IL CASTELLO DI CIES

VECCHIO CASTELLO DI CIES

I ruderi, che si trovano nei pressi della chiesetta di San Martino, sono stati portati alla luce da una campagna di scavi condotta dall'Università di Padova tra il 1991 e il 1992. Si tratta della parte più elevata del complesso, costituita da una cinta muraria a base quadrangolare con una torre interna. Secondo una tradizione, il castello di Castelcies fu innalzato nell'XI secolo da Gherardo Maltraversi, membro di una famiglia feudale che controllava anche i fortilizi di Fonte e Pagnano. Ebbe una certa importanza nel 1153-1154, quando fu coinvolto nelle lotte che opposero i comuni di Treviso e Conegliano. Allora era in parte dei Maltraversi e in parte di Sofia di Colfosco, appartenenti al partito filo-coneglianese.  Fu quindi occupato da Ansedisio Guidotti, comandante dell'esercito trevigiano, scacciato poi dal suo alleato, il conte Manfredo di Collalto, che non vedeva di buon occhio le sue mire. Tornò più tardi sotto Ansedisio che questa volta si preoccupò di rimuovere il presidio militare di Sofia di Colfosco. Dal Duecento risulta dei da Castelli, ma a partire dal 1283 non se ne ha più notizia.

VECCHIO CASTELLO CIES

Lasciamo il castello, scendiamo verso la strada principale e prendiamo la strada alla nostra sinistra (la prima, quella ove vi è il segnale di strada senza uscita). Pedaliamo per circa 900 metri ( transitiamo nei pressi di una piccola azienda) e quindi ancora a sinistra. Siamo oramai tra le strade ed i paesaggi dominati dalla presenza dei torrenti Curogna e Ponticello.

GUADI

Andiamo avanti per circa 700 metri. Non guadiamo il torrente e teniamo la sinistra correndo a ridosso dello stesso su una stradina sterrata.Fatti altri 700 metri, guadiamo il torrente, attraversiamo la regionale e andiamo dritti in via Spineda.

VIA SPINEDA

Pedaliamo in leggera salita per 500 metri e svoltiamo a sinistra in via Decumana. Avanti ancora per 500 metri e quindi a destra e in salita per altri 100 metri. Quindi a  sinistra in via Roma per altri 200 metri e quindi a destra per via Montegrappa. Saliamo per altri 500 metri e quindi andiamo a sinistra in via Sant'Antonio. Ancora a sinistra per altri 100 metri e quindi a destra in via San Giorgio. Stiamo per salire in maniera importante verso la chiesetta di San Giorgio. Sono circa 700 metri di intensa salita ( transiteremo accanto alla recinzione sud di un noto agriturismo). Saliamo sino a un’area di parcheggio sulla destra. Alla nostra sinistra ecco un sistema di piccole mura a ciottoli che ci porterà dopo una salita di circa 300 metri alla nostra prima meta : la chiesetta di San Giorgio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

VERSO SAN GIORGIO

ORATORIO EREMO S. GIORGIO

Il tempietto con adiacente una casetta d'abitazione è caratterizzato dal bel campanile, con sulla punta una grande statua di Sant'Antonio Abate, protettore degli animali domestici e da lavoro. Non vi sono notizie certe sull'origine del tempietto sul colle di Paveion, un tempo 'Comun' autonomo, come non chiarissimo l'abbinamento tra San Giorgio di Lidda e Sant'Antonio Abate. Posto sul Colle della Bastia di San Giorgio confinava un tempo con i boschi appartenuti ai beni comunali. A seguito del testamento del 6 maggio 1584, del nobiluomo Lorenzo Pasqualigo, il parroco di allora Don Giulio Carozzi organizza una consultazione al fine di sistemare un eremita quale custode della chiesetta, ma la cosa non fu approvata. Il 14 maggio 1689 Bernardin Trento lascia in eredità all'oratorio un pezzo di terreno adiacente, con l'obbligo di celebrare almeno una messa nel giorno della festa di San Giorgio. Terreno in seguito venduto dalla parrocchia di Caniezza, facendo cadere l'obbligo della prescrizione religiosa, sostituita da una decima a carico dei colmellanti. Cent'anni dopo, nel 1789, vi sono notizie di un eremita che viveva e curava l'oratorio con le elemosine dei numerosi fedeli.

