IN BICI A BORSO DEL GRAPPA
 

Caratteristiche tecniche del percorso

Lunghezza : 29 km.

Difficoltà :difficile per gli strappi in salita in particolare e per il continuo Sali-scendi. 

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ACQUE
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PARROCCHIALE DI BORSO
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Ci troviamo nell’estremità nord- ovest della Provincia di Treviso, ai confini con la provincia di Vicenza. Borso del grappa è situato ai piedi del Grappa, sulla fascia prealpina che va dal Brenta al Piave, disteso fra il Massiccio calcareo alle sue spalle, e le dorsali collinose che si abbassano verso la pianura. A Borso c’è tutto: la montagna, anche rocciosa del Grappa, la collina dei tratti a sud, la piana della parte centrale. Le sue borgate sorgono su coni e formazioni sedimentarie, provenienti da valli talora profonde, altre volte più aperte e dai versanti ammorbiditi. A cominciare da ovest si trova la Valle di S. Felicita che si addentra profondamente nel Massiccio del Grappa, seguono le varie incisioni, prodotte da torrenti che scendono sul versante meridionale dei monti. 

Il toponimo: Il nome Borso è davvero di incerta derivazione! Ci sono varie ipotesi che però appaiono non del tutto credibili: le riportiamo comunque:  ecco allora quelle che lo fanno derivare da nomi di piante del luogo (bosso, pianta coltivata a scopo ornamentale, o bruscum, da cui borsei e brussiei che nel Bellunese significano rispettivamente erica e uva orsina) o quelle che propongono una derivazione da nomi personali: Bonaccorso, sincopato, nella parlata locale, in Borso, o Bursa, cognome documentato nel Veneto. Borso, in altre parole, deriverebbe da una contrazione della parola «bo[nacco]rso» ossia «benvenuto». Secondo le fonti storiche, fu proprio un certo «Bonaccorso» contratto in «Borso» dal popolo, a dar origine alla nobile famiglia che, per secoli, portò tale cognome. Da questa famiglia avrebbe preso il nome il colmello e il paese. Esistono in Borso, nomi di località e di vie di facile derivazione, come: via Madonna dell'aiuto, via Crosera, via Busa, via Appocastello (presso il castello), via Molinetto, via Molini, via dei Prai, via S. Pietro, Via Zaghi,via S. Pio X, via Matteo Fabbian (un aviatore morto nella guerra 1915-18) via Italo Girardi, via Cassanego. E poi, Via Piovego: dal latino «pubblicus», luogo pubblico, Via Callesello: strada o via piuttosto stretta (calle), Via Lavazze: il nome significa smottamento (dal latino labes), Loc. Chiesure o Chiusure: luogo chiuso da alberi da frutto, Loc. Cibera o Cibara: (dal latino Cibaria) pascolo, foraggio per il bestiame, che deve essere stato assai abbondante, data la vicinanza alle Somegane, Loc. Somegane: il nome della località, ricca d'acqua, è legato al culto antico di fate o streghe acquatiche «Le Guane» contrazione di Aquane.

Ma cosa sono le Aquane   Una bella leggenda ci può aiutare .Tre belle ragazze venivano a Primiero ogni estate per vendere fiori; nessuno mai aveva visto fiori così prima. Erano tutte e tre molto belle, ma erano anche così timide che fuggivano ad ogni leggerissimo rumore ed erano così silenziose che si capivano solamente tra di loro facendo piccoli cenni con la testa. Sul loro conto le persone avevano inventato strane storie. Alcuni dicevano che queste ragazze non erano esseri umani; altri pensavano che erano probabilmente Guane; altri ancora che vivevano nei fiumi... Ad un giovane pastore della valle, che si chiamava Siror, non importava nulla di tutte queste voci. Questi era pazzamente innamorato di una delle tre ragazze, quella che aveva capelli lunghi color oro. Non poteva toglierle gli occhi di dosso. Il pastore trascurava la sua pecora e gli amici e la seguiva dappertutto, da villaggio a villaggio, intervenendo ogni qual volta qualcuno la infastidiva o correndo a far tacere il rumore di una segheria o l'abbaiare di un cane. Un giorno Siror decise di scoprire dove vivevano le tre fanciulle. Giunta la sera il pastore non ritornò come al solito a casa, ma seguì le ragazze ad una distanza tale da non essere visto. Siror si stupì quando vide che le fanciulle si erano fermate sulla riva del fiume Cismon, e, dopo essersi tuffate nell'acqua, avevano nuotato per un po' fino a che si trasformarono in tre belle... lontre! Il povero Siror si spaventò e così piangendo crollò per terra svenuto. Le  Guane, o per meglio dire le tre lontre, nuotarono fino alla riva, uscirono dall'acqua, e tramutatesi nuovamente in donne corsero vicino al pastore. La ragazza coi capelli d'oro accarezzò il ragazzo privo di sensi e lo baciò sul sopracciglio, sulle guance e sulle labbra. - Perché mi hai seguito fin qui? - sussurrò piangendo la Guana. - Ora il nostro segreto è stato svelato e non potremo più mostrare a nessuno i nostri volti. Dovremo vivere per sempre come lontre anche se spero di vederti ancora. Ti ricorderai di me?  Le altre due Guane allontanarono dolcemente la fanciulla dal corpo del pastore e la riportarono all'acqua. Subito dopo si trasformarono ancora una volta in lontre e scomparvero fra le onde. Quando Siror si svegliò la mattina dopo, all'inizio pensò che fosse stato tutto un sogno: le Guane, le lontre, la ragazza coi capelli d'oro... Il pastore rimase in piedi sospirando tristemente e stava per voltarsi per tornare a casa quando riguardò tutto il prato dove aveva dormito. Il campo era coperto da una grande moltitudine di pallidi fiorellini blu, dello stesso tipo di quelli che le Guane vendevano nella valle ogni estate. Nello stesso istante la sua attenzione fu attirata da un improvviso schizzo d'acqua. Siror si girò e là, al centro del torrente, vide una linea di schiuma dorata, e sentì delle parole pronunciate con una vocina flebile: - Non dimenticarmi... non dimenticarmi! 