SAN GIORGIO
SAN GIORGIO VISTA VERSO POSSAGNO

San Giorgio di Lydda. Chi era costui?

Per avere un’idea del diffusissimo culto che il santo cavaliere e martire Giorgio, godé in tutta la cristianità, si danno alcuni dati. Nella sola Italia vi sono ben 21 Comuni che portano il suo nome. Forse nessun santo sin dall’antichità ha riscosso tanta venerazione popolare, sia in Occidente che in Oriente. Vari Ordini cavallereschi portano il suo nome e i suoi simboli, fra i più conosciuti: l’Ordine di S. Giorgio, detto “della Giarrettiera”; l’Ordine Teutonico, l’Ordine militare di Calatrava d’Aragona; il Sacro Ordine Costantiniano di S. Giorgio, ecc.

È considerato il patrono dei cavalieri, degli armaioli, dei soldati, degli scouts, degli schermitori, della Cavalleria, degli arcieri, dei sellai; inoltre è invocato contro la peste, la lebbra e la sifilide, i serpenti velenosi, le malattie della testa. Il suo nome deriva dal greco ‘gheorgós’ cioè ‘agricoltore’. Detto tutto questo, si può capire come il suo culto così diffuso in tutti i secoli, abbia di fatto superato le perplessità sorte in seno alla Chiesa, che in mancanza di notizie certe e comprovate sulla sua vita, nel 1969 lo declassò nella liturgia ad una memoria facoltativa; i fedeli di ogni luogo dove è venerato, hanno continuato comunque a tributargli la loro devozione millenaria. La sua figura è avvolta nel mistero, da secoli infatti gli studiosi cercano di stabilire chi veramente egli fosse, quando e dove sia vissuto; le poche notizie pervenute sono nella “Passio Georgii” che il ‘Decretum Gelasianum’ del 496, classifica tra le opere apocrife (supposte, non autentiche, contraffatte); inoltre in opere letterarie successive, come “De situ terrae sanctae” di Teodoro Perigeta del 530 ca., il quale attesta che a Lydda (Diospoli) in Palestina, oggi Lod presso Tel Aviv in Israele, vi era una basilica costantiniana, sorta sulla tomba di san Giorgio e compagni, martirizzati verosimilmente nel 303, durante la persecuzione di Diocleziano. Sappiamo come già detto senza certezze, che Giorgio era nato in Cappadocia ed era figlio di genitori cristiani che lo educarono cristianamente; da adulto divenne tribuno dell’armata dell’imperatore di Persia Daciano, ma per alcune recensioni si tratta dell’armata di Diocleziano (243-313) imperatore dei romani, il quale con l’editto del 303, prese a perseguitare i cristiani in tutto l’impero. Il tribuno Giorgio di Cappadocia allora distribuì i suoi beni ai poveri e dopo essere stato arrestato per aver strappato l’editto, confessò davanti al tribunale dei persecutori, la sua fede in Cristo; fu invitato ad abiurare e al suo rifiuto, come da prassi in quei tempi, fu sottoposto a spettacolari supplizi e poi buttato in carcere.