LE ACQUE DI BORSO DEL GRAPPA. Le precipitazioni atmosferiche, raccolte dalle doline (cavità circolari, formatesi per carsismo, cioè per l'erosione a opera di acque superficiali o per frane dovute ad acque sotterranee) dei pianori del Grappa, assorbite e sottratte al regime di circolazione superficiale, penetrano attraverso la massa calcarea per uscire poi attraverso i detriti di falda e le alluvioni nella zona pedemontana. Molte sono le sorgenti  di Borso, (almeno 20) che, tra i comuni della collina, è il più ricco di acque. Sono per questo da ricordare le Somegane alla Cibera, che si gettano sul Volon, proveniente dalla valle di S. Andrea; il Fonal, presso la Pieve di S. Eulalia. In località Molini, c’è tutta una serie di grosse polle d’acqua: sono come le “risorgive” e scaturiscono all’unghia del conoide di deiezione del torrente Cornosega. A Semonzo, poco a sud della Parrocchiale, scaturiscono altre polle confluenti in un unico serbatoio. In contrada Semonzetto, verso oriente, sorgono i cosiddetti Fontanelli; ai confini con Romano, il Fonte dell’Aglio in località Mardignon, noto fin dai tempi remoti, come testimonia il ritrovamento di copioso materiale archeologico, e la Fontanella dei Sassetti in valle di S. Felicita. 

UN PO’ DI STORIA  Gli insediamenti nel territorio di Borso affondano le loro radici in un lontanissimo passato: si ha testimonianza di presenze paleovenete sia a Cassanego (corredi funebri), sia a Semonzo (sepolcreti). S. Eulalia è indubbiamente centro di grande interesse archeologico. Fu, infatti, stazione paleoveneta con villaggi di capanne, come prova il materiale reperito durante la costruzione del campanile, tra cui un'urna cineraria da assegnare all'età del ferro. In età romana Borso appartenne all'ambito territoriale del Pagus Misquilense e ciò è dimostrato dalla lapide sepolcrale di Caio Vettonio Massimo (III secolo d.C.), scoperta nelle rovine della chiesa vecchia di S.Cassiano (andata distrutta verso la fine del 1700), posta un po' più a Nord dell'attuale parrocchiale di Borso. Nel 1879, nel corso di scavi effettuati sul piazzale della Chiesa  furono portati alla luce dieci scheletri ed alcuni frammenti di marmo raffiguranti simboli paleocristiani. Tombe di laterizi, scoperte nella parte bassa del paese, provano che anche Borso era certamente abitato in epoca romana

L’Evangelizzazione. Si sono diffusi probabilmente tra il 402 e il 568 (quando i Longobardi iniziarono la conquista dell'Italia Settentrionale) i culti di S. Severo, nella parrocchiale di Semonzo, e di S. Felicita (S. Fidà), abbadessa del monastero di S. Giustina in Padova, morta sul finire del V secolo e alla quale è dedicata la chiesetta in prossimità della valle omonima,  e poi i culti di S. Eulalia e di S. Cassiano, venerato quest’ultimo in passato a Cassanego e a cui è dedicato un altare nella chiesa della Pieve.  L'evangelizzazione avvenne per opera dei missionari provenienti da Padova, il primo episcopato delle Venezie. S. Eulalia, la più antica Pieve della pedemontana fra Brenta e Piave (fine del IV inizio del V secolo) fu verosimilmente centro di irradiazione del Cristianesimo, con un processo di geminazione da cui derivarono tutte le altre chiese della zona pedemontana. I Longobardi giunsero in Italia nel 568-569, per la via delle Alpi Orientali. Occuparono tutta l'Italia Settentrionale. Alcuni toponimi locali, reperti archeologici e il culto di certi santi rivelano presenze longobarde. Tra i santi, pare vi siano anche S. Zenone, cui è dedicata la chiesa parrocchiale di Borso, e S. Martino, cui era titolata una chiesetta, ora scomparsa, sulla Rocca di Semonzo. Per rintracciare la prima citazione documentaria riferita a Borso dobbiamo risalire però al 1085. Si tratta di un atto di donazione di cui fu beneficiaria l'abbazia benedettina di S. Eufemia di Villanova (attuale Abbazia Pisani). Venivano lasciate 168 masserizie (poderi-fattoria, con mulini e chiese private), situate in zone di Vicenza, Feltre, Treviso e nel Pedemonte, fra cui a Borso e a Semonzo. A metà del secolo XII il Vescovo di Treviso era titolare oltre che della sua diocesi anche di diritti temporali più o meno estesi a Cornuda, Rovigo, Pederobba, Cavaso, Asolo, S. Zenone, Fonte, Semonzo e, più tardi, proprietario di terre in quel di Borso e S. Eulalia. Merita a questo proposito di essere ricordato un documento datato 3 Maggio 1152 riferentesi a una Bolla di Papa Eugenio III con la quale si confermava al Vescovo di Treviso la Rocca di Semonzo con il villaggio e tutti i terreni ad esso attinenti (si tratta della chiesa di S. Martino con annesso castello di cui restano pochi segni, sulla sommità della collina). Verso la fine del secolo XII tra i vassalli del Vescovo che avevano proprietà a Borso,Sant'Eulalia,Semonzo,Cassanego figurano gli Ezzelini e i Camposampiero ed è dal Pedemonte che, secondo i cronisti del tempo, ai Da Romano provenivano le truppe più fidate e devote. Accanto al castello della Rocca di Semonzo,si deve ricordare anche quello di Borso. Incerta è la data o il periodo in cui fu eretto dagli Ezzelini. Nella spartizione dei beni della famiglia tra i fratelli Ezzelino ed Alberico, fu assegnato a quest'ultimo. La fortezza visse poi le tragiche vicende del suo possessore. Sconfitto ed ucciso nel 1260, i Trevigiani occuparono e saccheggiarono ogni suo dominio. Il castello era situato sopra la chiesa parrocchiale e significativo è il toponimo Casteler. Secondo una testimonianza, un castello doveva sorgere anche a S. Eulalia, ma l'ubicazione è assai incerta. Dovrebbe, comunque, trattarsi di fortificazione risalente all'epoca romana. Spentisi in modo violento i Da Romano, Borso e il suo territorio entrarono a far parte della Signoria della Città di Treviso, per poi finire definitivamente nella Repubblica di Venezia, incorporati nell'ambito della neocostituita podestaria di Asolo.