Qui ha la visione del Signore che gli predice sette anni di tormenti, tre volte la morte e tre volte la resurrezione. E qui la fantasia dei suoi agiografi, spazia in episodi strabilianti, difficilmente credibili: vince il mago Atanasio che si converte e martirizzato; viene tagliato in due con una ruota piena di chiodi e spade; risuscita operando la conversione del ‘magister militum’ Anatolio con tutti i suoi soldati che vengono uccisi a fil di spada; entra in un tempio pagano e con un soffio abbatte gli idoli di pietra; converte l’imperatrice Alessandra che viene martirizzata; l’imperatore lo condanna alla decapitazione, ma Giorgio prima ottiene che l’imperatore ed i suoi settantadue dignitari vengano inceneriti; promette protezione a chi onorerà le sue reliquie ed infine si lascia decapitare. Il culto per il martire iniziò quasi subito, come dimostrano i resti archeologici della basilica eretta qualche anno dopo la morte (303?) sulla sua tomba nel luogo del martirio (Lydda); la leggenda del drago comparve molti secoli dopo nel Medioevo, quando il trovatore Wace (1170 ca.) e soprattutto Jacopo da Varagine († 1293) nella sua “Leggenda Aurea”, fissano la sua figura come cavaliere eroico, che tanto influenzerà l’ispirazione figurativa degli artisti successivi e la fantasia popolare. Essa narra che nella città di Silene in Libia, vi era un grande stagno, tale da nascondere un drago, il quale si avvicinava alla città, e uccideva con il fiato quante persone incontrava. I poveri abitanti gli offrivano per placarlo, due pecore al giorno e quando queste cominciarono a scarseggiare, offrirono una pecora e un giovane tirato a sorte. Un giorno fu estratta la giovane figlia del re, il quale terrorizzato offrì il suo patrimonio e metà del regno, ma il popolo si ribellò, avendo visto morire tanti suoi figli, dopo otto giorni di tentativi, il re alla fine dovette cedere e la giovane fanciulla piangente si avviò verso il grande stagno. Passò proprio in quel frangente il giovane cavaliere Giorgio, il quale saputo dell’imminente sacrificio, tranquillizzò la principessina, promettendole il suo intervento per salvarla e quando il drago uscì dalle acque, sprizzando fuoco e fumo pestifero dalle narici, Giorgio non si spaventò, salì a cavallo e affrontandolo lo trafisse con la sua lancia, ferendolo e facendolo cadere a terra .Poi disse alla fanciulla di non avere paura e di avvolgere la sua cintura al collo del drago; una volta fatto ciò, il drago prese a seguirla docilmente come un cagnolino, verso la città. Gli abitanti erano atterriti nel vedere il drago avvicinarsi, ma Giorgio li rassicurò dicendo: ”Non abbiate timore, Iddio mi ha mandato a voi per liberarvi dal drago: Abbracciate la fede in Cristo, ricevete il battesimo e ucciderò il mostro”. Allora il re e la popolazione si convertirono e il prode cavaliere uccise il drago facendolo portare fuori dalla città, trascinato da quattro paia di buoi.

La leggenda era sorta al tempo delle Crociate, influenzata da una falsa interpretazione di un’immagine dell’imperatore cristiano Costantino, trovata a Costantinopoli, dove il sovrano schiacciava col piede un drago, simbolo del “nemico del genere umano”. La fantasia popolare e i miti greci di Perseo che uccide il mostro liberando la bella Andromeda, elevarono l’eroico martire della Cappadocia a simbolo di Cristo, che sconfigge il male rappresentato dal drago. I crociati accelerarono questa trasformazione del martire in un santo guerriero, volendo simboleggiare l’uccisione del drago come la sconfitta dell’Islam.

Ma non è finita. Seguendo il sentiero che si inerpica a nord sulla sinistra della chiesa, sotto un bosco fitto, e dopo pochi tornanti ecco sulla nostra destra una traccia. Alziamo la testa: ci sono dei ruderi: sono quelli del Castel della Bastia

CASTEL DELLA BASTIA
 

Al momento attuale non esistono notizie precise sull'epoca dell'insediamento di una qualsiasi struttura sulla sommità del Col della Bastia in Comune di Cavaso. In assenza di un qualsiasi reperto o documento appare azzardato ipotizzare la presenza in loco di un insediamento di epoca longobarda, come pur testimoniato dal toponimo San Giorgio riferito all'oratorio, sul versante immediatamente a sud-est. D'altronde la presenza longobarda verso il VII - VIII secolo risulta sia da prove documentali certe che dai toponimi diffusi nella zona tra Piave e Brenta.