Il periodo della dominazione veneziana non appare segnato da vicende particolari, se si eccettua l'abbattersi su queste terre di alcune gravi calamità naturali, tra cui il disastroso terremoto di S. Costanza del 1695. A Borso, delle duecentonovantaquattro case, cento crollarono, le altre furono gravemente danneggiate. La Chiesa fu in parte distrutta e il campanile atterrato. Il terremoto ebbe gravissime conseguenze sulla scarsa economia del paese. Infatti, l'industria dei panni andò progressivamente scomparendo. Con la fine della Repubblica Veneta (1797), Borso entrò a far parte del Ducato Veneto sotto l'Austria, quindi del Regno d'Italia. Con regio decreto 1920 al Comune di Borso è stato aggiunto il predicativo "del Grappa". 

El biso de Borso. La definizione “Biso de Borso”, protetta da marchio, si applica esclusivamente ai baccelli delle varietà della specie “Pisum Sativum L.” destinati al consumo allo stato fresco e coltivati nel Comune di Borso del Grappa con tecniche agronomiche tradizionali, senza impiego di pesticidi, concimi chimici di sintesi e di tecniche di forzatura. Il gusto delicato, la particolare tenerezza e l’equilibrata dolcezza che caratterizzano il “Biso de Borso” hanno contribuito a farne un prodotto unico e ricercato. Il clima, l’esposizione, la giacitura e la tipologia dei terreni (sciolti e con pH leggermente alcalino) giocano un ruolo fondamentale nel determinarne le caratteristiche organolettiche.

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La Pipa di Borso.  Dopo gli eventi della Grande Guerra nacque, originata dalla creatività, dalla fantasia e dalle necessità economiche di qualche cittadino, la Pipa di Borso. Ricavata dal legno di tarpino e di marasca, intagliata  dalle abili mani del "Piparo" nelle dimensioni e nelle forme più diverse, decorata sempre ad intaglio con figure di fiori e di animali delle nostre montagne, se ne trasformò l'uso per il fumo, in quello di oggetto ornamentale. Quest'arte povera e semplice diventò la principale fonte di sostentamento per molte famiglie di Borso fino agli anni `70, quando l'insediamento di nuove attività produttive più redditizie e l'avvento di nuove tecnologie ne provocarono la graduale scomparsa. La produzione della Pipa di Borso venne ripresa verso gli anni `80, grazie all'impegno e alla bravura di alcuni artigiani locali che usarono come materiale di lavorazione oltre al legno anche la ceramica. La Pipa di Borso era quindi destinata al mercato dell'oggettistica e rappresentava un tipico esempio dell'artigianato locale, oltre che espressione di una parte della tradizione, cultura e storia di Borso. Attualmente, perduta ormai completamente la tradizione, se ne possono ammirare gli ultimi stupendi esemplari presso il Municipio di Borso del Grappa.

Partiamo per il nostro viaggio dunque! PRIMA TAPPA – DALLA CHIESA DI BORSO A CASSANEGO. Il punto di partenza è posto presso la parrocchiale di Borso del Grappa posta in via Italo Girardi.

LA CHIESA  ARCIPRETALE DI BORSO DEL GRAPPA

Nel centro di Borso del Grappa si trova l'importante Chiesa Arcipretale dedicata a San Zenone. La  fattura della Chiesa è moderna (1910-1929) e non di particolare pregio. Ma non è questa l’originaria chiesa; infatti la chiesa fu abbattuta all’inizio del 1900 (a sua volta aveva occupato lo spazio di un’altra demolita sul finire del 1700), ed era opera dell’architetto Antonio Gaidon, mentre Jacopo Guarana ne aveva affrescato il soffitto con una Ascensione al cielo. Di questo lavoro gaidoniano non rimane oggi che il coro, trasformato in sacrestia ora ricca di bellezze settecentesche. Notevoli sono invece le opere in essa contenute. Sull’altare maggiore ecco le sculture di S. Zenone e di S. Giovanni Battista, opera di G. B. Bonazza, e poi la pala di Jacopo da Ponte che raffigura la Madonna con il Bambino. 

PARROCCHIALE DI BORSO

Notevoli sono invece le opere in essa contenute. Sull’altare maggiore ecco le sculture di S. Zenone e di S. Giovanni Battista, opera di G. B. Bonazza, e poi la pala di Jacopo da Ponte che raffigura la Madonna con il Bambino. 

Jacopo da Ponte, detto Jacopo Bassano. S'ignora con precisione l'anno di nascita di Jacopo ; da alcuni storici è fissata nel 1510. Poco si conosce inoltre della sua giovinezza. Si può immaginare che iniziasse la sua attività alla scuola del padre Francesco, un seguace del Mantegna. Il padre di Jacopo, aveva realizzato una bottega di pittura nei pressi del famoso ponte sul Brenta, onde il cognome Da Ponte, passato alla famiglia. Tra il 1530 e il 1535 Jacopo fece molti viaggi a Venezia. Poteva quindi avere contatti con quegli ambienti artistici e con lo stesso Tiziano (sia pure indirettamente), come dimostrano le sue opere. E dovette pure guardare con occhio attento, i dipinti di Lorenzo Lotto, artista per il quale il giovane Jacopo mostra un particolare interesse. Ebbe sette figli. Ad essi e alla loro bottega si deve il diffondersi, anzi il dilagare, della « maniera bassanesca ». Morì a Bassano nel 1592.

Fuori dalla chiesa si conserva ancora il vecchio campanile in pietra viva e la canonica. 

Lasciamo dunque la chiesa di Borso alle nostre spalle e dirigiamoci a nord est in salita. Stiamo raggiungendo via Rore.  Via Rore, con la valle dei Rori, prende il nome da una pianta il «roro» ossia il rovere, che è ancora comune in questi paraggi. Facciamo 600 metri ed ecco che la strada ora assume una nuova denominazione: via Cassanego. Dopo 800 metri eccoci entrare nel borgo. La salita è stata impegnativa : oltre il 7% di pendenza mediaSulla strada la nostra pedalata davvero faticosa è allietata da una bella fontana di acqua fresca “protetta” da immagini sacre.

CASSANEGO…la “Asolo” della Pedemontana!