 

È interessante notare come dal Col della Bastia sia possibile controllare agevolmente il fondovalle nel tratto compreso tra il valico di Costalunga, al termine della Vai Maor, fino al Piave, probabile tracciato del prolungamento a Feltre della via Aurelia che, in epoca romana, collegava Asolo con Padova. Anche del periodo franco sono rari i dati documentali cosi come, allo stato attuale, risulta difficoltoso stabilire la datazione esatta degli incastellamenti in zona tra il X e il XIII secolo, incastellamenti nati probabilmente dall'esigenza di proteggere le popolazioni locali dalle incursioni degli ungheri appunto nel X secolo. Sono numerosi su tutta la pedemontana i resti di incastellamenti probabilmente tutti coevi (si ricordano Castelciés e la Bastia di Onigo ecc.) e per quasi tutti è impossibile datarne l'epoca di impianto, se non a grandi linee, così come rimane difficoltoso definire i numerosi passaggi di mano tra le varie famiglie della zona (i Rover, gli Onigo, i da Castelli, i Maltraversi, i da Romano, i da Cavaso ecc.) la Diocesi e il Comune di Treviso, vari altri enti o potentati ecclesiastici e no.

Della famiglia dei «da Cavaso» si ha traccia in due atti, datati 10 luglio e lì dicembre 1076, relativi alla cessione di alcuni beni, siti a Ponzano e Codalido, da parte di Ezelo da Onara a Giovanni da Cavaso. Questi atti confermano l'esistenza di una famiglia politicamente ed economicamente ben consolidata e sembrano rendere lecito ipotizzare l'esistenza di una struttura fortificata alla quale la famiglia stessa faceva riferimento. Questa ipotesi pare indicare la presenza di un castrum dei «da Cavaso» in epoca antecedente quella delle altre strutture fortificate signorili che fonti scritte, suffragate dalle datazioni ricavate da fonti archeologiche recenti, collocano verso la fine del XII secolo.

L'unico riferimento certo sulla presenza di una struttura fortificata in Cavaso risale al XIV secolo, precisamente all'ottobre del 1386, durante le azioni dell'esercito scaligero, al comando del conte Luzo, nella guerra tra Verona e Padova. Dopo l'esigenza difensiva dovuta alle scorrerie degli ungheri e fino a tutto il XV secolo i vari incastellamenti, probabilmente anche il Castel della Bastia, furono mantenuti sia per esigenze difensive e di controllo del territorio che per affermazione di dominio e prestigio. In seguito, con lo stabilizzarsi del dominio veneziano (la Valcavasia era parte della podesteria di Asolo), la comparsa delle artiglierie e i nuovi sviluppi dell'arte militare, tutti questi insediamenti vennero abbandonati e probabilmente furono utilizzati come cava di prestito di materiale per le nuove costruzioni situate a valle. In epoca più recente la zona del Col della Bastia, come tutta la Pedemontana, fu interessata dagli avvenimenti della Grande Guerra. Anche il Castel della Bastia fu direttamente interessato dagli avvenimenti bellici come testimonia il ricovero in caverna ricavato sotto il mastio. Probabilmente fu utilizzato come osservatorio, data la posizione dominante, e come tale battuto dalle artiglierie austriache.

Torniamo ora sui nostri passi. Scendiamo da dove siamo venuti tenendo via San Giorgio sino ad uscire su via Sant'Antonio girando quindi a sinistra. Qualche metro più avanti ecco l'oratorio di Sant'Antonio.

 

ORATORIO DI SANT’ANTONIO CAVASO

L’attuale oratorio è dedicato a Sant'Antonio Abate risale al 1720, ma in precedenza ne esisteva un altro, con il medesimo titolo, distante da questo circa duecento pertiche (600 metri) verso Sud-est. L’edificio più antico, situato lungo la Val dei Damini, «restò sepolto dalle alluvioni che portarono gran materia dalla Monfenera». Nel 1789 confinava a mattina e a monte “col cortìvo di Nicodemo Manèra, a mezzodì via publica, a sera strada consortiva”. Al suo interno un bel altare barocco e alcuni affreschi del Piazza.  La sua presenza segna altresì l’inizio del colmello indicato come Pavejon.