Il toponimo. Il nome deriva secondo alcuni, dal santo patrono Cassiano, cui anticamente era dedicata la chiesa attualmente consacrata a S. Eurosia; altri propendono per una origine da “cassia”, dialettale per acacia. Adagiato in un incantevole paesaggio montano, Cassanego è il borgo più affascinante di Borso. Posto ad un’altitudine di circa 380 m s.m. gode, grazie alla sua posizione ed esposizione, di un’ottima visuale che spazia nella pianura sottostante dal Piave al Brenta; Cassanego, per la particolare conformazione, appare come un paese autonomo e indipendente, isolato nella sua quiete, e per questo non è difficile paragonarlo all’Asolo della pedemontana. Appare come regola o paese autonomo nel Medioevo, in documenti del 1223 e del 1305. Nel 1314, persa la sua autonomia, forma un’unica comunità con Sant’Eulalia. Agli inizi del 1500, la contrada, per poter usufruire maggiormente dei beni della montagna, si unì a Borso. Che si tratti di centro antico, lo dimostrano i numerosi reperti archeologici, tra i quali spicca un sarcofago paleoveneto rinvenuto nel 1807, custodito ora nel museo civico di Asolo. Il conglomerato urbano di contrada Cassanego, benché in parte deturpato, ha una sua originalità, dovuta anche alla posizione. Raggiungibile comodamente sia da Sant’ Eulalia che da Borso, Cassanego è una meta ideale per chi voglia trascorrere qualche ora di relax, non lontano da casa, immersi nella natura e nella storia. A Cassanego ebbe i natali l’incisore Bernardo Zilotti (1730-1795). Caratteristica è la chiesa posta nel centro del colmello dedicata a Sant’Eurosia, raffigurata tra l’altro, nella tela dell’oratorio. L’oratorio, come ricorda una iscrizione latina, sulla facciata porta il titolo della Madonna, di S. Giovanni e di S. Eurosia, della quale, nell’oratorio, esiste una modesta pittura su tela.

L’oratorio di Sant’Andrea è stato interamente rifatto tra il 1870 ed il 1886. La tradizione lo addita come il più antico centro parrocchiale di Borso. In una visita pastorale del 1587 si accenna, per la prima volta, alla chiesetta di Sant’Andrea “distante dalla parrocchiale 450 m., quasi in rovina”. Modesta la tela del titolare sull’altare.

ORATORIO DI SANT'ANDREA CASSANEGO

SECONDA  TAPPA – DA CASSANEGO A SANT’EULALIA (sconfinando per Crespano del Grappa)

Superata la chiesa di Cassanego, procediamo dritti. Seguiremo ora un tratto davvero panoramico e suggestivo che ci porterà tra passaggi aperti e improvvisi boschi, dopo circa 1,2 km nel territorio di Crespano del Grappa. Usciamo quindi all’incrocio in Via Santa Lucia. Scendiamo per circa 1,7 km sino al borgo della Gherla. Usciamo quindi in via Molinetto e giriamo a destra. Facciamo circa 50 metri e giriamo a sinistra in via Cao di Gorghe. Fatti circa 300 metri in direzione sud, all’altezza di una curva noi procediamo dritti sullo sterrato. Facciamo circa 400 metri sino a uscire su Via Asolana, la attraversiamo spostandoci lievemente sulla sinistra  e procediamo ancora a sud per  circa 800 metri . Immersi in dolci siepi che ci tengono al riparo dal sole, giungiamo quindi all’incrocio  ove gireremo a destra per circa 300 metri. Giunti all’incrocio e ritrovatici in via Misquile, teniamo la destra in direzione nord. Facciamo circa 900 metri sino a giungere in via Duca, via che troveremo sulla sinistra. La percorriamo tutta entrando nella borgata sino a uscire in via Crosera dopo 500 metri condotti in una sorta di “cerchio”e giriamo a sinistra. Siamo nel cuore della frazione di Sant’Eulalia. Eccoci quindi la villa Ca’ Fornari!

CA’ FORNARI –CELOTTO

Posta all’incrocio di Via Crosera con Via Duca circondata da ampio brolo e numerose adiacenze che costituirono, per secoli, un’unica proprietà, andata successivamente frantumandosi. Si tratta di una villa in cui si svolse, per due secoli (Sei-Settecento), quella attività - la lavorazione della lana - che caratterizzò questa terra, lasciandovi alcuni ricordi negli archi, in qualche mulino, in certi toponimi come “petener, petenea”. E’ della famiglia Fornari figura tra le più note ed illustri di Asolo. Il capostipite, giureconsulto e notaio, vi si stabilì, provenendo da Sant’Eulalia, verso la metà del sec. XVII. Venne ascritto al consiglio dei nobili di Asolo. La famiglia Fornari si estinse alla fine del 1800, mentre il ramo di Sant’Eulalia sopravvisse fino agli anni 1940.

CA' FORNARI CELOTTO

Dirigiamoci ora a nord proseguendo su via Crosera sino ad incrociare, dopo circa 100 metri, via Vecchia del Molinetto e davanti a noi Ca’Fabbian!

CA’ FABBIAN Un angolo caratteristico, costituito da vecchie case adornate da due archi del sec. XVII; qui si può cogliere all’incrocio fra via Crosera e via Vecchia del Molinetto questa villa. Su una parete della seicentesca Ca’ Fabbian fa bella mostra di sè il più semplice, ma anche il più mistico tra i numerosi capitelli di Sant’Eulalia. Recentemente restaurato, rappresenta la Vergine in trono tra i SS. Antonio e Francesco. 

CA FABBIAN ECC.

Giriamo ora a destra continuando su via Crosera, ed ecco gli archi di questa via!

Se ora guardiamo alla nostra sinistra una casa antica con una scritta importante:“In questa casa LORENZO PEROSI per diversi periodi di vacanza ospite gradito di Sant’Eulalia nel 1897 i Responsori di Natale compose Sant’Eulalia dei Misquilesi 1969”. Questa lapide, murata nella parete esterna di quella che fu la casa delle suore fino al 1980, ricorda un avvenimento e l’amicizia che legò per tutta la vita Lorenzo Perosi e Gio.Batta Cheso.

Facciamo 100 metri e quindi giriamo a destra su via Asolana.

LE PITTURE DI VIA ASOLANA

In via Asolana, si possono ammirare, benché deturpate, due pitture murali, rappresentanti una il Crocifisso fra S. Bonaventura e S. Francesco, l’altra l’Annunciazione. Questa era la casa di fra Raffaello da Sant’Eulalia (siamo appena entrati in via Asolana e dobbiamo guardare alla  nostra destra).