Teniamo ora la destra e andiamo in via San Pio X. Giù per circa 300 metri e quindi dritti su via Monte Pertica: appena qualche metro e a sinistra in via Asiago. Circa 1 km più avanti all'altezza del cimitero teniamo la sinistra e quindi poco oltre usciamo su via San Pio X. Ora a sinistra per qualche metro e quindi a destra in salita per via Monte Tomba. Circa 700 metri più in su eccoci all'oratorio di Santa Cecilia.

SANTA CECILIA

L'oratorio attuale, dedicato a Santa Cecilia Vergine e Martire, venne fabbricato da Agostino Lorenzi nel 1677 e, all'epoca della sua erezione, confinava da tutte le parti con i beni della stessa famiglia del costruttore.

In una relazione del 1789 leggiamo che l'oratorio attuale «guarda l'oriente, per liberarsi dalla soggezione di altro oratorio che per lo innanzi sotto il medesimo titolo trovavasi eretto nel mezzo a' suoi fondi di ragione dello stesso Comune  (di Pieve), circa cento pertiche lontano» (300 metri).

Lasciata la chiesa di Santa Cecilia, invertiamo la marcia; torniamo indietro in discesa  per circa 400 metri sino ad incrociare via San Pio X. Lì giriamo a sinistra e percorriamo la via per circa 400 metri. Siamo ora al centro di Pieve vicino a Vettorazzi. Ecco quindi la parrocchiale.

 

LA CHIESA DI CAVASO– PIEVE


E’ nota in tutta la Pedemontana del Grappa come la «ciésa granda de Cavaso». Situata in prossimità della borgata dei Vettoràzzi, è dedicata alla Visitazione di Maria Vergine ad Elisabetta. Viene citata per la prima volta come «pieve di Santa Maria» nella bolla papale di Eugenio III (1152) ed insignita con il titolo di Arcipretale con decreto del 1756. In origine, la chiesa parrocchiale di Cavaso era ad un'unica navata e, in seguito ad un grave incendio, nel periodo dal 1663 al 16 gennaio 1683 si provvide a riedificarla e ad ampliarla a tre navate, separate da cinque paia di colonne a ordine toscano. La chiesa venne consacrata del 1724. Nel 1826 invece si collocarono le due colonne del presbiterio, si applicarono all'interno il marmorino ed i pregevoli stucchi del Pivetta da Valdobbiadene. Alla fine del secolo scorso e nel primo decennio di questo, la bella facciata preesistente in stile romanico a rosone centrale e a tre finestre semicircolari, venne sostituita con un nuovo frontespizio di stile neoclassico settecentesco, ornato a sua volta da cinque statue dello scultore Francesco Sartor di Cavaso.  Con la guerra 1915-1918, soprattutto dopo la disfatta di Caporetto, quando la prima linea correva dal Grappa, al Salaról, al Pallón, al Tomba, alla Monfenèra, al Piave, la chiesa arcipretale di Cavaso subì gravissimi danni. Il tetto, sostenuto da un soffitto a capriata romanica, venne praticamente distrutto, così come crollò tutta la parte a settentrione e circa un terzo della facciata. 

L’altare maggiore, eretto in legno nel 1646, fu ricostruito in pietra nel XVIII secolo dai fratelli Sorgi di Venezia, staccato dal muro di fondo dell'abside, quindi con disposizione «alla romana». Del 1691 sono invece il tabernacolo a marmi policromi ed il parapetto della mensa, opera dello scultore bassanese Bernardo Tabacchi. Prima della guerra 1915-1918 vi erano ancora due statue dello stesso artista, poste ai margini dell'altar maggiore e dedicate rispettivamente a Maria Vergine e a Santa Elisabetta, cioè al titolo della pieve stessa: la «Visitazione». Danneggiate dagli eventi bellici, le sculture vennero poste provvisoriamente nella piazzetta a mezzogiorno.

 

Se ora osserviamo il lato sinistro della chiesa ci accorgeremo di una stradina che lì ha inizio e che scenderà fino all’avvallamento che sta sotto il colle su cui è posta la Chiesa di Cavaso. La prendiamo. E scendiamo per circa 500 metri.

Attraversiamo ora la strada e dirigiamoci in salita in via Alcide de Gasperi, stiamo salendo verso Granigo.

GRANIGO

 

La nuova strada del Molinetto, il secolo scorso ha di fatto isolato Granigo, luogo che un tempo si pregiava di essere addirittura un comune autonomo e densamente popolato così come risulta ancora nel catasto del 1717. Il piccolo paese, sempre nello stesso catasto appare come attraversato dall’antica strada pedemontana. Esso sorge sulle ultime balze del Monte Tomba e il borgo si struttura tutto attorno all’oratorio di Santa Costanza, corpo edilizio dominante dal quale si dipartono orizzontalmente nella direzione est-ovest due percorsi cinti dai muri delle case.

L'ORATORIO DI SANTA COSTANZA

 

L’oratorio di Santa Costanza è stato eretto nel  colmello di Granìgo dopo il terremoto che il 25 febbraio 1695 distrusse buona parte del territorio di Cavaso, arrecando gravi danni a tutta la Pedemontana del Grappa.

Lasciato l’oratorio di Santa Costanza scendiamo a sud su via Granigo per circa 200 metri e quindi svoltiamo a sinistra su via A.De Gasperi. La nostra nuova destinazione si chiama Virago.

 

VIRAGO (e le ciliegie)

 

Incontriamo questo borgo al confine di Cavaso del Tomba con Pederobba, quando la strada si inarca su un dosso e passa vicino a una chiesetta dedicata ai Santi Vittore e Corona che contiene una tela dipinta dal Borsato. Virago si sviluppa in due piccole parti: una a nord denominata Virago Alto (o de sora) che si protende con piccoli nuclei attorno al Col Turlon, in mezzo ad alberi da frutta  (ciliegi in particolare) che con i loro fiori in stagione alimentano le api allevate da alcuni produttori della zona, e Virago Basso (de soto) che si estende a piccole schiere di case e corti lungo la strada omonima che scende verso valle. Virago dal punto di vista geomorfologico è separata dal resto del territorio comunale in particolare da un avvallamento che la taglia ad ovest, costituito dalla prosecuzione fino alla piana del Curogna di Val Rospega. Verso oriente invece si collega direttamente con Costa Alta (ma siamo a Pederobba) attraverso un tratto di quella via che originariamente collegava tutti i paesi alti sui 300 metri del Massiccio del Grappa.

 

Di Virago se ne parla sin dal 780 d.C. La donazione del chierico Felix alla figlia Felicitas del maggio 780 riporta "...in loco Capati, vico Viriacus ..." da identificare senz'altro con l'odierna Cavaso del Tomba e la vicina frazione di Virago, entrambi centri rurali di un distretto pedemontano.

Una volta svoltato a sinistra su Via A.De Gasperi, andiamo avanti per circa 150 metri. Allo svincolo andiamo dritti a sinistra abbandonando la principale. Poco oltre e cioè circa 200 metri più avanti ecco una chiesetta sulla destra della strada.

LA CHIESETTA DI SAN VITTORE E CORONA A VIRAGO

 Eretta nel 1715 e poi mantenuto attivo dai colmellanti di Viràgo, l'oratorio è dedicato all'onore dei Santi Vittore e Corona, protettori della Città di Feltre. Ancor oggi i rapporti di confine sono gli stessi del momento della sua costruzione: a mattina beni privati; a monte, a mezzodì e a sera la strada.

 

Qui si chiude il nostro viaggio!

BASTIA
LA PIEVE DI CAVASO DEL TOMBA
PONTE ROMANO
GRANIGO
GRANIGO
SAN VITTORE E CORONA A VIRAGO