VIA ASOLANA

PIAZZA GARIBALDI  Ed eccoci all’ampia piazza Giuseppe Garibaldi, indicata in tutte te mappe come piazza di Sant’Eulalia. Cambiò titolare dall’inizio del 1900, essendo designata fino al 1944 come piazza Vittorio Emanuele III. Qui si svolgeva, dal 10 al 12 dicembre, in coincidenza con la festa della titolare, una fiera menzionata per la prima volta in un documento del 1315 del Comune di Treviso. La piazza, con le sue osterie, con le sue botteghe, con i suoi sedili in pietra e le possibilità d’incontro ha rappresentato il cuore del paese. Nei giorni di festa, fino agli anni cinquanta, si giocavano liberamente le bocce. Dominava la piazza, fino al 1985, il nobile palazzo Pistorello circondato da mura, con arco d’ingresso e brolo. Ingiuria del tempo, incuria ed offesa di uomini hanno fatto sparire il complesso.

PIAZZA GARIBALDI

IL MONUMENTO AI CADUTI DI S.EULALIA

E' in sostanza un enorme sasso, trascinato, con grande concorso della piccola comunità, che visse in quella occasione un momento epico della sua storia, da Cassanego a valle nel febbraio del 1928; a lato un fiero alpino, opera dello scultore di S. Zenone Francesco Rebesco (1897-1985) nell’atto di mirare Cima Grappa. E' stato inaugurato nel corso del 1933

CADUTI

Avanti ancora per 80 metri circa ed entriamo a sinistra e procediamo per 100 metri circa. Attraversiamo la provinciale. Poco davanti a noi l’imponente scalinata che ci porta alla parrocchiale di S.Eulalia.

LA CHIESA DI S.EULALIA L’edificio fu realizzato tra il 1773 ed il 1794 su disegno di Antonio Gaidon (1738-1829) . È’ di belle proporzioni architettoniche, sia all’esterno che all’interno. Il prospetto si erge su quattro colonne di stile corinzio, tra le quali vi sono semplici decorazioni con il simbolo della Santa Martire, titolare della pieve. L’interno, sempre di impostazione classica, ha il presbiterio decorato con stucchi originali di fattura veneziana. Opere pittoriche conservate nella pieve: Martirio di Sant’Eulalia di Andrea Zanoni (n. 1669), SS. Antonio, Carlo Borromeo di Giovanni Martino de Bonis (1753-1810) e dello stesso autore S. Cassiano, martirizzato dai suoi discepoli (1803), Cristo ascendente al cielo con ai piedi i SS. Giustina, Giovanni Evangelista e Prosdocimo di Giacomo Apollonio da Bassano (1584-1654). Sono conservati fuori culto le tele: Sosta della S. Famiglia nella fuga in Egitto di Ignoto, opera di notevole valore, Madonna in trono con S. Luigi ed Angeli di Ignoto, S. Giovanni Evangelista di Ignoto. L’altare maggiore ci offre il sorriso di un paliotto, trattato in altorilievo, di Francesco Bonazza (1700), con una Cena tutta ariosa, ricco di movimento e di grazia. L’organo, costruito da Gaetano Antonio Callido (1727-1873), dono del fratellastro di Antonio Canova, Mons. Sartori Canova, alla Pieve, in seguito all’abbattimento della Parrocchiale di Possagno che cedeva il posto all’attuale Tempio, é stato messo in opera il 1° Agosto 1797. Nella sacrestia è conservata una lapide, con scritta di rara bellezza stilistica, dettata dall’illustre latinista Pietro Canal che ricorda ai posteri il maestro Francesco Benozzo (1775-1820). Nel 1968, durante i lavori per la costruzione dell’attuale campo sportivo di Sant’Eulalia, sono venute alla luce le fondamenta della chiesa di S. Cassiano, di cui si conserva, in curia di Padova, l’atto di riconsacrazione del 29 maggio 1210. Completamente abbattuta tra il 1774 ed il 1794, periodo durante il quale si stava costruendo l’attuale pieve, il suo titolare trovò ricordo in un altare della nuova parrocchiale, con una pala di buona fattura di G. M. de Bonis (1803).

LA PIEVE DI SANT'EULALIA

IL SARCOFAGO DI CAIO VETTONIO

La “Saletta del Sarcofago” sita nella chiesa di S.Eulalia custodisce il sarcofago di Cajo Vettonio Fabia Massimo, Veterano, ornato di questa iscrizione:

“D(is) M(anibus) C(aius) Vettonius Fabia Maximus, Veteranus, ex militia reversus, vivos ipse sibi fecit, inque memoriam sui et colende sepolture rosis et escis, paganis Misquilen(sibus) sestertios nummus octingentos dedit, ex cuius summe reditu, rosam ne minus ex sestertiis nummis sedecim posuisse vellint et reliquum, quot est ex usuris escas rosales et vindemiales, omnibus annis, poni sibi voluit et loco uti iussit.”E questa è la traduzione: Agli dei Mani Cajo Vettonio Massimo, della tribù Fabia, Veterano, tornato dal servizio militare, fece da vivo (questo sepolcro) per sé e in sua memoria e per onorare con rose e con offerte la (sua) sepoltura, lasciò agli abitanti del pago di Misquile ottocento sesterzi perché, dal reddito di questa somma, offrissero non meno di sedici sesterzi di rose e, da quanto ancora si riceverà dall’impiego del capitale, volle che gli offrissero, ogni anno, offerte a primavera ed autunno e dispose che il sepolcro fosse accessibile (per portare le offerte).

I pagani Misquilesi occupavano una zona che abbracciava certamente tutta la pedemontana del Grappa. Filologicamente importanti i due termini “Rosales et Vindemiales” indicanti “la Primavera e l’Autunno”. Dal 1969, con una rievocazione storica in costumi romani, il desiderio testamentario di Caio Vettonio è tornato d’attualità. Il sarcofago meriterebbe, in loco, una sistemazione più decorosa! “Fu trovato a Sant’Eulalia, nelle rovine della chiesa vecchia di San Cassiano, collocata alla distanza di pochi passi dall’attuale” (G. Forlani, Notizie d’Asolo antico - Museo Civ. di Asolo 1718, p. 89).

 

Sant’Eulalia deve il nome alla Santa spagnola martirizzata all’età di dodici anni a Merida nel 303. La venerazione di questa martire forse è legata alla presenza dei Vettoni, originari della Spagna, nel pagus dei Misquilesi, nel cui territorio è compreso, appunto, il paese di S. Eulalia. La Santa Bambina. Santa Eulalia di Mérida (Mérida, 290 – Mérida, 304) è stata una giovane cristiana che ha subito il martirio sotto Diocleziano. Secondo la tradizione, Eulalia venne nascosta in campagna dai genitori che volevano evitare che ella si consegnasse in tribunale per proclamarsi cristiana. A nulla sarebbe valsa la premura dei suoi, giacché la piccola si sarebbe fatta guidare dalla "luce di Cristo" attraverso le tenebre della notte per sentieri inaccessibili, riuscendo a raggiungere il tribunale senza essere scoperta. Davanti al giudice si sarebbe cimentata in un'animata dissertazione contro il paganesimo e i persecutori dei Cristiani. Il suo rifiuto di compiere il gesto rituale di culto agli dei e il suo disprezzo contro il giudice e gli dei pagani ne decisero la condanna a morte. Alle torture Eulalia avrebbe resistito con forza sorprendente. Quando venne data alle fiamme delle torce, ella si sarebbe lanciata senza esitazione ad inghiottire il fuoco per affrettare il suo trapasso verso la vita eterna. Dalla bocca della martire, secondo il mito, sarebbe fuoriuscita la sua anima in forma di colomba bianca. Il miracolo avrebbe allora messo in fuga i carnefici attoniti. Il corpo straziato di Eulalia, abbandonato in mezzo a una strada, venne ricoperto da un manto di neve come da un lenzuolo di lino, interpretato come un segno di onore da parte della divinità. Non abbiamo indicazioni cronologiche certe sul suo martirio. Prudenzio nomina "Maximianus" e la Passio Eulaliae  colloca il suo martirio sotto la dominazione di Domiziano, ma la notizia non va accettata senza riserve. Bisogna infatti tenere in considerazione il fatto che quando non si conosceva la cronologia di un martirio la tendenza era quella di collocarlo agli inizi del 300 sotto Diocleziano di cui stretto collaboratore e complice spietato fu Massimiano, perché tale imperatore si macchiò di quella che è passata alla storia come la "grande persecuzione".

 

Miracoli :A Pistoia il 10 dicembre del 1313, nel giorno della ricorrenza della festa di Sant'Eulalia, venne sventato l'assalto alle mura della città portato dalla forze di Uguccione della Faggiola. Per quel miracolo la santa spagnola venne eretta a protrettrice della città, compatrona con Sant'Agata.

Occorre ricordare che anche Federico García Lorca ha reso omaggio a questa Santa con i versi che seguono:

“Nel gemere, la santa bambina Spezza il cristallo delle coppe. La ruota affila coltelli E uncini di curva acuta. Un flotto di vene verdi Sboccia dalla sua gola. Per terra, ormai senza guida, Soltanto le sue mani tagliate Che ancora possono incrociarsi .In tenue preghiera decapitata”

Torniamo sui nostri passi e ritorniamo in via Molinetto, la provinciale. Teniamo la destra e facciamo circa 400 metri. 

 

TERZA  TAPPA – VERSO SAN PIETRO  (San Pierin). Scendiamo  a sud ed ecco dopo circa 100 metri sulla nostra sinistra un bel capitello.

CAPITELLO

Altri 200 metri e teniamo la destra ancora in direzione sud. Dopo 400 metri ci troveremo in via Raffaello da S.Eulalia. Procediamo ancora per circa 500 metri sino a svoltare a destra in una piccola via vicino alle siepi. Poche pedalate e ancora a sinistra in direzione sud. Altri 250 metri e giriamo a destra sempre in direzione sud riprendendo la strada ora asfaltata. Stiamo sconfinando verso San Zenone degli Ezzelini ma ne vale la pena.Facciamo 700 metri e quindi giriamo a destra. Fatti 250 metri ecco l’inizio di una borgata che attraverseremo seguendo la principale, è la contrada Gatti, un bel vedere davvero!

LOCALITA' GATTI

Superiamo ora la borgata e al primo incrocio proseguiamo dritti. Altri 400 metri e giriamo a destra in Via San Pietro. La chiesetta del borgo si trova una volta fatti circa 300 metri. La stessa si trova alla nostra sinistra.

La Chiesetta nel borgo di S. Pierin

La  Chiesetta nel borgo di S. Pierin (S. Pietro d’Alcantara), mostra l’unico lavoro di arte sacra nel Comune di origine del pittore Paolo Bonato (nell’interessante pala risalente al 1921).

SAN PIERIN

QUARTA  TAPPA – VERSO SEMONZO   

Abbandoniamo ora questo antico borgo e dirigiamoci ancora a nord per circa 400 metri.

SAN PIERIN

Al prossimo incrocio giriamo a sinistra  in mezzo ai prati e ai terreni coltivati.

DA LONTANO

Procediamo sullo sterrato per circa 300 metri sino a una curva secca a novanta gradi,teniamo qui la destra sino a giungere in luogo davvero particolare. Il torrente corre per un pezzetto sulla stessa sede della strada. Non esitiamo, non abbiamo sbagliato percorso: per cui, bici in spalla e piedi bagnati!

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Teniamo ora la direzione nord in mezzo alle campagne e alle siepi qui ancora molto abbondanti e procediamo così per circa 300 metri. Al primo snodo noi teniamo la sinistra e continuiamo a salire per altri 600 metri. Arriviamo quindi all’incrocio con la provinciale, via Molinetto. Qui giriamo a sinistra per 400 metri sino a svoltare a sinistra in direzione sud in Via Molini. A sud per circa 300 metri e quindi eccoci girare a destra in via Caose. La facciamo per circa 1 km sino a vedere alla nostra sinistra via Semonzetto. La prendiamo e scendiamo ancora a sud. Fatti circa 300 metri e all’altezza di un gruppo di case noi teniamo la sinistra. Poco più avanti ecco Ca’Nosadini.

CA’ NOSADINI (Semonzo)

Ca’ Nosadini, prende il nome di una famiglia benestante di Romano d’Ezzelino, incardinata nella nobiltà bassanese, che diede, fra l’altro, anche un parroco, Baldassare, che resse la parrocchia di Semonzo per cinquanta anni (1644-1694). La villa, che conserva ancora alcuni tratti dell’antica nobiltà, ha subito, attraverso i secoli, le ingiurie del tempo e degli uomini. I Francesi di passaggio per questi luoghi, durante la campagna d’Italia nel 1796, ne incendiarono “adiacenze, porte e telai, più tagliati tre quadri con baggionetta sopra la sofita del palazzo”. 

CA NOSADINI

Nella proprietà Nosadini, secondo alcune testimonianze, si ergeva un complesso del tutto simile alla vicina Villa Grimani, del quale rimangono ora soltanto i porticati e la chiesetta di S. Giovanni Battista. 

Pare che sia stato demolito nel secolo scorso e i materiali (come si usava e la testimonianza trova riscontro ne “Le confessioni di un ottuagenario” di Ippolito Nievo) portati a Venezia per riparare i palazzi danneggiati da un violento uragano. L’oratorio, di recente restaurato, è fornito di alcune tele settecentesche. All’altezza della fontana quindi siamo andati a sinistra. Stiamo per fare poco più avanti il nostro incontro con Villa Grimani.

VILLA GRIMANI FAGGION (Semonzo)

Villa Grimani, indicata anche come Ca’ Faggion, dal proprietario che successe ai Grimani nel 1800.

GRIMANI FAGGION

Ma davanti a noi un colle: è il colle delle “Strighe”! Il nome è molto probabilmente legato alla credenza che dopo il Concilio di Trento tutte le streghe siano state cacciate nell’adiacente Valle di S. Felicita.

COLLE DELLE STREGHE

Invertiamo ora la marcia e torniamo indietro! Ritorniamo in via Semonzetto e dopo 300 metri eccoci di nuovo in via Caose. Svoltiamo a destra e pedaliamo per 100 metri. Teniamo la direzione nord per 150 metri poi a destra e subito a sinistra in via Chiesa. Ancora 250 metri e quindi a destra su Via Casale nuovo. Siamo ormai al centro di Semonzo.

SEMONZO : in un documento del 1085 si trova la denominazione Submontio vel Casale (termine quest’ultimo con cui si indica un colmello dell’attuale paese). Il significato si riferisce in modo chiaro alla posizione di agglomerati sotto la montagna.

Facciamo ora circa 250 metri e ci troviamo all’incrocio con via Casale. Nei pressi, il capitello di Sant’Orsola.

SANT'ORSOLA

Giriamo ora a sinistra in via Casale e procediamo per circa 250 metri sino ad uscire in via Chiesa. Poco più in là un altro bellissimo capitello votivo.

SEMONZO

Continuiamo in salita per circa 200 metri  e sulla destra troviamo la chiesa di Semonzo.

LA CHIESA DI SEMONZO  La attuale Chiesa risale al 1756, come recita la iscrizione latina sopra il portale di centro. Sorse sui resti della precedente costruzione, fortemente danneggiata dal terremoto del 1695, rivolta ad oriente, come è documentato da una mappa del 1696. Si tratta di un edificio armonioso e ben intonato, opera dell’architetto Giovanni (Zuanne) Miazzi (1699-1797), allievo di Francesco Maria Preti. Un restauro intelligente e accurato, sia interno che esterno, ha messo in risalto le nobilissime linee neoclassiche. È a navata unica, con quattro altari.La lunetta soprastante e il soffitto rappresentano rispettivamente una allegoria della Religione e la Gloria di S. Severo, opere di Antonio Zucchi, bassanese (1700). Da qui, elegante appare la bianca chiesa parrocchiale, dedicata a S. Severo e S. Brigida. Del primo si sa che fu vescovo di Ravenna nel V secolo, eletto a tale dignità, secondo la tradizione, dalla colomba, lasciata libera nella cattedrale gremita di popolo. Poco o nulla si sa invece di S. Brigida e neppure a quale delle tre sante con questo nome si riferisca. Sul presbiterio, bel coro ligneo. Alle pareti due grandi tele di Giuseppe Poppini da Schio raffiguranti l’Ultima Cena (1835) e la Raccolta della Manna nel deserto (1858). Anche la pala dell’altare maggiore, con S. Severo e la chiesa nello sfondo, è dello stesso artista, del quale si trova nella sacrestia una Madonna con le Anime purganti. Certamente della scuola dei Da Bassano è la Visitazione, proveniente da un altare della Parrocchiale precedente, collocata sopra la porta detta “della Cenghia”.Fresche ed essenziali nel racconto sono le ottime tavole della settecentesca Via Crucis. Il campanile, tutto in cotto, ideato dall’ingegnere Augusto Zardo (1810-1914), è stato inaugurato nel 1907. Nella Pasqua del 1987, le tre campane vecchie sono state sostituite da sei campane nuove, opera pregevole della illustre fonderia De Poli di Vittorio Veneto.

CHIESA DI SEMONZO

QUINTA TAPPA –  CENGHIA, CONTRADA CORTE E LA VALLE DI SANTA FELICITA 

 

Ripartiamo dunque! Poco oltre la chiesa sulla sinistra prendiamo via Cenghia.

La borgata della Cenghia è uno degli antichi colmelli che conserva ancora le strette vie serpeggianti fra le case una ridosso all’altra, gli angusti cortili con il pozzo, ma che, espandendosi verso il piano, ha tradito in parte il proprio nome che la vorrebbe “prato circondato da roccia” o, se vogliamo, borgo che cinge la montagna.   Fatti circa 250 metri entriamo a destra nella borgata. 

CENGHIA

La superiamo e dopo aver fatto altri 200 metri usciamo a destra. Un po’ avanti e ancora a destra per 100 metri sino a vedere a sinistra via Corte che scende verso sud. Noi però qui teniamo la destra.Prima di scendere verso sud però alla nostra destra ecco un luogo dai sapori antichi, forse i luoghi dell’antico mercato di santa Felicità per es. Il primo e più antico documento sinora ritrovato sulla Valle Santa Felicita infatti riguarda il suo mercato. L'anno mille l'imperatore Ottone III firmava un diplo­ma con il quale confermava al Conte Rambaldo (di Collalto) molti diritti. Gli con­cedeva anche di aprire un mercato. Scendiamo su via Corte per circa 800 metri sino ad entrare in contrada Corte. Lasciata la contrada e girato a destra su via Molinetto (parzialmente sconfinando nel territorio di Mussolente), dopo 400 metri giriamo a destra e prendiamo quindi via Ghiaia. Facciamo 100 metri circa e poi a destra prendiamo via Farronati. Saliamo a nord per circa 300 metri e quindi a destra e subito a sinistra in via s.Felicita Valle. Procediamo in direzione nord per circa 800 metri. Siamo ormai ai piedi della valle di Santa Felicità. Lo sguardo si apre allora su un grande prato e un albergo posto alla nostra sinistra. Davanti a noi il sacello.

SACELLO DI SANTA FELICITA

Il sacello di Santa Felicita e la Madonna del Buon Consiglio

La Valle, pur abbandonata, conservò sempre dei segni di fede come un'antica immagine della madonna, una croce, un capitello. Questi ultimi, dei secoli XVIII-XIX, sorsero però come garanzia contro i fantasmi, prevenzione contro i temporali ed altre calamità naturali. Il capitello prima del 1815. Anche la mappa dei beni del 1690, fatta eseguire dal card. Giorgio Cornaro al perito pubblico Antonio Bettolla detto Bergamo, ha permesso di chiarire alcuni dubbi e di ubicare esattamente il convento. Nella mappa è riportato il disegno di un «capitello nella valle di Santa Fidà di ragione delli comuni Roman e Semonzo» , sito in un terreno detto «Commun Val di Santa Felicita», il tutto a monte del monastero. Il capitello potrebbe essere quel presunto resto di monastero portato via dalle acque. Il Campagnaro narra  poi di una strana processione, in data 19 agosto 1723. «Il popolo di Godego , con molti religiosi ed un padre di S. Francesco degli Osservanti, vennero processionalmente in questa chiesa per portarsi nella Valle di Santa Felicita per far esorcismi e benedire questo loco ove fu posta una croce da alcuni anni per li tetri effetti, cioè dubitando che di là si possi nascer certo foco» che bruciava i casoni di paglia a Rossano prima, poi a Godego, Ramon ed altri paesi. Nel 1723 si riferisce dunque solo della presenza di una croce posta alcuni anni prima. «Li tetri effetti» dovrebbero significare la distruzione del capitello o il fenomeno dei fuochi fatui; oppure tutti e due. Il discorso potrebbe venire chiarito in seguito con nuovi documenti; per ora si presume che nel 1723 il capitello non esistesse più: non appare neppure nella mappa del 1718. A riparo del monastero è stato costruito invece, un murazzo consistente, per costringere il letto del Santa Felicita entro un percorso ben definito, nel tratto a valle dell'attuale sacello.

La costruzione del 1815. Il Dal Sasso, già cappellano a Romano dalla primavera del 1782, ci ha tramandato la cronaca della origine del capitello con questa descrizione: «Travagliati per diversi anni da tempeste, da folgori, da inondazioni d'acqua che portavano rovine, desolazioni alle campagne di questo paese, nonché agli altri circonvicini, sortendo il maltempo per lo più dalla valle Santa Felicita e scaricava qua e là precipizi, strage né prodotti. A solo soggetto pertanto di preservazione e di religione, i due parrochi di Semonzo e Romano, coll'intervento dei loro rispettivi fabbricieri, stabilirono di erigere un capitello in quella valle ad onore della Beata Vergine Maria del Buon Consiglio. Nel giorno dunque di San Marco 1815, Semonzo si obbligò con voto, di visitarlo in quel dì per 10 anni continui. Romano poi vi si unì senza obbligo, a titolo di sola devozione, come raccogliesi nell'iscrizione colà fatta, e a supplire alla metà delle spese. Fatto pertanto il disegno dal sig. Giovanni Zardo d. Fantolin di Crespano, Stefano Marcadella di Pove artefice cominciò nell'anno stesso ad eseguirlo. Fu eretto in mezzo alla Valle, sull'immediato confine d'ambo i comuni, sopra un gran sasso. Il disegno e la manifattura è di pura pietra lavorata di buon gusto, e sebbene assai costoso, fu supplita dalla sola carità dei fedeli. Terminata l'opera in giugno 1816, il sig. Antonio Rossi fu Giuseppe di Vicenza ne fece le pitture con universale soddisfazione per il prezzo di lire venete 500, senza le spese condotte e ricondotte, che fu tutto a spese delle due comunità, restando a carico del pittore i soli colori.

La trasformazione da capitello a sacello. Il Pesce, quasi testimonio oculare, così racconta della trasformazione del capitello in sacello: «La sua forma era circolare e tutto in pietra viva, ma corroso dal tempo, e ormai cadente, venne dopo l'ultima guerra ristaurato, ingrandito e nel 9 luglio 1922, solennemente inaugurato, presente una moltitudine di popolo delle due frazioni, accorsero a ringraziare, prono ai suoi piedi, la cara Madonnina del Buon Consiglio, che nel turbinoso periodo 1917-1918 protesse la valle». Romano e Semonzo infatti furono salvati dal profugato ordinato in occasione di un probabile pericolo imminente per la guerra sul Grappa. L'ordine non fu eseguito. Il Sacello divenne importante meta di pellegrinaggi anche durante la seconda guerra mondiale, accendendo maggiormente la devozione verso la Madonna del Buon Consiglio. 

 

 

 

 

 

QUINTA TAPPA – RITORNO A BORSO 

Diamo le spalle ora al sacello e guardiamo alla nostra sinistra. Vedremo un sentiero sterrato che scende. Lo prendiamo e facciamo un breve tratto dentro il bosco. Usciamo quindi nell’area decritta sopra  ove aveva dimora l’antico convento dei benedettini su cui ora insiste un importante ristorante. Scendiamo su via Corte per circa 400 metri e giriamo a sinistra su via Casale nuovo per circa 1,5 km circa sino a salire alla sinistra su via Appocastello. Si pedala per via Appocastello (presso il castello), per 1,4 km in salita molto dura anche se allietata da borghi bellissimi protetti da capitelli incastonati.

Dopo una bella discesa, sbuchiamo nella centrale e stretta Via Roma (un tempo Riva Alta), in prossimità del monumento elevato a Monsignor Serena. Avanti ancora ed eccoci nel centro civico del Comune: il Municipio di Borso. Siamo in Piazza Marconi. E qui si chiude il nostro viaggio!